Intervista a Samuele Fabbrizzi e Vito Pirrò, autori di “Grosso Guaio a Dorba Rocchese”


Buongiorno a tutti, amici del Ritrovo.

Dopo una pausa dovuta al superlavoro del sottoscritto, riprende la sezione dedicata alle interviste. Oggi ospitiamo Samuele Fabbrizzi e Vito Pirrò, autori di un’opera scritta a quattro mani: “Grosso Guaio a Dorba Rocchese” è un horror dall’ambientazione tutta italiana, diviso tra malavita e mostri mutanti, e segna il debutto di Dark Twin, collana nata dalla collaborazione tra la coppia editoriale di Righe Gemelle e la piattaforma di self-publishing di PubMe.

Curiosi di saperne qualcosa in più?

Gli autori si descrivono così:
Samuele. Alto, muscoloso, affascinante, con il sorriso smagliante e lo sguardo che uccide.
(Non allegate una foto all’intervista, vero?) [i lettori possono sempre spiare il profilo Facebook, n.d.r.]
Vito. Sono del ’74 e fin da piccolo sono un appassionato di film e fumetti horror. Un’adolescenza in compagnia di Freddy Krueger, Venerdì 13, La Casa e L’Esorcista. Solo per citarne alcuni. Da qualche anno sto provando a far convivere questa passione con un’altra più recente. La scrittura.

Per la prima volta, gli autori ospitati nel blog sono due, perciò facciamo un piccolo esperimento: entrambi risponderanno alle domande, senza conoscere uno le risposte dell’altro. Ci avvaliamo della collaborazione della mefistofelica (tiè) Federica Gaspari di Righe Gemelle / Dark Twin per gestire i passaggi delle domande e vediamo cosa decidono di raccontarci in questa intervista. Buona lettura!

Quando è nata la vostra passione per la scrittura? Da quanto vi dedicate con costanza?
Samuele. Fin da bambino ho sentito il bisogno di raccontare storie. Le maestre spiegavano e io creavo mondi. Poi sono cresciuto. Sono andato al liceo. Lì erano i professori a spiegare e io continuavo a creare mondi. Forse perché la realtà non mi ha mai entusiasmato un granché.
Dedico molto tempo alla scrittura eppure non è mai abbastanza. Ho pubblicato il primo romanzo nel 2009 e da quel momento si è trasformata in un’ossessione.
Vito. La passione l’ho sempre avuta, ma tenevo racconti e poesie rinchiusi nei quaderni. Da qualche anno ho deciso di provare a espormi. Di sottopormi al giudizio di concorsi letterari e case editrici. E dei lettori. I più importanti.

Da cosa è scaturita la decisione di collaborare per scrivere un’opera a quattro mani?
Samuele. Sono un tipo solitario e non amo il lavoro di squadra, ma con Vito è diverso. Abbiamo molte cose in comune. Inoltre lo apprezzo molto come scrittore.
Quando mi ha proposto una collaborazione ho accettato senza problemi. Il soggetto mi è piaciuto fin da subito e la possibilità di curare un personaggio a testa ha reso tutto più semplice, permettendoci di essere noi stessi senza pestarci i piedi a vicenda.
Vito. Io e Samuele ci conosciamo da un po’ tramite concorsi letterari e scambi di alcuni scritti per delle valutazioni o editing veloci. Abbiamo scoperto di avere gusti molto simili riguardo al mondo horror e i nostri stili potevano coesistere, secondo me. Gli ho proposto la cosa, lui ha accettato. C’era anche la curiosità di provare qualcosa di diverso. Non avevamo mai scritto a quattro mani prima.

Quando è nata l’ispirazione che vi ha portato a scrivere “Grosso Guaio a Dorba Rocchese”?
Samuele. Dovreste chiedere a Vito. Il soggetto è suo. Io mi sono occupato di Stecca, il sadico del duo, un personaggio dalla personalità complessa (un po’ come il sottoscritto), volutamente stereotipato, una miscela esplosiva che racchiude le caratteristiche di molti assassini (esistiti e non) ormai promossi dalla società a icone pop.
Vito. Appena sancita la collaborazione. All’inizio il romanzo doveva essere un pulp. Poi la storia si è spostata verso l’horror in modo quasi naturale.

grosso guaio a Dorba Rocchese

Il punto di forza del romanzo breve “Grosso Guaio a Dorba Rocchese”
Samuele. Mi piace considerare “Grosso Guaio a Dorba Rocchese” un B-Movie da leggere. Il sito Scheletri lo ha paragonato a film cult quali “Dal Tramonto all’Alba”, “Evil Dead” e “La Horde”, quindi direi che l’umorismo nero, lo splatter e le scene d’azione sono i punti forza del nostro romanzo.
Vito. I dialoghi e il modo di parlare di Stecca.

Il romanzo breve “Grosso Guaio a Dorba Rocchese” piacerà sicuramente a tutti quei lettori che…
Samuele. Amano i ritmi pulp, le scazzottate, i dialoghi velenosi, il sangue e i mutanti.
Piacerà sicuramenti a tutti quei lettori amanti dell’horror che vogliono staccare il cervello e divertirsi. “Grosso Guaio a Dorba Rocchese” è un romanzo da pop corn (e birra, ovviamente).
Vito. Amano il black humor, gli splatteroni anni ’80 e il Pulp.

Cosa pensate del self-publishing rispetto all’iter editoriale tradizionale? Perché scegliere uno o l’altro?
Samuele. Personalmente preferisco passare attraverso le case editrici, ma non ho niente contro i self-publisher. È una questione di scelte. I marchi non sono sempre sinonimo di qualità.
Vito. Ho amici autori che hanno pubblicato con il self-publishing e si dicono soddisfatti. Li ho comprati e letti e sono lavori curati come si deve. Scritti bene, editati seriamente e con storie interessanti. Paghi tutto di tasca tua, anche la stampa, ma il ritorno economico c’è, e se il self-publishing lo si usa in questo modo credo possa funzionare. Le CE (quelle serie), invece, valutano il tuo scritto, ti propongono un contratto e mettono a disposizione editing e canali digitali per avere visibilità. Tutto a carico loro, ma il ritorno economico è minore.

Quanto tempo dedicate all’editing dei vostri lavori?
Samuele. Decisamente troppo.
Ogni volta rileggo il romanzo fino all’esaurimento nervoso. L’editing è uno dei processi più frustranti e noiosi per uno scrittore. Per questo alla fine m’incazzo, mando tutto al diavolo e decido di spedirlo così com’è (ossia dopo minimo cinque revisioni).
Vito. Io molto. A volte, dopo aver scritto un racconto lungo per intero, riscrivo interi capitoli. E anche quando ho finito e spedito a CE o concorsi ho sempre l’impressione che mi sia sfuggito qualcosa.

Come vi organizzate per gestire le attività “collaterali” (su tutte, la promozione) del lavoro da autori?
Samuele. Questo è il mio punto debole. Non sono bravo a “vendere” il mio prodotto. È uno dei motivi per cui preferisco affidarmi alle CE.
Molti scrittori emergenti fanno “gruppo”, si lasciano recensioni a cinque stelle e si coccolano come amanti. Tutto pur di guadagnare un lettore in più. Tutto pur di vendere una copia in più. A nessuno interessa veramente dell’altro.
Io invece commento chi voglio, mi complimento con chi voglio e ignoro chi voglio. Non faccio pompini in cambio di recensioni. Spiacenti.
(Si può dire ‘pompini’ in questa intervista?) [uhm… devo decidere, nel dubbio lascio, n.d.r.]
Vito. Non sono molto bravo a promuovermi. È una pecca, lo so. Non ho una schiera di lettori pronta ad aiutarmi col passaparola. E non ho la possibilità di andare in tutte le fiere del libro a pubblicizzare un mio lavoro. Una volta ho fatto anche un’intervista dal vivo e non è andata benissimo. Sono un po’ schivo in quel senso. Quindi non prendete esempio da me.

Secondo voi, quando e secondo quali condizioni un autore può davvero definirsi uno scrittore?
Samuele. Per me un autore può definirsi scrittore dal momento che viene pubblicato, ha una sua cerchia di lettori e riceve una remunerazione (seppur minima) per il lavoro svolto.
Uno scrittore affermato invece è colui che riesce a campare con le parole (che invidia!).
Vito. Quando i tuoi lavori vengono apprezzati e riconosciuti da lettori e critica. E non parlo di familiari e amici. Ci vuole qualcosina di più.

Oltre a essere autori, siete anche lettori?
Samuele. Sì, certamente, anche se ammetto di essere uno di quelli che ha iniziato prima a scrivere e solo dopo a leggere per piacere.
Inoltre sono un lettore rompicoglioni. Mi annoio facilmente. Non sopporto le descrizioni interminabili, i giri di parole e le pagine in eccesso, ossia quelle scritte esclusivamente per allungare il brodo o per il semplice piacere di farlo.
Naturalmente ho il mio Olimpo di scrittori preferiti (non solo horror): Bukowski, Palahniuk, Welsh, Ellis, Lansdale, E. Lee e Mellick III.
Vito. Sì, pigro, ma lo sono. Ho cinque, sei libri in lettura sul comodino della camera da letto. Con calma.

Romanzo preferito e quello che consigliereste a un adolescente che voglia avvicinarsi alla lettura?
Samuele. Il mio scrittore preferito resta Charles Bukowski, quindi direi “Panino al prosciutto”.
A un adolescente consiglierei di comprare un libro… con le pagine bianche.
Vito. Non ho un romanzo preferito. Ho un autore preferito: Lansdale. Riguardo all’adolescente, dovrebbe seguire i suoi gusti. Andare in libreria e cercare un romanzo che lo incuriosisca, di qualunque genere si tratti. Magari farsi consigliare dal libraio. Io ho fatto così e mi hanno proposto Lansdale. Da allora ho comprato tutti i suoi romanzi.

Cosa si potrebbe fare, a vostro parere, per incentivare la lettura?
Samuele. Sequestrare tutti i ninnoli tecnologici: smartphone, iPhone, tablet, playstation… e limitare l’accesso ai social network.
Oggigiorno ci sono troppe distrazioni e purtroppo la lettura viene vista come qualcosa di noioso. Alcuni ragazzi addirittura si fanno vanto di non aver mai aperto un libro, neanche a scuola. Sono gli stessi che postano foto degli addominali su Facebook, che sbagliano le h, che parlano di tutto senza sapere niente e così via…
Vito. Le nuove generazioni possono cambiare il trend desolante del nostro paese. Nel nostro piccolo, io e mia moglie portiamo spesso nostra figlia in libreria o in biblioteca e le facciamo scegliere una o più storie che potrebbero piacerle. Ogni sera ne leggiamo una. Adesso è in prima elementare e sta imparando. E quando la vedo prendere un libro di fiabe piuttosto che guardare la tele sono felice.

Cosa credete che cerchino i lettori in un romanzo? E cosa vuole offrire il vostro?
Samuele. La letteratura è una via di fuga tanto per il lettore quanto per lo scrittore.
Vito. Qualcosa che incontri i loro gusti e che li faccia immergere nella storia. Grosso Guaio a Dorba Rocchese offre una storia Pulp/Horror intrisa di black humor e splatter.

C’è un libro che amate particolarmente e di cui vi piacerebbe una trasposizione cinematografica?
Samuele. Ogni volta che scrivo qualcosa è come se guardassi un film, quindi rispondo “La Fabbrica di Farfalle”, il mio quarto romanzo.
Non ho manie di grandezza e non è questione di superbia, piuttosto di amore viscerale.
Ah, e vorrei Eli Roth alla regia (capito, Vito?)
Vito. Più che di un libro direi di un fumetto: Berserk di Kentaro Miura.

Ringrazio Samuele e Vito per aver risposto a tutte le nostre domande. E voi, Amici del ritrovo, se le risposte vi hanno incuriosito, potete verificare con mano il risultato della loro collaborazione: cliccando questo link sarete indirizzati alla pagina di acquisto su Amazon. In bocca al lupo per la vostra carriera di autori, Samuele e Vito. E buona serata a voi, lettori!

Gianluca Ingaramo

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