L’uomo deforme

L’UOMO DEFORME
AUTORE: SERGIO PISCOPO

L’homme contrefait trouve aussi des miroirs qui le rendent beau.

(Donatien-Alphonse-François de Sade)

Una coppa di vino melato cadde a terra, rovesciando il suo contenuto vermiglio sull’algido pavimento di marmo, e l’uomo deforme si svegliò d’un tratto. Sgranò i suoi grandi occhi opachi, come due pietre di granito inespressive, distese le grosse braccia difformi e scheletriche, unì le gambe e accavallò i piedi piatti. Disteso nel mezzo del suo baldacchino di palissandro, sembrava un Gesù crocifisso dall’aspetto truce e dismesso. La sua mano destra poggiava sul seno svigorito di una vecchia matrona dai capelli grigi e arruffati, ancora schiava di Morfeo, e dalla bocca spalancata. La sua mano sinistra poggiava sul seno fiorente di una giovane ragazza dai capelli neri di pece e fiaccamente cascanti, anch’ella vittima di un sonno ancor più profondo, di cui Ipno ne era il custode geloso.
L’uomo deforme brontolò qualcosa di indistinto. Sollevò le sue rugose mani dai seni delle due donne. Si guardò intorno con fare sospetto, menando la testa a destra e a manca, come in cerca di qualcuno. Con un piccolo slancio, riuscì a scivolare per terra, abbandonando il suo talamo e contorcendosi nell’oscurità, tant’è che sembrava un goffo gomitolo di lana roteante. Appena visibile al di sopra degli spessi materassi del baldacchino, l’uomo deforme raccolse la coppa e la portò alle labbra, cercando di distillarne con avidità qualche goccia di vino. Dopodiché, gettò nuovamente a terra la coppa e aprì le tende cremisi della sua camera. Un sole pallido, tipico di quei giorni autunnali spenti e bigi, si insinuò a fatica tra gli spogli rami di un faggio, che copriva quasi nella sua interezza la grande finestra della sua camera da letto.
I tenui raggi bastavano a mostrare l’aspetto dell’uomo deforme. Era completamente nudo, con le mani penzolanti ai fianchi. Era gobbuto e torvo. Il suo corpo era ricoperto da una lieve peluria grigiastra simile al manto dei ratti, di cui sembrava imitarne ogni sfumatura. Sul petto, un seno flaccido, pendulo e pieno di striature del color di madreperla. Sul tronco, un ventre voluminoso, cascante che congiungeva i due fianchi in una morsa morbida e spessa. Le gambe erano tozze e sgraziate, così come le braccia erano fatte d’ossa, dove l’ispido pelo era più abbondante. La faccia era grossa, le mascelle pronunciate e le labbra protruse e prognate. Lo stesso naso portava una gobba sulla sua sommità, similarmente a quella che incurvava la sua schiena. I pochi capelli rimastigli erano unti e male olenti. L’orecchio destro era più sporgente del sinistro; anch’esso deforme, sembrava ripiegato su se stesso ed era coriaceo. Nel complesso, era un omuncolo laido e sudaticcio.
“Sveglia!” – urlò d’improvviso l’uomo deforme alle due donne, le quali sobbalzarono mosse da una frenetica palpitazione. Ancora nude, la giovane donna si coprì con un lembo delle lenzuola di rensa, mentre la vecchia matrona si alzò con passo tardo e lento, senza scomporsi e senza provare vergogna per il suo corpo non più florido. D’altronde, come avrebbe potuto provare vergogna con un essere brutto e scorbutico come l’uomo deforme?
“Rivestitevi e andate via.” – disse l’uomo deforme. “Ma prima” – aggiunse – “fate venire qualcuno che mi vesti e che mi porti qualcosa da mangiare”. Le due donne cercarono di ricomporre le loro vesti, che erano volate via durante il feroce amplesso della trascorsa notte. La giovane donna cercava invano sotto al letto. La vecchia matrona pensò bene di coprirsi, tirando le lenzuola e mettendosele a mo’ di stola. L’uomo deforme, vedendole ancora indaffarate per cercare di darsi un contegno, tuonò: “Siete ancora qui? Scendete subito! Chi potrà mai accorgersi della vostra nudità, se tutti in questa magione sono nudi e al mio servizio?” – concluse poi – “allorché avrete terminato quanto vi ho detto di fare, dopo andatevene. Non voglio più vedervi”.
La giovane donna scoppiò in lacrime, che la vecchia matrona cercò di tergere con un canovaccio di fortuna trovato per terra. “È sempre così, rassegnati. È sempre così.” – disse la matrona alla giovane, dandole dei colpetti sulle spalle. Nel mentre che si allontanavano, la giovane corse con impeto furioso verso l’uomo deforme, che abbracciò in una stretta isterica, inondandogli il mantello di peli di copiose lacrime. “Non mi scacciare, non mi scacciare! Ti sarò per sempre fedele! Sarò la tua serva, la tua fedele amante. Cosa vuoi che faccia, eh?” – disse la giovane donna inginocchiandosi dinanzi all’uomo deforme – “Vuoi che ti implori? Vuoi che ti baci i piedi o il tuo membro? O entrambi? Dimmelo, parla!” – concluse, continuando a lacrimare senza tregua. “Quello che voglio è che tu vada via. Per sempre.” – disse l’uomo deforme, mostrando un temperamento risoluto e freddo, non degnandosi nemmeno di guardare negli occhi la povera supplicante.
Le due donne lasciarono da solo l’uomo deforme, il quale continuava a guardare il faggio fuori dalla finestra, incantato dalle sue fronde spoglie e dai motivi sinuosi dei suoi rami secchi e nudi. Poggiò la mano destra sul vetro della finestra. A malapena riuscì a percepire la sensazione di freddo del vetro esposto all’umidità mattutina, tanto le sue insensibili mani erano massicce e spesse. Sospirò, come quando si sospira languidamente per un amore ignoto o non corrisposto. Dopodiché, ignorando il comando che aveva dato poc’anzi alle due donne, prese una vestaglia rossa, la infilò lentamente, chiudendola per bene con una cintura, e si avviò scalzo lungo il corridoio che l’avrebbe condotto al pianoterra.
Appoggiò la mano destra sul lungo corrimano di legno d’acero della grande scalinata, piazzata esattamente al centro dell’immensa magione in cui dimorava. Un tappeto vermiglio e dorato si preparava a ricevere i suoi pesanti e grevi passi. Diede uno sguardo fugace dall’alto della scalinata. Domestici, donne ed uomini nudi dormivano sparpagliati ovunque. Due uomini si tenevano abbracciati dietro a una tenda diafana, che a malapena celava i loro baci umidi e divoranti. Un gruppetto di donnine dai culi sporgenti, nivei e dai minuti seni, tutti in capezzoli turgidi e in pori orripilati, civettava allegramente, appoggiate a un antico canapè di stoffe verdi. Un uomo e una donna, intenti in un selvaggio amplesso, erano distesi su una greppina minuziosamente cesellata. L’uomo era seduto e la donna era sopra di lui, tenendosi con le mani alla minuta spalliera. Alcuni domestici, tra i quali due cuochi e una cameriera, si dilettavano a trastullarsi a vicenda. I due cuochi, grassi e ben impinguati, tenevano la cameriera sospesa con le braccia, nel mentre che con le loro larghe cosce le donavano un sostegno comodo e soffice. Nell’aria v’era un fresco sentore di primavera. Di quelle primavere fittizie, che danno solo l’illusione di tepore. Di quelle primavere fredde, che si vestono di calore e che preludono al gelido inverno, rendendo il miraggio di una felicità mutilata.
L’uomo deforme tossì fintamente, e batté tre colpi sul corrimano, con l’intenzione di attirare l’attenzione generale. Il suo tentativo si rivelò però infruttuoso. Così, per il livore di non vedersi onorato e invitato a quell’orgia, disse ad alta voce: “Questo scempio non ha da commettersi senza una mente! Queste turpitudini non hanno da farsi se non in mia presenza!” – aggiunse poi con voce ancor più imperiosa – “Voi siete qui per mio volere, non lo dimenticate! Voi siete qui unicamente per gratificare la mia voracità! Oggetti in carne e ossa, senz’anima e senza pudore, esattamente come vi voglio! Balocchi per i miei trastulli. Giochini per compiacere la mia concupiscenza. Corpi smaniosi per dissetare la mia grande sete. Carni frementi per rifocillare il mio immenso appetito!”.
Al suono di quelle parole, tutti, silenziosamente in ambasce, cercarono di ricomporsi. L’uomo deforme, visibilmente sdegnato, scese lentamente le scale. Ad ogni passo, l’eco del suo pesante corpo si propagava nell’immenso spazio vuoto, nel vasto soffitto areato. Le ringhiere del grande scalone parevano formare un loggiato, con colonne di legno e archi a sostenere i corrimani. Più si avvicinava al pianoterra, più gli uomini e le donne sembravano ritrarsi all’avanzata dell’uomo deforme, tanto la sua vista incuteva timore, e il suo corpo profondeva reverenza e rispetto.
Una donna di mezza età, mossa da un ratto isterico, si gettò ai suoi piedi, implorandolo di perdonare le loro avventatezze e di non cacciarli via per essersi lasciati trasportare dal focoso zelo. L’uomo deforme non si degnò nemmeno di mirarla, e continuò la sua avanzata con uno sguardo algido e impenetrabile. Aveva negli occhi un oceano di pensieri, che urtavano ripetutamente contro gli scogli della sua memoria, producendo una spuma di sensazioni vaghe, che erano difficilmente percepibili, se non addirittura evanescenti al riaffiorare. Così, le gioie e i dolori si confondevano, rendendogli un sentire ibrido, causticandogli vecchie ferite sanguinolenti.
Gelido in ogni vena, scorrer sentiva il suo sangue. Sedutosi su una poltrona di stoffe rosse, sospirò lungamente. Aprì la vestaglia e mostrò a tutti il suo corpo nudo e deforme. Il suo membro si ergeva di già nel suo turgore, allorquando un uomo dall’aspetto giovanile, che sembrava quasi un pargolo greco, si avvicinò a passi tardi all’uomo deforme. Si sedette al suo fianco, gli carezzò il petto villoso, salì con la mano destra sino al volto, per poi affondare le sottili dita nella barba grigia. “Anche se non mi degni d’un tuo sguardo” – disse il giovane – “ciò non vuol dire che tu non senta nulla. Anche se non mi fissi come vorrei, ciò non vuol dire che non mi stai mirando, magari con la coda dell’occhio. Lascia ch’io ti ami, oh mia fonte di Siloe, nella quale voglio immergermi per mondare il mio originario peccato, quello di aver represso il mio istinto di natura.” – così dicendo, lo baciò sulle labbra. L’uomo deforme non si ritrasse, e accettò le carezze e le attenzioni del giovane.
Dopo poco, si avvicinarono due donne. Erano entrambe di mezza età e mostravano i loro arti monchi. “Chi siete? Non vi ricordo.” – chiese incuriosito l’uomo deforme. Risposero all’unisono: “Siamo due donne deformi, parimenti a te. Siamo due donne, che vogliono rifocillare il tuo immenso appetito con quel che resta dei loro corpi martoriati.”. L’uomo deforme sembrò mostrare un minimo di compassione per quelle povere sventurate come lui, ma la sua espressione di pietà mutò presto in disinteresse. “E sia. Rifocillatemi. Ma badate a farlo bene, altrimenti vi mutilerò io per la fallacità dei vostri intenti.” – disse severo l’uomo deforme. Poi aggiunse: “Avanti. Attendo con trepidazione che rispettiate le vostre volontà e promosse.”
Le due donne, muovendosi in sinergia, inscenarono una sorta di danza rituale orgiastica, le cui lascive moine sembravano gabbarsi della grazia delle danze delle almee. Sgraziate, scoordinate e scialbe, contorcevano i loro corpi con frenesia, come se fossero state colpite dal fuoco di Sant’Antonio o da un morbo convulsivo. Una delle due, agitandosi più del dovuto, cascò a terra e, in mancanza del braccio destro, si sorresse con quel che le restava del sinistro: un moncherino poco più sporgente del gomito. L’altra, in mancanza di entrambe le braccia, iniziò a ridacchiare selvaggiamente, nel mentre che scuoteva il bacino a destra e a manca, producendo con la bocca dei suoni striduli e cacciando ripetutamente la lingua da fuori, che dimenava come una serpe immonda. Più l’amica si agitava a terra, tentando invano di rialzarsi, più l’altra si beffava di lei, e rideva con tutta l’aria putrida che fuoriusciva dalla sua bocca sdentata e marcia.
L’uomo deforme, stizzito da tale irrispettosa scena, che rendeva oltraggioso ogni tentativo di seduzione, inalò con vigore una boccata d’aria, inarcò il cipiglio in un’espressione austera, retroflesse le dita sui braccioli della poltrona, prendendo la forma di artigli di rapace, e serrò la bocca, i cui lati si pressarono sino a corrugare le gote, divenendo pendenti, donandogli un sembiante corrucciato e indispettito. Nel mentre che le labbra erano intente ad articolare la sentenza cogitata dal pensiero, le due donne, intuendo sagacemente il giudizio negativo dell’uomo deforme, e temendo per quel che rimaneva dei loro arti, si guardarono negli occhi d’impeto e si gettarono l’una nella mezza stretta dell’altra, unendosi in un bacio umidiccio e riprovevole.
L’uomo deforme, inorridito da quella scena, non ebbe pensamenti: ordinò a due suoi giannizzeri, che si tenevano ai lati di un finestrone, vestiti con un usbergo di ferro e con finte alabarde, di afferrare le due donne e di tenerle ferme dinanzi a lui. Quando le due sciagurate si trovarono nelle strette dei due uomini, l’uomo deforme si alzò in piedi, con un calcio allontanò il giovane che gli stava dando piacere, il quale andò ad urtare contrò la scanalatura di una colonna di porfido che si trovava nelle vicinanze, e disse: “Oscene! Indegne! Questo spettacolo, messo su in mala guisa, oltraggia me e tutti gli altri astanti, che tengono viva la fiamma dell’ardore, perpetrando il piacere che qui dimora sovrano. Voi due, storpie e maldestre, siete come scimmie che si crogiolano in un pantano di melma! Non meritate di prender parte al nostro desco di passioni e di sesso.” – dopodiché aggiunse, dopo una breve pausa: – “Poiché avete fallito nei vostri intenti, la vostra punizione sarà la mutilazione, come vi avevo promesso.”
Le due donne iniziarono a dimenarsi tra le braccia dei giannizzeri, i quali le cingevano al loro usbergo con tal ferocia che le carni sembravano arroventarsi al tocco. “Ti prego, non farci questo! Non siamo così brutte da meritare questo martirio!” – disse una, piangendo copiosamente. “Non bastano di già le nostre brutture? Vuoi renderci ancora più brutte, proprio come te! Sei un mostro!” – disse l’altra, piangendo e sbraitando, con gli occhi arrossati e colmi d’ira. L’uomo deforme, sentendo le parole della seconda donna, si indispettì così tanto che volle lui stesso eseguire la sentenza. Aveva osato chiamarlo mostro! Lui, che era desiderato e idolatrato da tutti gli abitanti della magione, non poteva sentire chiamata in causa la sua mostruosità, allorché essa non era percepita come tale da nessuno dei presenti.
Prese così una scure, che giaceva in un angolo assetata di sangue novello, e ordinò al giannizzero che la teneva di piegarla in avanti e di stringere il corpo serrandolo in un braccio, mentre con l’altro di tenerla per i capelli, in modo tale da avere a sua completa disposizione il collo nudo e nodoso. Alzò la scure sopra la sua testa deforme e caricò con tutta la potenza delle sue scarne braccia ossute. Nel mentre che stava per sferrare il colpo di grazia, la donna riuscì a voltare la testa in direzione dell’uomo deforme, e lo fissò intensamente negli occhi con un odio tale che il Tartaro, nella sua vastità, non si sarebbe potuto colmare di così tanto disprezzo.
“Tu mi uccidi perché volevo darti piacere. Tu mi sacrifichi, quale capro espiatorio, in nome di cosa? Vuoi renderti vindice di tutti coloro che ti hanno offeso, malmenato, schernito, deriso o vuoi semplicemente annoverarmi tra le tue vittime, tra le tue conquiste immolate? Sappi, oh mostruoso essere, oh turpe demonio, che il mio sangue non sarà versato invano! Ricorda i miei occhi. Osservali bene, e mentre tagli la mia carne spessa, non dimenticare le mie parole” – disse la donna, con gli occhi iniettati di sangue, con la voce rotta e con un tono vibrante d’odio, tant’è che dalla bocca la saliva fuoriusciva abbondante.
L’uomo deforme, scosso e sorpreso da quelle parole, ebbe un attimo di cedimento. Ben presto però, ritrovando l’originario vigore, caricò nuovamente la scure portandola indietro la sua testa e sferrò il colpo di grazia, allorché si fermò e disse: “No. Una morte rapida non t’è d’uopo, oh donnaccia!” – tuonò come in preda a un lucido delirio. “Ti taglierò la lingua e te la farò ingoiare, sicché nel deglutirla, tu possa assaporare le tue venefiche parole, e sentire come graffieranno la tua lurida gola, tanto fanno male soltanto a sentirle!”. La donna cominciò a ridere istericamente, stuzzicando la tempra dell’uomo deforme, il quale iniziò a spazientirsi, e ordinò così al giannizzero, che teneva quella donna tra le braccia, di cacciarle la lingua da fuori. Mentre il guerriero eseguiva gli ordini, intrufolando la sua mano coperta da un mittene di cuoio, la donna gli morse un dito fino a farglielo sanguinare.
L’uomo deforme non ebbe così ripensamenti. Spintonando il giannizzero d’accanto alla finestra, nel mentre che gemeva dal dolore, afferrò con tutta la sua possanza la donna, tenendola ferma nella stretta del braccio sinistro, mentre la serrava nella morsa delle sue gambe. Infossò le sue dita tozze nelle sue guance fino a farle aprire la bocca. Dopodiché, con un ruggito leonino, le ficcò un brando in bocca, cercando di staccarle la lingua e di spingergliela in gola con la lama dell’acciaro. Dimenandosi come un’anguilla, la donna emise un lungo e sibilante gemito, che scoppiò in un urlo di dolore straziante. L’uomo deforme le aveva reciso la lingua. Mentre l’altra donna monca piangeva e si disperava, temendo anch’ella per la sua vita, l’uomo deforme spinse con veemenza il brando nella gola della malcapitata vittima, per farle ingoiare la lingua tagliata. La gola della donna si gonfiò smisuratamente, arrivando a formare un gozzo spigoloso, che quasi sembrava fuoriuscisse all’esterno. Impossibilitata ad emettere alcun suono, non le restavano che mugugni strozzati e la speranza di morire quanto prima.
L’uomo deforme lasciò cadere il corpo esanime della donna, che si riversò sul marmo levigato del pavimento. Il sangue, misto a brandelli di carne, veniva fuori dalla sua bocca come un rivo limaccioso, andando a colorare il gelido marmo di rosso vermiglio. Gli astanti erano esterrefatti, terrorizzati dalla scena a cui avevano da poco assistito. Tutti si tacciarono e un profondo silenzio sembrò colmare ogni anfratto dell’opulenta magione. Alcune donne svennero. Altre abbassarono lo sguardo a terra in segno di sconforto e assoggettamento. Gli uomini avevano perso il loro turgore, arrestando la loro munifica voglia di ficcare il loro membro in qualsivoglia pertugio. Il tempo stesso parve fermarsi e il luogo si inabissò in un silenzio alieno.
Dopo un tempo imprecisato, tutti si misero ad applaudire, elargendo parole di gloria e di assenso rivolte all’uomo deforme. “Ben fatto!” – “Ha avuto quel meritava. Insolente!” – “Questo sì che è uno spettacolo interessante!” – si sentiva nella calca lì presente. L’uomo deforme si teneva al centro della sala, col brando insanguinato nella mano destra, le gambe ancora divaricate e lo sguardo rivolto al soffitto. Sembrava distante, imprigionato in una dimensione remota. Quando cominciò ad udire i plausi dei presenti, fu scosso come da un sonno profondo ed evasivo. Girò la testa ovunque, cercando di capire dove fosse, cosa e chi lo circondasse e cosa stesse facendo in quel momento con un acciaro lordato di sangue. Quasi stordito da quel fracasso causato dall’incessante battere delle mani degli astanti, si portò le mani alle orecchie per tentare di placare quei suoni molesti. Voltò poi lo sguardo a terra e vide gli occhi intorbiditi della donna che lo fissavano, come se fossero ancora vivi. Eppure ella era morta, ma quegli occhi sembravano ancora in vita e gli infondevano una malsana inquietudine.
Accortosi delle plateali dimostrazioni di consenso, scrutò ad uno a uno gli occhi dei presenti. Falsi, insensati, colmi di malizia e di finteria. Sembravano inneggiare un feticcio, o esaltavano il crimine di cui si era macchiato? L’uomo deforme si incupì. Il suo animo cedette ad una nera mestizia e si portò le mani alle orecchie per non sentire più l’incessante battere di mani. Dopodiché, si risistemò la vestaglia alla meglio, per coprire le sue nudità, di cui ora provava una certa pudicizia, e nel mentre che accostava i due lembi dell’indumento rosso con la cintura, gli si appressò una donna vestita con un velo diafano. Il volto, i capelli e gli occhi, così come tutti le restanti parti del viso, erano immerse in una bislacca oscurità, come un’ombra perpetua che le celava costantemente il volto.
L’uomo deforme, incuriosito, avrebbe voluto parlarle, ma la donna portò il suo dito sulle labbra, in segno di far silenzio. Dopodiché, il tempo si fermò. I presenti smisero di applaudire e piombarono tutti in penombra, come immersi in una dimensione aliena ed estraniante. Sembravano fluttuare in un liquido incolore, incorporeo eppure sufficientemente denso da attutire ogni sorta di rumore. La donna velata gli disse: “Hai costruito questo tempio del piacere con le tue mani. Hai plasmato un castello di ardore e passione, la cui edificazione si è ridotta in scandalo. Tu, uomo senza scrupoli, degno erede delle più truci colpe e malefatte, perché hai commesso un così crudo delitto?” – a seguito di una lunga pausa, la donna continuò – “Non v’è acqua sovra la roccia, oh uomo deforme. Tutto è prosciugato qui, null’altro che un’arida spelonca di tristi rimpianti e di rimorsi. Guarda cosa hai fatto”. La donna si dissolse lentamente e sparì come un miraggio in un deserto rovente.
L’uomo deforme fu colpito da quelle parole, e quando quel liquido incolore e incorporeo, che teneva tutti in silenzio, sparì magicamente, le scroscianti risa di stupore delle donnine lascive, l’applaudire incessante dei giovani uomini e il ridacchiare frenetico dei cucinieri violarono il suo udito, penetrando come un brando nei suoi pensieri, che vennero colpiti dalla lama intrisa di umori ripugnanti e di risa, e di schiamazzi, e di mani battenti…
Si sentiva incollerito, rattristato, irato, un misto di percezioni e sensazioni discordanti. Vacillò come un sacco vuoto da un plauso all’altro, da un corpo nudo all’altro per un po’, prima di correre al piano di sopra al fine di rinchiudersi nella sua camera. D’accanto alla finestra, poté rimirare il faggio che poco tempo prima aveva osservato solitario e pensieroso. Seguì con occhio vigile e confuso tutte le ramificazioni, i rametti secchi che si staccavano allorché un’ossifraga si lanciava di petto a devastare un nido di rondini. Chiuse la porta dietro di sé e si sedette dinanzi allo specchio posto ai piedi del suo imponente e vuoto baldacchino.
Prima di specchiarsi, portò il suo sguardo al vuoto che lo circondava. Le voci dei suoi ospiti divenivano sempre più sfocate, lontane, distanti, remote. Erano di già scemate, allorquando i suoi pensieri presero il loro posto. Si insediarono sino a conficcarsi in ogni fibra, in ogni recesso del suo cervello. Una sinfonia di voci distorte, un canto polifonico e dissonante. Fece per portarsi le mani alle orecchie, in un gesto estremo di liberarsi di quel vociare confuso, ma non appena vide le sue mani, ancora sporche del sangue della donna, disse sottovoce: “Ah, queste mani! Non potrebbe l’oceano queste mani a me lavare!”. Lordate del sangue della monca, le sue mani erano la testimonianza del crimine di cui si era macchiato. “Le taglierò! Perdio, che marciscano e si stacchino dalle mie braccia! Non voglio più avere sotto ai miei occhi gli strumenti della mia perdizione!” – aggiunse poi sibilando – “Il passo è breve per l’uccisore alla disperazione. L’impeto, la furia sono i mezzi di cui si serve per perpetrare il suo crimine. Ma una volta placatasi la collera, che gli resta se non il rimpianto di un momento reso all’indifferenza dell’inconscio? Chi gli restituirà il senno? Come farà più a dormire? Il sonno è atroce, quando i fantasmi dei tuoi delitti ti vengono a trovare. Essi stanno in silenzio quando il mondo è immerso nella sua frenesia. Ma quando le tenebre avanzano e giunge il momento del riposo, il frastuono del mondo diviene il rumore di uno spillo che cade sulla paglia, paragonato al fragore dei fantasmi delle tue vittime, che urlano incessantemente vendetta e che non chiedono altro che la tua anima da tormentare in eterno. Triste la sorte dell’uccisore. Si può ammazzare un uomo, ma non il suo spirito. Si può far tacciare la sua voce terrena, ma non l’eco della sua voce nella tua testa”.
Detto ciò, si guardò finalmente allo specchio. Vide il suo riflesso accompagnato da una lieve penombra e dalle ombre dei rami del faggio, che danzavano al vento. Un fremito gli scosse le membra. Vide la sua immagine e non si riconobbe. Vide un uomo deforme, pallido, dalla testa sproporzionata, dalle mascelle prognate e dalle braccia ossute. Il suo stesso sguardo gli incuteva timore. Vide per la prima volta un uomo nuovo, un altro sé di cui ignorava l’esistenza. Allora portò le sue ree mani sulla faccia. Carezzò con i polpastrelli gli sgraziati lineamenti del suo viso. La bocca gli si aprì in segno di stupore. I suoi occhi fissavano sgomenti quell’immagine di uomo mostruoso, un’effigie testimone di bruttezza e deterioramento di un corpo e di un’anima. Aveva visto il vero uccisore di quella donna.
Una voce lontana, quasi evanescente, gli sospirò all’orecchio: “Or dunque, uomo deforme, ti piace quello che vedi? Quale verità fa meno male?” – dopo poco, la voce si dissolse definitivamente. Il frastuono dei suoi ospiti riprese di nuovo. Il sole era ormai alto e illuminava di già la sua camera in disordine. Udì dei passi lesti avvicinarsi sempre più, con una vibrante celerità. D’un colpo, la porta si aprì. Una donna con un camice avorio e una visiera sulla sua chioma lo guardò con occhi vitrei e di ghiaccio. Disse: “È l’ora. L’aspettiamo giù.”. L’uomo deforme, ancora confuso e trasognante, seguì la donna. Quando raggiunse la maestosa scalinata, tutto era mutato. Si sporse così da uno dei corrimano e vide uomini e donne vestiti di bianco, ognuno portava con sé un oggetto, stringendolo tra le braccia. Regnava uno strano silenzio. “Venga. L’accompagno.” – disse la donna, che portò l’uomo deforme giù, tenendolo per mano.
Quando raggiunse il pianoterra, due uomini gli si accostarono, gli misero una camicia grigia e gli posero in mano un brando. L’uomo deforme barcollò, scosso da un brivido funesto, che presagisce un epilogo infausto. La donna col camice avorio lo accompagnò nella sala adiacente e lo invitò a sedersi. L’uomo deforme si guardò intorno terrorizzato. I suoi occhi avevano perso l’arroganza e l’alterigia di sempre. Gli astanti, abbigliati con le sue stesse vesti, recavano in mano oggetti di uso comune, e piangevano mestamente, stringendo a sé quella santa reliquia di cui si sentivano in qualche modo responsabili. D’improvviso, girando lo sguardo a destra, rimirò il suo riflesso in uno specchio posto vicino ad una porta di legno. Rivide la sua deformità e la trovò meno ripugnante. Si toccò nuovamente il viso e un sorriso disperato fiorì su un volto inebetito.

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