Trenta giorni

Oggi, in questa sezione dedicata ai vostri racconti, la prolifica e già nota scrittrice Annalisa Caravante ci regala uno dei teneri frutti della sua immensa creatività letteraria. Un ringraziamento caloroso ad  Annalisa per questa breve e struggente storia di dolore e amore.

Trenta giorni

Autrice: Annalisa Caravante

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Camminava osservando i suoi passi sul pavimento bianco. Le mani nelle tasche del soprabito, il bavero mezzo piegato verso l’interno. Lasciò l’ospedale incontrando la luce del giorno. Vi era entrato come tutte le sere alle ventuno: un appuntamento quotidiano ormai da trenta giorni. Suo figlio gli aveva più volte offerto la sua compagnia, ma lui aveva sempre rifiutato.

—Hai una moglie, dei bambini. Devi pensare a loro, io so cavarmela anche da solo. — gli aveva sempre risposto.

E anche quella mattina usciva da solo dopo ore di dolore, di paure, d’incrollabile speranza che sopravvive fino alla fine. Non aveva dormito per tutta la notte. Il collo gli doleva; cercava di non chiudere gli occhi. Voleva andare a piedi, dimostrare a se stesso che ce l’avrebbe fatta, assaporare un giorno senza tempo, sentirsi libero a dispetto degli altri. In realtà nessuno, neppure il suo capo, aveva fatto storie: giustificato dal suo dramma. Portò la mano alla testa con l’idea di accarezzare quei capelli che da tempo non aveva più. Dov’era finita la folta chioma, orgoglio e vanto di sua moglie? Attraversò la strada portandosi al parco. Desiderava comprare un dolce e mangiarlo per strada, proprio come lui e sua moglie avevano sempre fatto, ma il suo stomaco rifiutava il cibo da quando era iniziato quel calvario. Si fermò ad osservare la spensieratezza dei bambini: ancora troppo piccoli per conoscere il mondo. Sorrise ricordando quando anche lui era felice.

Trenta giorni. Si voltò ad osservarlo, era ancora visibile, austero,imponente; sembrava dare speranza a chiunque varcasse la sua soglia. Anche lui aveva sperato, entrandovi il primo giorno. Si drizzò nelle spalle, sospirò; guardò ancora per un po’ i bambini, poi lasciò il parco per riprendere la strada verso casa. Casa sua e non quella della figlia, ora sarebbe ritornato a casa sua.

Tutto era come sempre: il pino, la bicicletta che il figlio del vicino lasciava sempre nel viale, le persiane chiuse del piano di sopra. Da quando i loro figli s’erano sposati, il piano di sopra languiva nell’oscurità e nell’assenza delle loro voci. Si fermò sull’uscio, bussò.

Trenta giorni, gli avevano dato trenta giorni. Quei trenta giorni terminavano quel giorno. Ma per quanto simile ai ventinove trascorsi, quel giorno era diverso per un dettaglio: non doveva più andare in ospedale. Finito. I medici avevano visto bene. Ora alle venti non doveva più lasciare la sua poltrona, poteva continuare a guadare la tv, leggere il suo giornale, fare tutto quello che faceva prima dei trenta giorni. Ce l’aveva fatta e anche da solo, senza compromettere la quotidianità della sua famiglia. Ma non poteva tornare alla vita di prima. Portava con sé un dolore che non lo avrebbe mai abbandonato; il ricordo avrebbe vissuto con lui fino alla fine dei suoi giorni e così ricordò che nessuno gli avrebbe aperto. Per la prima volta dopo trent’anni di matrimonio, mise le mani in tasca per prendere le chiavi. Quelle chiavi quasi non le ricordava. Le infilò nella toppa, aprì e trovò il vuoto.

Trenta giorni, i medici avevano visto bene: sua moglie era morta dopo trenta giorni.

Potete seguire Annalisa Caravante su : Meetale, sulla sua Pagina Facebook personale, su quella del Fan Club e su WordPress.

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