Recensione de “Il custode del cimitero” di Giuliano Conconi


Buongiorno a tutti, amici del Ritrovo!

il custode del cimitero - g.conconiEccomi con la recensione de “Il custode del cimitero”, seconda opera di Giuliano Conconi che ho avuto il piacere di leggere in poco tempo dopo “Il ritorno del Golem”. Questa volta, ci troviamo di fronte a un’antologia pubblicata dalla Giovane Holden e composta da sette racconti , che ruotano intorno alla figura di Cornelius Stone, becchino in una cittadina inglese di fantasia. Di volta in volta, il nostro costituisce il protagonista o la voce narrante, oppure una semplice ma significativa comparsa di queste storie dal sapore gotico. Sono accomunate da ambientazione e dettagli che si richiamano tra i diversi racconti, andando ad arricchire e completare le caratterizzazioni. Prima di iniziare l’esame dell’opera, trovo doveroso spendere parole di elogio per la grafica della copertina qui a fianco, dove campeggiano una figura ammantata di scuro e accostamenti cromatici d’impatto. Se anche è vero che ai lettori devono interessare soprattutto i contenuti, sono un fervente sostenitore dell’opinione secondo cui pure l’abito abbia la propria importanza e l’occhio richieda di essere appagato. Edizione cartacea curata nella grafica e nell’impaginazione, e offerta a un prezzo abbordabile, soprattutto se confrontato a quello di una versione ebook decisamente cara: per una volta, conviene il cartaceo (qui il link di acquisto).

Ma torniamo appunto ai contenuti, e in questo caso trattandosi di racconti procedo a una rapida analisi dei singoli per trarre in seguito alcune conclusioni generali.

“Il custode del cimitero” è la prima storia, vincitrice del Premio Nazionale Streghe Vampiri & Co, edizione 2014, organizzato dalla Giovane Holden Editore. Qui viene introdotto il nostro Cornelius Stone, inquietante becchino che nasconde un segreto, prima solo vagamente intuito e poi mostrato con una breve immagine, è proprio il caso di dirlo, più efficace di cento parole. Interessante l’idea di utilizzare la metanarrazione, in cui è proprio la voce del nostro a introdurre una storia nella storia. Tema svolto molto bene, soprattutto nella scelta di una chiusa ben lontana dall’essere didascalica: spiegare al lettore per filo e per segno il finale di una novella del mistero trovo che sia equiparabile allo spiegare una barzelletta, cosa che qui si è accuratamente evitato di fare. In conclusione, storia letta e approvata: una tra quelle che più ho apprezzato.

“Al di là dello specchio” è il secondo racconto, in cui l’autore si confronta con la classica tematica dell’immagine riflessa, a ricordarci di quanto possa essere inquietante un semplice accessorio e facile perdersi in altre dimensioni quando l’occhio cade nel punto sbagliato. Ispirazione tratta dai grandi della letteratura, con particolare riferimento a Lovecraft, per una narrazione a mio avviso leggermente sottotono, che ha la sfortuna di essere inserita tra le due più significative dell’antologia.

“Bela Lugosi” è il terzo racconto, sul quale cade in assoluto la mia preferenza. L’esaurito protagonista (che qui come altrove non è il nostro becchino, il quale si limita a un breve cammeo) associa all’attore ungherese interprete del Dracula degli anni trenta la figura di un uomo che crede risalire al proprio passato. Come può essere rimasto uguale a sé stesso, quando lui è diventato adulto? Un’efficace narrazione in forma di diario (mi piace ritenerla un omaggio al Dracula di Bram Stoker, scritto in modo analogo) riporta i crescenti dubbi, fino a una riflessione dello psichiatra che si ritrova a leggere le parole dell’amico ormai a fatto compiuto. Qui propongo una  breve riflessione che ritengo illuminante e significativa per una buona parte dell’opera: “E soprattutto: quanto può arrivare a distorcere la realtà la mente umana? Sempre che esista una sola realtà“. Qui come altrove, il confine tra il quotidiano e il paranormale è molto labile, con la preferenza personale accordata proprio ai due titoli che più giocano con questo aspetto.

“La tomba di Alisa Brown” vede il ritorno di Cornelius Stone come protagonista, chiamato a intervenire per risolvere un mistero grazie alle proprie facoltà da sensitivo. In una classifica personale, lo considero il più debole del lotto, con un andamento senza particolari scossoni e tutto sommato prevedibile. Ha comunque il merito di approfondire la figura del becchino, con particolare riguardo alle sue facoltà, ma anche all’ironia e, visto il finale, a una buona dose di simpatico opportunismo.

“Riposa in pace, fratellino caro” narra come da titolo di amore fraterno, ma anche della sopraffazione verso i deboli e del desiderio di farsi giustizia da soli, con elementi soprannaturali qui più pronunciati che altrove. La storia più lunga del lotto è anche una tra le più moderne in quanto a stile narrativo e contenuti: si può classificare come una storia in cui una rivalsa, all’apparenza legittima, si scontra inevitabilmente con imperativi morali. Apprezzabile la capacità di rendere il dramma.

“Foto finish” nella narrazione di un desiderio di vendetta richiama l’idea de “Il fotocane” di Stephen King, contenuta nella raccolta “Quattro dopo mezzanotte” e qui contestualizzata in modo differente e originale, classificabile come una sorta di omaggio letterario. È assimilabile al precedente in quanto in entrambi l’ambientazione è chiaramente contemporanea, comparendo elementi quali automobili, cellulari e appunto fotocamere, mentre altre storie si possono definire senza età. Per cercare ulteriori parallelismi, torna anche un oggetto stregato e, come deducibile dal titolo, qui siamo alle prese con una macchina fotografica portatrice del presagio sul prezzo da pagare per le tragiche conseguenze dei crudeli eccessi di una serata fuori controllo.

“Le voci dei morti” è la storia che chiude l’antologia, speculare a quella di apertura per l’utilizzo della metanarrazione, laddove però voce narrante è il proprietario del pub vicino al cimitero: si tratta anche nel caso del locale di un elemento ricorrente nei vari racconti, e qui ne viene spiegata la genesi del nome. Mistero e soprannaturale si intersecano nella nostalgia del finale, in cui non manca un’uscita di scena senza pagare del buon custode, che in tutta l’antologia non mette mai mano al portafogli.

E siamo giunti al momento delle considerazioni finali: cercherò di essere breve, in quanto mi accorgo di essermi dilungato oltre l’umana decenza. Tra gli elementi che più ho apprezzato della raccolta, oltre ai rimandi alla letteratura classica del genere (alcuni li ho colti, altri ancora ne troverò sicuramente in una rilettura, che mi propongo a distanza di qualche tempo) è doveroso sottolineare la cura del testo unita a un equilibrio stilistico superiore alla media. Sono assai esigente, e nonostante questo nel voltare una pagina alla volta non ho trovato particolari impuntamenti, anzi le parole sono continuate a fluire in tutta naturalezza, invogliando a proseguire un racconto dopo l’altro. Per concludere, ho trovato intrigante l’idea di trovare un legame tra le varie storie, che trascende il mero genere letterario, al contrario di quanto spesso accade nelle antologie. Anziché realizzare una sorta di opera omnia, inserendo anche alcune pagine scritte vent’anni prima, l’autore ha optato per una complicazione che a mio avviso paga: scovare i riferimenti incrociati delle varie storie può dar vita a un’ulteriore e stimolante caccia al tesoro, nella speranza che il nostro custode prima o poi torni con nuove avventure. Nel frattempo, vi lascio con una lettura assolutamente consigliata!

Gianluca Ingaramo

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