Recensione de “La casa dalle radici insanguinate” di Roberto Ciardiello


Buongiorno a tutti, amici del ritrovo!
La settimana scorsa abbiamo conosciuto l’autore, che ci ha parlato anche del suo ultimo romanzo in un’intervista (se ve la siete persa, questo è il link dove recuperarla) e a distanza di pochi giorni presento le impressioni proprio su “La casa dalle radici insanguinate”.
Coincidenze? Io non credo.
L’opera è disponibile a questa pagina, in formato eBook (gratis per Kindle Unlimited, a prezzo onesto per gli altri) e cartaceo. Questa la sinossi:

Cupo, Mago, Skizzo.
Tre figure in agguato nell’oscurità, tre predatori in mezzo agli alberi, un unico obiettivo: svuotare la cassaforte di Villa Marchetti, residenza di facoltosi gioiellieri romani.
Il piano: sorprendere la coppia di ritorno dal lavoro, entrare in casa, arraffare il possibile e filare verso una nuova vita, lontano dalla periferia degradata della città.
Un gioco da ragazzi, come armare il cane di una pistola dalla matricola abrasa. Cupo, Mago e Skizzo questo credevano.
Finché non hanno aperto la porta sbagliata.

la casa dalle radici insanguinate

Braccato, un topo in gabbia nascosto agli artigli del gatto.
Finito.
Chiuso a chiave nel bagno extralusso al piano superiore della villa, Skizzo aveva in mente una sola parola: scappare, scappare, scappare. Un martello pneumatico nel cervello, l’unica azione in grado di calciarlo tra le braccia di Madre Salvezza.

Veloce come un proiettile, o se vogliamo come l’incipit del romanzo, un prologo in media res da manuale che più d’azione non si potrebbe. Sappiamo fin da subito come andrà a finire (o quasi…) e la prima parte del romanzo non gioca certo sull’aspetto sorpresa: siamo convinti di trovarci di fronte a un thriller che parli di una rapina in Villa Marchetti, con protagonisti usciti dai bassifondi alla ricerca del colpo della vita. Certo non vanno molto per il sottile, e diverse vicende di cronaca nera degli ultimi anni conferiscono un alone di verosimiglianza alla narrazione, però ci si domanda cosa possa essere intervenuto a ribaltare così la situazione. Perché sembrano avere tutto sotto controllo, eppure dal prologo sappiamo che non è così.
La prima parte del romanzo è avara di indizi, gioca con il lettore attraverso una serie di flashback a incastro, che ne costituiscono un elemento di originalità pur rallentandone il ritmo. Visive le descrizioni, rese in fermi immagine cinematografici e impreziosite proprio dai riferimenti filmici, in particolare da produzioni anni ottanta che renderanno felici gli appassionati del genere.
Kubrick, Tarantino e, soprattutto, Lamberto Bava sono i primi che mi vengono in mente.
Per tornare alla storia, frammisto all’evolversi della rapina conosciamo il vissuto dei protagonisti, e più li conosciamo più aumenta la soddisfazione nel sapere come andrà a finire: Cupo e Mago li vedremmo bene chiusi in una cella, premurandoci di buttare via la chiave; Skizzo è il più giovane, manteniamo un atteggiamento neutro perché da un lato si capisce che è stato preso in mezzo, ma dall’altro nessuno l’ha costretto. Lui stesso sembra chiedersi cosa ci faccia lì. Dal canto loro, i coniugi Marchetti, facoltosi gioiellieri del posto, sono inermi e spaventati a morte, eppure capaci di opporre una certa resistenza e di far innervosire i rapinatori. Ho fatto un rapido cenno ai personaggi, che sono il punto cardine del romanzo. Lungi dall’essere bidimensionali, strumento utile soltanto alla costruzione dell’intreccio, beneficiano di un approfondimento che conferisce spessore e li rende reali in pensieri e motivazioni.
La seconda e la terza parte (quest’ultima brevissima) staccano in modo netto dal primo capitolo e virano verso i territori dell’horror con una lunga serie di sorprese, che in qualsiasi recensione che si rispetti possono ricondursi al classico “non è tutto come ti aspetti” sempre più intuibile a partire dalla conclusione del primo capitolo. Anche qui, alcune digressioni ci portano a ritroso, dosando con precisione le rivelazioni. Più dinamiche rispetto alla prima, sono le pagine che ho trovato più originali e preferito. Riprendo un attimo il parallelismo cinematografico: avete presente “Dal tramonto all’alba” di Tarantino? Certo che sì, ovviamente. La struttura del romanzo è in un certo grado riconducibile, con la prima parte noir/pulp e un proseguimento horror, all’apparenza slegati ma che insieme funzionano benissimo.
A questo punto, non voglio aggiungere altro, perché andrei a rovinare il piacere della lettura. Concludo, come al solito, con un cenno ai pregi e ai difetti. Tra i pro ci metto sicuramente la cura della forma: il testo è scorrevole, stilisticamente e sintatticamente corretto, un ottimo lavoro di editing per self come purtroppo se ne trovano pochi. Lo stile ricorda piuttosto da vicino quello di Stephen King: brillante per capacità visiva e caratterizzazione dei protagonisti, a volte si concede digressioni, permettendosi il lusso di qualche anticipazione. Per definire i contro, sfruttiamo il classico rovescio della medaglia: approfondimento e digressioni comportano una certa staticità di trama, di cui come accennato l’opera risente nella prima parte. Ma ne risente in misura lieve e, in ultima analisi, annoverarlo tra pregi o difetti ricade nelle preferenze personali.

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Cinque stelle meritate e lettura consigliata, agli amanti del genere e a quanti vogliano convincersi che il self non è il male della letteratura, ma può essere una scelta per mantenere il controllo sui singoli aspetti dell’opera. Riprendiamo un attimo l’intervista e troviamo conferma che il testo ha beneficiato di un trattamento professionale, che neppure tutti gli editori garantiscono. Dategli una possibilità e state sicuri che non vi deluderà.
E con questo vi saluto, amici del Ritrovo: appuntamento al prossimo articolo!

Gianluca Ingaramo

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