Le due tombe

Le due tombe

Autore: Sergio Piscopo

La povera Adele, miseramente vestita d’uno scialle azzurrino, che ricopriva i capelli lunghi e fluttuanti in piccole ciocche albine, di cenci usurati e grigiastri, comprati al banco dei pegni, e in più punti forati e malconci, d’un paio di scarpe senza lacci, marroncine e tenute insieme da un flebile filo di spago, mentre le suole quasi si staccavano da esse, quella mattina, come tutte le mattine, portò fiori freschi sulla lapide del marito morto molti anni fa.
Si trovò a ripercorrere il lungo sentiero lastricato di sampietrini consunti e usurati dai passi dei vivi e dalle intemperie. Qualche foglia ingiallita d’un tardo autunno si ammassava ai lati delle cappelle, andando a formare mucchietti di tante sfumature dorate e ramate. Adele camminava leggermente ricurva, come appesantita da un macigno invisibile, che le gravava sulla schiena. Recava in una mano i fiori freschi per il marito, adagiati in fogli di giornale dall’inchiostro sbiadito dall’acqua in cui erano immersi, e nell’altra un cero, incastonato in un tubo cilindrico rosso scuro di plastica. Percorreva quel sentiero sempre con andatura lenta e grave. Senza affanno né fretta. D’altronde non avrebbe potuto a causa della gotta e dei malanni dell’età, che le causavano dei reumatismi così forti che spesso la paralizzavano dal collo in giù.
Eppure Adele non mancava mai di assolvere il compito di portare ogni giorno i fiori freschi sulla tomba del marito morto. Nulla sembrava fermarla né intimorirla dal persuaderla a non recarsi al cimitero in quei giorni in cui stava particolarmente male. Con la forza d’una donna nel pieno delle sue primavere, racimolava alla meglio quelle poche forze che le restavano per recarsi al cimitero ogni giorno, senza mai mancarvi nemmeno una volta.
Quella mattina il tempo faceva i capricci. Dei nuvoloni bigi, nerastri e carichi d’acqua s’appressavano repentini, scurendo il cielo sovrastante il cimitero e impedendo al sole di rischiarare il luogo, tant’è che pareva già notte, malgrado fossero appena le nove di mattina. D’altro canto, cominciarono ad udirsi in lontananza rombi di tuono e saette fulminanti, che rischiaravano il cielo per pochi istanti e producevano un boato quasi assordante. Adele, però, non si intimoriva. Aveva veduto tanti temporali durante la sua vita e tutti producevano sempre gli stessi effetti. Acceleravano la loro corsa, scaricavano ettolitri d’acqua e poi si ritiravano, rendendo al sole e al cielo ceruleo gli spazi che avevano temporaneamente occupato.
Adele camminava anche con lo sguardo basso e non a causa della sua curvatura. I suoi occhi verdi e intensi erano persi nel vuoto. I suoi occhi guardavano il mondo con una prospettiva fisiologica, necessaria a farle vedere dove stesse andando e chi stesse incontrando. Tuttavia essi non erano presenti, bensì assenti in un universo tutto loro. Guardavano un altro mondo, il mondo dei pensieri e dei ricordi. In quel mondo così vasto e ricolmo delle gioie, delle ore liete trascorse in compagnia delle persone care, così come dei dolori e delle sofferenze passate, Adele amava scrutarne in profondità i recessi più ignoti. Ripensava, così, alla vita trascorsa, alla vita col marito, ai tormenti che l’afflissero a causa del carattere irascibile e burbero del caro sposo, che, malgrado tutto, continuava ad amare e servire nella sua assenza.
Salì i pochi gradini del giardinetto in cui si trovava la tomba del marito. A fatica, si tenne contro un albero di magnolia dal fusto possente, che le sembrò il sostegno perfetto delle sue fatiche. Alzò per pochi attimi lo sguardo e vide appressarsi un piccolo corteo funebre al lato opposto ove si trovava. Il carro, contenete il feretro del novello trapassato, era seguito da pochissime persone. Nemmeno una decina. I necrofori, sempre algidi e distaccati nel loro seppur delicato lavoro, trascinarono con forza la cassa di un legno marrone assai sbiadito, probabilmente una bara già usata o di pochi spiccioli, fuori dal carro, e la calarono con robuste corde nella fossa precedentemente scavata dagli scavatori, dei quali, uno si era messo di lato, appoggiato al muretto di cinta, col badile sulle spalle, fumando una sigaretta quasi carbonizzata. Non mostrava il dovuto rispetto né al morto né al dolore dei familiari, che trattenevano a stento i singhiozzi, soffocandoli tra le mani e mandandoli giù a contrarre la laringe.
Adele abbassò nuovamente lo sguardo e proseguì la sua breve marcia per giungere alla tomba del marito. Quelle scene le aveva vedute tantissime volte e tutte le volte respingeva veementemente la rabbia causata dall’impossibilità di reagire a quelle atroci violazioni contro il dolore umano. Ammassava dentro di sé tutti i sentimenti. Così, mentre esternamente appariva sempre composta e inespressiva, dentro di sé s’agitavano mille furie e sentimenti diversi. Avrebbero voluto schizzar fuori, liberarsi dalla loro prigionia, eppure restavano perennemente soffocati e tenuti a bada. Ad ogni colpo del genere, però, il cuore s’avvizziva un poco.
Giunse alla tomba del marito. Qualche foglia giallognola aveva ricoperto il piccolo strato di marmo posto sul terreno umido e poroso. La croce, che non recava né il nome del marito né le date di nascita e morte, si era lievemente inclinata a causa delle forti piogge di quel periodo, che spesso devastavano le tombe d’intorno, andando a sparpagliare i fiori ovunque, innalzando il terreno, che si impregnava d’acqua piovana e che talvolta riusciva a penetrare in profondità, distruggendo le casse ove riposavano i defunti. Adele si accinse a raddrizzarla. Il terreno era così morbido e friabile che non ci volle molto a rimetterla nella giusta posizione. La targhetta recante il nome e le date, che aveva fatto apporre sulla croce, a mo’ di collana, si era completamente rivoltata. La targhetta fu posta per suo volere, in quanto impossibilitata economicamente a farsi costruire una croce di marmo con il nome e le date del marito scolpiti.
Risistemò alla meglio tutto, avendo premura di ricollocare meglio la targhetta, facendo rigirare un paio di volte la cordicella che la teneva alla croce di legno e andando ad incastrarla nel punto in cui si congiungevano le due assi. Nel cuore della croce, come amava definirlo. Con gesti lenti e fantasticamente dilatati, sembrò muoversi come un fantasma sulla lapide del marito, pulendola, sistemando le croci, i ceri spenti nei cilindri ricolmi d’acqua, le figure dei santi e dei beati che ornavano il gelido marmo, spazzando la polvere accumulatasi lateralmente e, infine, sedendosi per lungo tempo sulla seggiola di legno, che il custode del cimitero ripiegava ogni volta che Adele andava via e l’appoggiava accanto al grande albero di magnolia.
Seduta sulla seggiola, non abbandonando mai la sua compostezza, malgrado l’accentuata curvatura della schiena, restava in contemplazione, assorta nei suoi pensieri, con gli occhi umidi, dai quali non mancavano mai d’uscire qualche stilla di lacrima, che rigava le gote rugose del suo volto stanco e afflitto. Faceva compagnia al marito e lo accudiva come se fosse stato ancora vivo, rendendogli l’eternità meno cruda e solitaria, finché non si fosse a sua volta ricongiunta a lui. Talvolta, come spinta da un atavico senso di tenerezza, portava la mano sul marmo freddo e usurato, e lo accarezzava, illudendosi così di poter toccare ancora una volta l’ispida barba del marito e affondare le sue dita arcuate tra i suoi capelli, come faceva un tempo. Altre volte, così facendo, qualche abbozzo di sorriso le balenava sulle scarne labbra, per poi andare via in un istante, ridonandole quella sua espressione di afflizione e apatia.
Quell’uomo fu il suo primo e solo amore. Adele non conobbe altri uomini e non amò nessun altro che il marito. Si conobbero in autunno, mentre Adele, giovane e nel fiore degli anni, raccoglieva melograni nel giardino di suo zio. Egli era bello, affascinante e aveva l’aria dolce e assennata. La guardava con gli occhi di un astuto seduttore, pur tuttavia tradendo le aspettative quando decise di dichiararsi, mostrando una timidezza senza pari. Fu questa sua ritrosia e quel suo senso di vaga vergogna che fecero innamorare la giovane Adele, la quale, mostrandosi dopo poco sempre più propensa al corteggiamento, decise di sposarlo, quando questi glielo propose. I primi anni di matrimonio furono alquanto felici e spensierati. Non ebbero mai figli, nonostante ne avessero sognato sempre l’arrivo. Fu probabilmente questa la causa scatenante dei loro litigi, sempre più frequenti sino al limite della sopportazione. Più passava il tempo e più si allontanavano l’uno dall’altra, mal celando un inconscio desiderio di rinuncia ai voti nuziali.
Per lunghe notti, Adele aveva atteso che il marito rincasasse, chiedendosi dove fosse mai finito, quando avrebbe dovuto essere a casa da molto tempo subito dopo il lavoro. In cuor suo, sapeva bene che il marito era in giro, barcollando ubriaco nelle varie bettole della città, così frastornato ed ebbro, che non sarebbe riuscito a trovare la strada di casa nemmeno se si fosse trovato a pochi passi dall’uscio della porta.
Un giorno poi, un giorno qualsiasi, di quei giorni che passano inosservati tra i pensieri e le faccende domestiche, egli rincasò molto presto e, visibilmente scosso e pallido in viso, disse che si sentiva male e che c’era qualcosa che non andasse più in lui. Andò nella loro camera e sprofondò sotto le pesanti coperte e vi rimase fin quando non morì dopo qualche giorno di agonia, tremori e deliri. Il dottore che ne constatò il decesso disse che si era trattato di una malattia del fegato, così repentina e fulminea, che lo divorò da dentro, andando a consumare progressivamente tutti gli organi e compromettendo le loro funzioni vitali, mentre da fuori, erano visibili solo vaghi segni, deliri e febbricola costante.
Il funerale fu preparato e consumato in breve tempo. Quasi come se i familiari tutti avessero voluto commemorare velocemente il loro caro defunto, credendo che i postumi della morte avrebbero abbreviato il dolore nei vivi. A causa della loro povertà, malgrado il marito lavorasse come carpentiere, il funerale fu dei più miseri ed Adele, trovandosi senza soldi e senza l’appoggio né morale né economico degli altri familiari, riuscì ad organizzare solo un povero funerale con quei pochi risparmi che mise da parte all’insaputa del marito.
Sola e abbandonata al suo dolore, pianse poco e preferì ritirarsi in un dolore solitario e privato, nel quale nessuno poteva entrarvi, né scomporlo né carpirne la sua vera essenza. I giorni passavano inesorabili ed il dolore in lei cresceva sempre più piuttosto di scemare. Tuttavia le espressioni del suo viso, nonché i suoi comportamenti verso le poche persone che tentavano di conciliarle la solitudine, restavano inalterate, senza i segni della sofferenza a testimoniare le pene che, invece, la mancanza del suo amore le procurava, come un cilicio avvinghiato per bene attorno al suo cuore, che continuava senza tregua a sanguinare.
Terminata la sua visita quotidiana, come d’abitudine, si alzò, sistemò i fiori come meglio poteva, nonostante la pioggia impaziente stesse aspettando di sparpagliarli via, quasi per capriccio, accostò la seggiola all’albero ancora aperta, accarezzò la lapide dell’amato, in un ultimo gesto d’affetto, si avvicinò poi alla tomba accanto a quella del marito, una tomba mal curata, col marmo spaccato in più punti, impolverata e con la croce sempre storta e per sua natura fatta male, e vi pose un fiore, come segno di pietà per quel pover’uomo dimenticato da tutti e senza che nessuno venisse a recargli conforto nell’eterno sonno. Si incaricò, dunque, di renderglielo lei stessa ogni giorno, durante le visite all’amato sposo.
Sulla strada del ritorno, ripercorse col pensiero tutti i momenti più belli trascorsi col marito, occultando quelli brutti e che risalivano agli ultimi anni di convivenza, dopotutto. Cercò di affrettare il passo, poiché le prime gocce di pioggia fredde cominciarono a bagnarle lo scialle che avvolgeva la canuta chioma. Rincasata prima del previsto, appena chiuse la porta dietro di sé, un ultimo rombo di tuono proruppe in tutta la sua maestosità ed una pioggia scrosciante, carica e rumorosa cadde al suolo furiosamente. Le gocce di pioggia parevano rincorrersi una dopo l’altra in un moto perpetuo e incessante ed il frastuono che producevano, andando a precipitare su qualsiasi cosa si trovasse lungo il loro tragitto, era quasi insopportabile.
La giornata trascorse nella quotidianità, rassettando casa, spolverando un po’ ovunque, preparando il pranzo, ricamando nel salone, accanto alla finestra da dove proveniva ancora qualche tenue raggio di luce. Quando giunse la sera, Adele si preparò per la notte e si mise a letto, non senza dare una lieve carezza al cuscino sul quale poggiava la testa del marito e cercando di assorbirne ancora gli odori che restavano, inalando con forza. Si addormentava dopo poco tempo col braccio sul lato del letto dove dormiva il marito in vita.
Quella notte Adele fece un sogno molto particolare, che l’indomani mattina, la tenne in vistosa agitazione e con l’animo in subbuglio. Sognò che due uomini, vestiti con lunghi mantelli neri e col volto non ben visibile, ma quasi evanescente, si appressavano al capezzale del suo letto, ponendosi l’uno di fianco all’altro, separati da un leggero vapore che, d’un tratto, si addensò molto rapidamente ed invase tutta la camera. Adele si ergeva dritta in mezzo al solco che divideva i materassi, portandosi un lembo delle coperte sul volto terrorizzato da quella ferale visione. Gli occhi delle due entità erano quasi trasparenti e la loro evanescenza non consentiva di fissarli, ma vi si poteva benissimo guardarvi attraverso.
Uno dei due uomini, improvvisamente, iniziò a parlare con voce profonda e riverberata da un eco penetrante. “Oh Adele, oh Adele – deliziosa creatura! Ti incontrai in autunno sotto un melograno e ne raccoglievi i frutti mettendoli in un cesto di vimini, che avevi sottobraccio. Tuo zio ti osservava da lontano, accorto a non farti precipitare dal ramo che ti teneva. Poi venni io, che timoroso ma subito rapito dalla tua bellezza, mi presentai ai tuoi occhi verdi e amorevoli. Ricordi? Ci amammo come non mai. Ricordi? Quelle lunghe passeggiate lungo i rivi del boschetto di fragole, dove consacrammo il nostro amore all’ombra dei cespugli e sul sentiero di fresche verzure sempreverdi. Ci amammo tanto. Poi venne la noia e il nostro amore si consumò in breve tempo. Parlerò in nome della morte – oh Adele – deliziosa creatura! Quando ci sposammo, bruciai i miei giorni in loschi affari e, strattonato per la strada, ubriaco, drogato, sotto gli occhi giudicanti dei passanti, decisi di buttar via la mia esistenza, consolandomi con i vizi e gli eccessi. Ebbi, così, molte donne e, di notte in notte, mi consumavo in feroci amplessi, i cui piaceri mi dilettavano e mi inebriavano i sensi. Il tuo volto era sempre più distante e non ne provavo più vergogna nel tradirti, tutt’altro. Immaginavo la tua faccia sorpresa nel vedermi mentre possedevo carnalmente un’altra bella donnetta, mentre le mie mani serpeggiavano sulla sua pelle madida e dai pori in orripilazione, pensando a come ti saresti sentita umiliata dal non avere mai ricevuto in vita da me simili trattamenti, poiché tu volevi un amore casto, puro. Volevi un amore fatto di abbracci, di sguardi, di carezze e di sesso celeste. Ma a me non bastava, no, non bastava tutto questo! Io volevo il piacere di possederti! Volevo tenerti fra le mie braccia e martoriarti, seviziarti col mio sesso, come fanno gli animali. Perché in noi v’è sempre un comportamento bestiale, Adele, e questo era in me, mentre tu eri per piaceri più eccelsi.
Dopo i tradimenti ed i soldi sperperati in simili torbidezze, riuscii a tirare avanti immischiandomi nella massoneria locale. Facevo piccoli lavori, nulla di serio, tanto per cominciare. Poi divenni sempre più forte, importante all’interno della cosca, e gli altri affiliati decisero di eleggermi quale loro persona di fiducia. Non avevo poteri decisionali, ma la mia parola valeva molto. Non c’era azione o decisione che non fosse stata messa in atto se non prima avermi consultato. Questo accrebbe in me un senso di onnipotenza. Mi sentivo accondisceso, capito, stimolato. Avevo tutto: soldi, potere, donne o trastulli vari. Tu eri invece convinta che la mia assenza fosse dovuta agli straordinari che facevo come carpentiere per tirare avanti, senza sapere che fui cacciato da quella bottega subito dopo il nostro matrimonio. Poi vi fu un periodo di crisi. La mia cosca entrò in guerra con un’altra sua acerrima rivale e le cose si misero male. Le uccisioni erano all’ordine del giorno, così come le sevizie e i soprusi. Tutto era fuori controllo e anche all’interno della comunità la compattezza originaria si stava lentamente sfaldando, facendoci cadere in un clima di tensioni e di ostilità anche verso noi stessi.
Non essendo parte diretta di loro, fui il primo obiettivo da eliminare. Facendomi credere in una restaurata serenità e unione, organizzarono un pranzo di dimensioni regali. Decine e decine di portate si seguivano senza tregua. Fiumi di vino e liquori colavano a fiotti, andando a formare dei rigagnoli paglierini sotto l’immensa tavolata e che scorrevano sotto le scarpe di noi tutti commensali. Poi, dopo aver tanto mangiato, cominciai a sentirmi male. Divenni pallido, le labbra scolorite, gli occhi diafani e spenti, le forze che lentamente andavano via, lasciandomi una sensazione di intorpidimento e di contrazioni varie. Non appena persi leggermente i sensi, mi sentii strattonato con molta forza e qualcuno mi riaccompagnò a casa. Tu mi accogliesti e fosti sorpresa nel vedermi così miseramente ridotto. Dopo qualche giorno morii. Mi avvelenarono. Bevvi dai loro calici il liquido venefico che m’uccise. Dal rispetto che ebbi, alla mortificazione di una morte lenta, dolorosa e indegna.
Io fui tutto questo, ma per te fui un marito fedele ed onesto. In nome della morte – oh Adele, deliziosa creatura! – io ti ho raccontato la verità. Se questa possa in qualche modo farmi avere il tuo perdono, te ne sarei eternamente grato, così da rendermi il castigo divino meno sofferente. Non sono tra le fiamme. Non ardo e non gelo. Non ci sono demoni che mi massacrano tra atroci sofferenze eterne, tutt’altro. Sono in un immenso deserto, oh Adele. Un deserto infinito, senza sabbia, senza vento, con un cielo perennemente grigio e siedo su una sedia, mirando il panorama d’intorno. Sono costretto a stare da solo con me stesso e con i miei peccati, con le mie cattiverie! Non v’è peggior martirio che nelle proprie colpe, oh Adele! No, non v’è!”.
Adele, sempre nel sogno, mirava con aria di dolore il fantasma del marito, piangendo. Un dolore così immane, che anche nella realtà ormai il pianto si fece vivo, mentre continuava indisturbata il suo sogno. D’un tratto, il fantasma del marito fece un passo indietro e divenne ancor più sfocato e quasi impossibile da tracciarne i lineamenti. L’altro spettro, del tutto simile a quello del marito, cominciò anch’egli il suo discorso: – “Mia signora, io fui una persona di poco conto. Non feci del male a nessuno e seppur ne arrecai a qualcuno un po’ di quel male che affligge l’umana specie, sempre chiesi perdono e, prostrandomi, con una mano sul petto, domandavo scusa a chi afflissi. Ebbi una vita molto travagliata, infelice, sfortunata. Nacqui in una notte d’amore imprevisto, nel riconciliamento dei miei genitori dopo aver tanto litigato. Inaspettata fu la mia nascita e, malgrado ciò, mi vollero tenere e crescere con tutto l’amore che essi potettero rendermi. Ebbi un’infanzia gioiosa, stretto com’ero nel loro immenso amore, ma la visione di accorato bene che mi avvolgeva i sensi cessò ben presto quando la mia povera madre morì di tisi. Il padre mio, torvo per natura, s’accasò con un’altra donna e non seppi più nulla di lui. Io e mio fratello, più grande di me di molti anni, vagammo nel mare dei nostri tormenti, fin quando non trovammo anche noi la nostra pace e serenità altrove.
Quando venne il tempo dell’amore, mia signora, m’innamorai perdutamente d’una fanciulla bella e coi capelli color del grano, che il vento sconvolgeva in tante ciocche fluttuanti e scomposte. Sempre sorridente e affabile, il mio cuore cadde in preda ai tumulti dell’amore. Eppure, quando volli fargliene mostra di questo amore, porgendoglielo tra le mani insanguinate, ella lo prese, ne morse un pezzo e me lo rese. Da quel dì, mia signora, ella mi imprigionò dentro di sé, prendendo ciò che prima era muto, divenuto poi parlante e scalpitante. Vissi allora nel suo amore infinito, nella speranza di un suo ritorno, di un suo avvedersi d’un amore malcelato per me. Non ritornò. Non ritornò più, mia signora, e vissi in solitudine, lontano dal frastuono del mondo, lungi da tutte quelle cose che appartengono all’essere umano, a quei sentimenti così mestamente innati, che fanno di noi gli esseri più complessi del creato. Mi ritirai in un paese sperduto, in una trista e immensa magione dai soffitti alti e da una biblioteca ricolma di libri, i quali mi resero la pena men cruda e mi tennero compagnia fin quando, sopraffatto dall’emozione e dal singhiozzar perenne del mio cuore mutilato, morii di crepacuore, riverso sui miei scritti, sui quali grondò per giorni il sangue porporino delle mie vene.
Mi trovarono, ed i becchini, sprezzanti della morte, di colei che dà loro sostegno e sazia le loro mogli ed i loro figli, mi presero in malo modo, mi chiusero in una cassa vecchia e consunta e mi calarono in fretta e furia in una fossa. In quella fossa, mia signora, che per lungo tempo ha servito, pulito e curato credendola quella del suo defunto marito. Sì, mia signora, ha ben compreso. Durante tutti questi anni, ha versato le sue lacrime per quest’uomo a lei sconosciuto. Durante tutti questi anni, ha profuso i suoi servigi ad un uomo mai incontrato prima. Durante tutti questi anni, ha accarezzato il marmo scadente della mia tomba ed io, che Iddio mi perdoni per ciò che sto per dire, ne provavo un dolce conforto, di quei conforti e quelle amorevoli attenzioni che mi mancarono in vita, donati da una mano estranea e teneramente vibrante d’amore. So che quell’amore non era per me, ne ero consapevole. Eppure, mi perdoni mia signora, le emozioni che mi davano quelle carezze mi concedevano quel sollievo che non ebbi mai quando fui in vita.
Allora mi dicevo “Oh mio Dio! Quanta fortuna ha avuto quell’uomo, che giace al mio posto, ad aver avuto l’amore e le care gratificazioni da questa povera donna, che si strugge di dolore, che piange ogni dì incessantemente e che, col freddo o col caldo, viene sempre a portare fiori freschi e cure premurose all’uomo che aveva tanto amato! Oh mio Dio, se solo avessi potuto anch’io, magari solo per un momento, per pochi istanti, l’attimo sufficiente acciò che una farfalla possa batter l’ali o librarsi velocemente nell’aria, essere partecipe di quell’amore, di quel sentimento ch’io non provai che per delusione o inappagamento, ne avrei così gioito e reso le dovute lodi a colei che m’avrebbe reso tali amabili riguardi!” Così approfittai, anche a causa della mia immobilità e del mio non più essere, di quelle tenere attenzioni, che rubai – quale atroce parola dalle mie labbra scivola via? – dalle sue mani, mia signora.
Io feci tutto questo, crogiolandomi nelle sue lusinghe sempre mesto. Pur tuttavia, di quell’amore che non era per me, ne raccolsi una lezione. L’amore, mia signora, turba anche l’animo più casto ed austero, e per liberarsi dalla sua prigionia, spesso s’addolora a non vedersi onorato. L’amore non corrisposto, invece, pretende ciò che non gli appartiene, ciò che non fu mai suo e ciò che non gli apparterrà mai. Mi perdoni se ho abusato del suo amore e della sua grande bontà, mia signora. Ma se ne abusai, fu più per errore che per mia scelta, giacché noi altri morti non godiamo che dei ricordi dei vivi e nell’attesa del loro arrivo.” -.
Adele sgranò gli occhi. La sveglia bianca e nera sul comodino segnava le otto e trenta, quando cominciò a produrre il suo tipico trillo. Si ridestò in un mare di sudore, nonostante il freddo pungente di quelle notti di quasi inverno. Si tastò il volto ancora inumidito dalle lacrime versate nel sonno, scoprì la pesante coperta che la ricopriva interamente e si alzò, non senza prima essersi avvolta nella vestaglia celeste, che riponeva sulla spalliera d’una poltroncina foderata di spenti colori accanto a sé. Si guardò nello specchio e s’accorse di avere il volto provato e gli occhi rossicci e gonfi, ravvedendosi di aver pianto durante quel sogno così inquietante, che le tolse per un bel po’ la facoltà di poter pensare ad altro.
Si preparò con calma e senza fretta, come ogni giorno. Eppure, quella mattina era iniziata in un altro modo. Come se la verità tutta intera le fosse stata gettata in faccia, Adele rimase scossa per tutta la mattinata, continuando ad arroventarsi il pensiero. Non sapeva a cosa credere, a chi credere. Se fosse stato un semplice sogno o se, per davvero, le anime di quelle due entità le avessero parlato, ognuna recando con sé la propria verità. Se pur fosse stato reale, quale sarebbe stata la sua scelta? Avrebbe continuato a portare fiori e curare la tomba d’uno sconosciuto o avrebbe semplicemente cambiato tomba, spostando le sue cure ed i suoi pensieri all’altro avello, quello su cui posava un fiore ogni giorno in segno di rispetto e pietà per quella persona abbandonata e dimenticata?
Adele tornò al cimitero, come tutti i giorni. Comprò i fiori sotto casa sua, come tutti i giorni. Si ritrovò così a ripercorrere quel sentiero lastricato e consumato dalle scarpe dei passanti e dai carri, che recavano con sé i nuovi abitanti del luogo. Sempre ricurva e con la sua andatura lenta e a passi tardi, salì i pochi scalini che la separavano dal giardinetto. Decelerò maggiormente il suo passo, che quasi pareva immobile e fluttuare nell’aria. Intanto, da lontano, i necrofori perpetravano la loro opera di ostetrici della morte a ritroso, riponendo in fosse o in loculi all’aperto ciò che non aveva più vita e che dunque godeva di minor rispetto e prestigio di chi, invece, ne aveva ancora una, anche se miseramente sprecata o già fetida di consunzione.
Adele si ritrovò dinanzi alle due tombe, identiche a come le aveva lasciate. Il tempaccio burrascoso non riuscì a scomporre il lavoro di manutenzione che ella aveva effettuato il giorno prima. Rimase per qualche minuto in meditazione, esattamente ferma sulla piccola zolla di terra che le separava. Un colpo improvviso di vento freddo le sferzò il viso e le mosse lo scialle che aveva in testa, liberando qualche ciocca di capelli. Istintivamente, chiuse gli occhi, inspirò profondamente e, quando li riaprì, abbozzò un lieve sorriso. Si mosse così in direzione della tomba che aveva creduto quella del marito e cominciò a rassettare per bene, come tutti i giorni.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...