Vincent, un eroe con i dreads

Autrice: Annarita Tranfici

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“…168, 169, 170! Forza, schiappe! E meno male che avete vent’anni a testa! Una strada in salita e qualche gradino ed avete già la lingua da fuori. Che fisico!”.

Ilaria aveva appena messo piede sull’ultimo gradino della lunga scalinata che conduceva al famoso Piazzale Michelangelo a Firenze e non smetteva di prendere in giro le amiche Erika e Martina poco distanti da lei, sudate e con le guance rosse per il freddo. Arrivate in cima, si precipitarono su una delle panchine disposte lungo la strada che portava al panorama, rivolgendo battute scherzose alla compagna che le aveva obbligate a visitare quel luogo per poter scattare qualche bella fotografia. Dopo aver ripreso fiato, le tre ragazze si avviarono verso la balconata; da quel piazzale immenso, la vista era incantevole. Avevano Firenze ai loro piedi, bella come mai l’avevano vista, vestita dei colori del tramonto, incastonata in un cielo che dall’azzurro si perdeva prima nel giallo, poi nell’arancio, poi nel rosso fuoco, salutando il sole stanco che si preparava al lasciare il posto ad una luna di non minor fascino.
Ilaria aveva appena afferrato la macchina fotografica, e mentre tentava di posizionarla per scattare il ricordo di quel pomeriggio invernale, sentì toccarsi la spalla e si voltò: la sua amica Erika la guardava con gli occhi sbarrati, senza proferire parola, come se le mancasse il respiro. Con prontezza di riflessi, Ilaria l’afferrò per un braccio, evitando che la ragazza sbattesse la testa, ma non poté evitare che si accasciasse per terra. Per qualche secondo che parve interminabile, Erika rimase immobile con la pancia e la testa rivolte verso il basso, senza dir nulla, senza il minimo movimento. Le urla di Martina richiamarono l’attenzione delle persone vicine, ed improvvisamente le tre amiche si ritrovarono circondate da una folla curiosa e sgomenta.
In un primo momento, Martina pensò che l’amica fosse solo svenuta, ma una volta voltato il corpo della ragazza, la trovò con lo sguardo perso nel vuoto, la bocca semichiusa da cui partivano gemiti soffocati e le braccia che si muovevano convulsamente, senza alcun controllo. Completamente in preda al panico, Ilaria compose rapidamente il numero del 118. Nel contempo, allarmato dal frastuono che si era venuto a creare attorno alla ragazza, un uomo dai neri e lunghi capelli raccolti in dreads, si chinò a prestarle i primi soccorsi, deciso a fare qualcosa per rianimarla. Erika aveva il volto contratto, gli occhi rovesciati all’indietro e i suoi arti si muovevano in modo scoordinato in tutte le direzioni. Questo increscioso spettacolo lo indusse a pensare che la giovane fosse stata colta da un’improvvisa crisi epilettica. Sicuro della sua intuizione e spaventato dalla possibilità che la ragazza potesse affogarsi per la lingua capovolta che poteva rendere difficoltosa la respirazione, si aiutò con il cucchiaio che un venditore ambulante di dolci aveva sul banchetto e, spostandola sul fianco, riuscì ad evitare che si affogasse. Dopo qualche minuto di incoscienza, Erika si svegliò, nella più completa amnesia. Si guardò attorno con aria spaventata, sorpresa di trovarsi a terra, con una decina di persone attorno a lei che la fissavano. Vincent iniziò a farle alcune domande banali per capire se ricordava chi fosse e quanto accaduto, ma la ragazza rimase muta fino all’arrivo dell’ambulanza. A quel punto, non potendola lasciare sola, Ilaria chiese ai volontari se lei e Martina avrebbero potuto accompagnarla fino all’ospedale, ma l’infermiere rispose che solo ad una era concesso salire sull’autovettura. Senza esitazione, Martina intimò alla compagna di andare con Erika; l’edificio sorgeva proprio in centro e ci sarebbero voluti solo venti minuti a piedi per arrivarvi. Prima che Martina potesse chiedere ad una volontaria quale strada percorrere, Vincent si propose di accompagnarla personalmente e così i ragazzi si separarono per breve tempo. I due si allontanarono dal piazzale Michelangelo a passo svelto; infreddolita e ancora un po’ stordita, Martina non riusciva a capacitarsi di quello che era capitato alla sua amica e desiderò di arrivare in fretta per avere notizie circa le sue condizioni.

– “Sei stata brava” esordì Vincent, spezzando il silenzio imbarazzante che si era venuto a creare.

– “Non ti sei lasciata prendere dal panico e in circostanze come questa è fondamentale. Non è da molti e, fidati, te lo dice uno che si è trovato in situazioni del genere tante volte negli ultimi anni”.

– “Sei un medico?” incalzò curiosa Martina.

– “No, sono un volontario del 118 e ti assicuro che in quel contesto ci si ritrova a contatto con disgrazie peggiori di quello che è capitato alla tua amica… Stai tranquilla, è in buone mani. Farà tutti gli accertamenti necessari e d’ora in poi saprà come prevenire le crisi a cui ogni tanto potrebbe andare incontro”.

Possibile che Erika fosse così incosciente da non rivelare a nessuno di questa sua condizione? Vincent interruppe i pensieri della ragazza chiedendole quando fossero arrivate in città e cosa facessero nella vita. Martina confessò di essere a Firenze da poche ore, raccontando di come quella breve gita fuoriporta fosse in realtà la fuga di tre colleghe universitarie che avevano deciso di farsi un regalo di Natale anticipato in un posto che da tempo desideravano visitare. Molto dispiaciuto per il modo in cui la loro vacanza appena cominciata stava evolvendo, l’uomo tentò di distrarla e, raccogliendo tre bottiglie che trovò allineate al bordo del marciapiede che costeggiava l’Arno, iniziò a farle volteggiare in aria, come fanno i giocolieri al circo.

– “Dove hai imparato a fare queste cose?” chiese Martina, accennando finalmente un sorriso.

– “Per strada, allenandomi giorno dopo giorno nei momenti di sosta tra un viaggio e l’altro”

– “Sei un artista di strada?”

– “Definirmi artista sarebbe eccessivo, e poi odio le etichette. Medico, avvocato, artista sono etichette che non dicono realmente ciò che sei. Io sono un uomo, sono Vincent, e questo basta.
Martina sorrise e Vincent continuò ad aprirsi e a raccontare qualcosa di sé.
– “E’ tutta una vita che cerco di liberarmi dagli adesivi che gli altri mi bollano addosso: sono passato dall’essere marcato come la pecora nera della famiglia, ribelle dagli insegnanti, squilibrato dalla fidanzata e oggi i perbenisti mentre cammino per strada, mi additano come punkabbestia drogato, vagabondo sporco e puzzolente dalla capigliatura strana, pantaloni cadenti e la bottiglia di birra piena. Le gente vive di pregiudizi, dogmi e preconcetti. E’ spaventata da tutto ciò che si presenta in forma diversa da quella che è abituata a vedere, è limitata nei confini creati dalla sua stessa ragione. Io sono sempre andato controcorrente e ho deciso di camminare su un binario diverso da quello che la società voleva farmi percorrere. Per questo mi sono comprato una bicicletta, ho lasciato gli studi e da cinque anni me ne vado in giro per l’Europa inondando il mondo con la musica del mio hang, vivendo avventure”.
– “Non hai mai avuto paura dell’ignoto o della solitudine?”

– “Credi che le persone si sentano meno sole nelle loro famiglie o tra la gente? La nostra è una società che isola l’individuo, lo annienta, lo spersonalizza. Io ho rinunciato a questa vita vuota. Ho iniziato a smontare i tasselli di tutte le sovrastrutture che nel tempo ho eretto nella mente, mi sono preso il mio tempo, lasciandomi abbracciare dal silenzio per riflettere sulle mie convinzioni, senza lasciarmi annebbiare da opinioni, ideologie o informazioni contaminate. Ho chiuso gli occhi, mi sono gettato nel vuoto e ho iniziato a creare il capolavoro della mia esistenza, lontano da ogni pressione e manipolazione. Ho ricordato di essere nato libero e che l’unica salvezza è dentro di me”.

Quelle parole così semplici e dirette, concessero a Martina un nuovo spunto di riflessione. Immaginava a quanti pregiudizi una persona come Vincent potesse andare incontro; per la società era un outsider, un diverso, qualcuno che per il suo aspetto e per i suoi pensieri, al primo impatto non avrebbe ispirato fiducia. Eppure, se non si fossero fidate delle abilità di questo ragazzo dal viso buono e dalla grande sensibilità, probabilmente nessuno sarebbe riuscito a non far affogare Erika. Dovevano molto a Vincent, a quell’artista dal cuore gentile che aveva fatto delle corse in bicicletta il suo stile di vita e che nei suoi pensieri più intimi, sperava di rendere il mondo, con la sua musica e i suoi giochi semplici, un posto più allegro ed accogliente.
Giunti in ospedale, con estremo tatto, Vincent si fermò alla soglia della stanza dove Erika era stata ricoverata e istintivamente abbracciò Martina trasportato da un affetto sincero e cristallino.

– “Abbi cura di te, e resta accanto alle tue amiche, ne avranno bisogno. Se nei prossimi mesi vi trovaste per caso a Montpellier, venitemi a cercare. Sarà la mia casa per qualche settimana” disse Vincent allontanandosi dalla giovane.

– “Grazie per tutto quello che hai fatto per Erika oggi” concluse Martina sorridendo, emozionata e riconoscente.

Vincent si allontanò, discreto e silenzioso, totalmente ignaro di aver lasciato nelle menti di quelle giovani ragazze un ricordo che nessuna di loro avrebbe più potuto cancellare, e che avrebbe tenuta accesa in loro la speranza di un mondo migliore in cui vivere.

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