“La dodicesima stanza”, di Teresa Antonacci (Les Flaneurs Edizioni)


La dodicesima stanza è il quinto libro di Teresa Antonacci, dopo Lasciami sognare (2012 Schena Editore), Rinascerò pesce (2014 Schena Editore), C’è modo e modo (2015 Intermedia Edizioni Orvieto), La casa della domenica (2015 Intermedia Edizioni Orvieto). La scrittura per Teresa Antonacci, che è membro delle EWWA (European Writing Women Association) è solo il passatempo catartico che le consente di essere moglie, madre di tre figli e dirigente di Poste Italiane contemporaneamente. È impegnata attivamente nel sociale, coinvolta personalmente nelle problematiche che attengono alle tematiche dello spettro autistico in tutte le sue accezioni.

la-dodicesima-stanza-teresa-antonacci-webSinossi

Alina ha i capelli rossi, gli occhi verdi e un’intelligenza fuori dal comune: a due anni sa già leggere e contare. Ama sezionare chirurgicamente il mondo che la circonda e ascoltare le storie che nonno Giuseppe le racconta, mentre vagabondano tra i vicoli e gli scogli di Polignano. È un’infanzia atipica, la sua, sempre in bilico fra genialità e disagio, tappe bruciate e bullismo incombente. Perché lei è sempre quella più piccola, quella più brava, quella più forte e fragile insieme. Pesce fuor d’acqua dai “superpoteri” intellettivi e sensoriali, con depressione e anoressia sempre in agguato.
Fino a quando non arriverà Nicola a rompere la sua sfera di cristallo. Un amore tanto forte quanto socialmente inaccettabile che segnerà l’inizio della sua vita vera, della sua crescita obbligata, del suo precoce sbocciare in donna forte, capace di amare e di soffrire.
Questa è la storia di Alina e del suo modo di essere, con la sindrome di Asperger addosso, in un crescendo di emozioni “diversamente” provate tra Polignano, Milano e Parigi, per poi far ritorno al punto di partenza: la dodicesima stanza.

Commento di Monica Zanon (Moka)

L’incipit mi ha fatto sorridere e mi ha avvicinata subito alla protagonista Alina:

“Se fossi nata maschio avrei fatto l’ingegnere, come mio padre. Con lui avrei giocato a calcetto, cercando di fare del mio meglio per non deluderlo; forse ci sarei andato insieme in bicicletta, oppure a pescare sulle terrazze di Polignano, se non in barca o a cala Incina. […] Lo avrei reso nonno, con il suo nome e cognome a continuare a tramandarsi, con le stesse iniziali ricamate su camicie e fazzoletti; perché, se fossi nata maschio, sicuramente mi sarei chiamato Francesco, come il padre di mio padre. […] Stai a vedere che la partorienza, atto femminile per eccellenza, primo effetto causale di trasmissione generazionale, non ha la stessa valenza mnemonica di un nome? Insomma… si aspettavano tutti un maschio, invece ero nata io.”

Mi sono trovata avvinghiata ad ogni singola parola, avvicinata dalla scrittura poetica e dalle descrizioni fuori dagli schemi amalgamati con le note classiche dei luoghi di Mare che, prima o poi, conquistano il cuore di ognuno di noi:

“Mi mancava Polignano. Mi mancava come l’aria, gonfia di nuvole salate, di azzurro croccante, odorosa di acqua e risacca, e gonfia di onde con i pesci nel turbinio della giostra. Erano assenze del cuore, quelle passeggiate tra i vicoli di domenica mattina, tra le scale del tempo di balconi fioriti e panni stesi all’ombra del vento.”

Questo libro sembra essere stato scritto tutto d’un fiato ed io per rendergli omaggio l’ho letto allo stesso modo. Una vita diversa quella della protagonista Alina, una versione dei fatti che ognuno di noi dovrebbe imparare.

valutazione-bellissimo

Moka
Buon proseguimento di giornata! Alla prossima!

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