Recensione di “Contrada delle Case Vecchie”, di Anton.francesco Milicia


Buongiorno, amici del Ritrovo.

Quest’oggi vi propongo una nuova recensione di un romanzo terminato di fresco che mi ha – letteralmente – catturata. Sto parlando di Contrada delle Case Vecchie” di Anton.francesco Milicia.

copertina_miliciaTitolo: Contrada delle Case Vecchie
Autore: Anton.francesco Milicia
Editore: BookSprint
Genere: Thriller/Horror
Disponibile su: Amazon e tutti gli store online

Contrada delle Case Vecchie” è il romanzo d’esordio di Anton.francesco Milicia. L’autore ci propone un genere emulsionato tra il classico poliziesco, il moderno thriller e l’innovativo horror, donandogli un taglio particolare che resterà assai impresso al lettore.

Sinossi: Contrada delle Case Vecchie, paese della Locride, è macchiata da una serie di delitti truculenti ed efferati. L’assassino, ribattezzato “il Fabbro” dai media, spersonalizza le vittime, riservando loro una fine atroce: le immobilizza in luoghi sperduti della zona aspromontana, lasciandole in balia delle sue fidate e amate “gladiatrici”, ovvero sciami di Sarcophaga carnaria. Il caso, da due anni, è sulla scrivania del Maresciallo Pasquale, da poco tempo sotto la direzione del Procuratore Aggiunto, uomo scostante ma di fino intelletto. Giorno dopo giorno, enigma dopo enigma, le autorità vengono catapultate nel mondo criptico e malato del Fabbro, che li guiderà alla scoperta di nuovi e deliranti orrori.

L’esposizione è fluida e fa immergere il lettore in ogni nuovo, scioccante avvenimento. Il romanzo parte dapprima un po’ sottotono e l’autore si dilunga in descrizioni particolareggiate di elementi non sempre utili al fine narrativo, offrendo però al lettore veri e propri scorci socio-architettonici che sono, di per sé, piccole perle. Ciò potrebbe portare il pubblico ad arrendersi, ma sarebbe un grave errore: la storia parte lentamente, per aumentare di vigore pagina dopo pagina, sino a raggiungere il crescendo finale.

L’opera non si presenta lineare: i capitoli si alternano, lasciando spazio ai diversi personaggi che popolano l’opera. Vi sono flussi di coscienza e ricordi, pensieri e sensazioni che popolano l’intero scritto, facendo balzare il lettore dalla mente distorta del Fabbro a quella integerrima del Maresciallo Pasquale.

Lo stile di Milicia è particolare, zeppo di citazioni musicali e letterarie: non è impossibile, dunque, leggere un’estrapolazione dei Pink Floyd seguita a poca distanza da un passo della Divina Commedia. Ho trovato interessantissimo l’accostamento di dialoghi e terminologie dialettali, accostate a citazioni latine e inglesismi. Può risultare ostico a qualcuno, ma è indubbiamente una delle sue carte distintive che ha saputo giocare con saggezza e la giusta dosatura. Seppur amante delle descrizioni minuziose, l’autore propone una scrittura sobria e spietata, capace di tirare veri e propri pugni nella mente e nello stomaco del lettore. V’è qualche imprecisione stilistica sparsa qua e là, assieme ad alcune ripetizioni lessicali e concettuali, ma ciò non inficia a mio modo di vedere la qualità del testo.

I personaggi hanno profondità e il loro carattere è definito da flussi di coscienza, dialoghi e comportamenti, differenti per ciascuno. Non sono stereotipati: ciò conferma le capacità di Milicia, che si rinnovano e confermano a ogni capitolo. Particolarmente dettagliata è la struttura mentale del Fabbro, che viene scandagliata in prima e in terza persona, inghiottendo il lettore in una spirale di delirio e onnipotenza.

Curatissima è l’ambientazione: v’è un’attenzione maniacale per i particolari, che rendono possibile una vera e propria visita virtuale dei luoghi descritti. La realtà calabrese prende così forme nette, a cavallo tra scorci paradisiaci e crude scene mafiose. Allo stesso modo, Milicia porta il lettore a conoscere la mentalità di persone e istituzioni, svelando parentesi di vita di una Calabria altrimenti sconosciuta e incomprensibile agli occhi di chi non vi risiede.

Personalmente, ho trovato un romanzo profondo e vivace, capace di attanagliare la curiosità del lettore sino alle ultime righe. Il finale mi ha lasciata a bocca aperta perché, sebbene immaginassi uno svolgimento simile, mai avrei atteso proprio quello proposto dall’autore. L’unico punto debole che ho trovato – se così si può chiamare – sono le imprecisioni di cui ho già fatto menzione e un inizio un po’ troppo diluito. Ho adorato, invece, alcuni personaggi, tra cui il marginale Cenzo – fedele, sadico – e il Fabbro stesso. È questa un’altra peculiarità del romanzo: il lettore dapprima detesta il Fabbro per le atrocità compiute ma, capitolo dopo capitolo, parteggia per lui, sperando nel fallimento di Aggiunto e Pasquale.

Ne consiglio la lettura? Senza alcun dubbio sì, ma solo a coloro che detengono uno stomaco abbastanza forte.

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I miei sinceri complimenti all’autore.

Tatiana Sabina Meloni

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