Classici da amare #8: “Illusioni perdute”, di Honoré de Balzac (parte 2)


Buongiorno a tutti, amici del Ritrovo.
La settimana scorsa ci siamo lasciati con un appuntamento. Dopo avervi proposto la prima parte della lunga e accurata analisi dell’opera “Illusioni perdute”, di Honoré de Balzac (a cura di Leonardo Mattei), vi avevamo rimandato a questa settimana per un approfondimento sui personaggi, sul contesto storico, geografico e culturale dello scritto e sull’epilogo.
Cominciamo subito con una panoramica sui personaggi, allora!
Buona lettura.

illusions-perdues-76906LUCIEN

Ormai assurto a simbolo del giovane patologicamente ambizioso, ipocrita, opportunista e velleitario, dell’intellettuale, dell’uomo di lettere che “insegue” ossessivamente il successo, invece di aspettare che venga da sé per merito delle sue opere, di quella generazione di giovani che, secondo l’autore “l’esempio di Napoleone ha rovinato”, si fanno fatica a trovare in Lucien delle qualità positive, qualcosa per cui potervisi affezionare (egli è pur sempre il protagonista!).
Balzac dal canto suo non fa nulla per aiutarci, anzi. Secondo lo stile dell’epoca, il narratore di solito non si pone problemi per quanto riguarda il giudizio e l’interpretazione del personaggio, e invece di lasciare queste riflessioni al lettore gliele offre già pronte, togliendogli buona parte del divertimento. Dunque, anche Balzac mette subito in chiaro la natura di Lucien e il modo in cui questa deve essere considerata già dalla sua memorabile descrizione iniziale, dove arriva addirittura ad anticiparne, neanche troppo velatamente, il destino:

Nel vedere i suoi piedi, un uomo sarebbe stato tentato di prenderlo per una giovinetta travestita, tanto più in quanto, come la maggior parte degli uomini sottili, per non dire astuti, egli aveva le anche conformate come quelle di una donna. Questo segno, raramente ingannatore, era veritiero per quel che riguardava Luciano, il quale, quando analizzava le condizioni attuali della società, era portato spesso, dal suo spirito irrequieto, verso quella deformazione tipica dei diplomatici i quali credono che il successo giustifichi tutti i mezzi, per quanto vergognosi siano. Una delle disgrazie cui sono soggette le grandi intelligenze è quella di abbracciare necessariamente tutto, i vizi come le virtù.

Ma Lucien non è solo questo. La a sua natura oscura e contraddittoria si manifesterà solo nel corso della diegesi, per raggiungere il suo apogeo lirico con la sua epopea parigina. Egli è un calderone, un crogiolo di ingenuità e spregiudicatezza, di poesia e meschinità, di assoluta bellezza e assoluta depravazione, di indicibili bassezze e di eroici riscatti. È un amalgama di sentimenti contrastanti in continua mutazione, che stordiscono il lettore, il quale finisce per non sapere più cosa doverlo considerare, se amarlo o odiarlo, se provare pena per le sue sventure o se indignarsi per le sue scelleratezze. Credo stia proprio in questo la grandezza, il genio del Balzac narratore. Personalmente, non ricordo un’altra occasione nella quale mi sia capitato di arrivare ad amare un personaggio che all’inizio della storia disprezzavo tenacemente, che quasi odiavo.
Per quanto focalizzante però, questi non è l’unico protagonista della vicenda.
Come suggerisce il titolo infatti il cardine, la chiave di volta di questa spirale di avvenimenti, più che in Lucien stesso sembra risiedere nelle sue illusioni, unite a quelle delle persone che lo amano. Se da un lato abbiamo dunque la prevedibile “perdita” delle illusioni di una facile grandezza, di un successo quasi dovuto al “grande uomo di provincia” solo per aver messo piede nella capitale, dall’altro c’è, ancora più amara, quella delle illusioni di sua madre, di sua sorella e di David, nel momento in cui si rendono conto che quel genio in cui riponevano tanta ammirazione e tante speranze non è altro che un mediocre arrivista che non ha esitato a rovinare la sua famiglia pur di finanziare le sue velleità. E non bisogna aggiungere anche la perdita dell’illusione di un inventore, David, che crede di poter reclamare la gloria personale e la fortuna solo tramite il suo lavoro e il suo genio, senza preoccuparsi dei colpi bassi dei suoi avversari?
Analizzandolo da questo punto di vista non si può fare a meno di dolersi per l’assoluta amarezza del romanzo, che d’altronde non può non essere presente in un’opera che voglia definirsi veramente realista. Il lieto fine, la giustizia che punisce i malvagi e premia i virtuosi, per quanto possa sembrare pessimistico, sono cose che non esistono nella vita reale, tranne rare eccezioni.

IL REALE, LA FINZIONE

È motivo di estremo fascino per il lettore moderno l’incredibile disinvoltura con cui, in un’epoca per nulla avvezza a tali ardimenti letterari, Balzac fonde nelle illusioni il mondo della realtà e il mondo della finzione narrativa, anticipando quindi di almeno un secolo una tecnica narrativa che ancora oggi non molti hanno il coraggio e la capacità di utilizzare.
Tutto si mescola in questo caotico microcosmo: personaggi letterari e personaggi reali, pubblicazioni fittizie e opere ben note ai suoi primi lettori, componimenti poetici giovanili dello stesso Balzac vengono presentati come i primi tentativi lirici di Lucien, il suo mediocre romanzo storico e i suoi progetti al riguardo che si basano sui primi romanzi e sui progetti accantonati dell’autore, e molto altro ancora.
Poi, sopratutto c’è il mondo del giornalismo, alla cui descrizione, allo svelamento dei suoi miserabili retroscena e alla cui severa condanna viene dedicata buona parte del secondo volume del romanzo. Non solo Balzac non si disturba troppo di nascondere i giornalisti reali e all’epoca ancora attivi che gli sono serviti da base per la creazione di quelle figure riprovevoli (che comunque non si differenziano molto da personaggi attuali) , di mischiare a riviste e pubblicazioni fittizie i nomi di giornali all’epoca ancora pubblicati, di riportare per bocca dei vari “prostituti intellettuali” le vere esperienze del suo passato da giornalista oltre che le sue considerazioni e il suo pentimento su questa vita.
Addirittura, scatena nell’ambiente giornalistico reale, offeso a morte da questa rappresentazione fin troppo lucida e veritiera del suo ambiente, un’aspra polemica che culminerà addirittura in una velenosa e assolutamente ipocrita stroncatura dell’opera da parte di Jules Janin, suo passato rivale e principale fonte di ispirazione per almeno uno o due membri del pantheon corruttore di Lucien.
Tra i vari elementi di fusione tra reale e irreale non bisogna dimenticare un argomento tremendamente caro all’autore francese: il denaro. In questa come in molte altre sue opere, Balzac sembra esorcizzare o proiettare i suoi costanti problemi finanziari rendendoli un elemento imprescindibile della narrazione. Nelle sue storie il denaro (come del resto nella vita reale) è il principale motore delle vicende, la principale causa del trionfo o dell’annientamento di una miriade di destini.
Il denaro costituisce il principale metro di giudizio dell’autorità di una persona, l’unico vero viatico per la propria affermazione. Questo risulta particolarmente evidente nell’ultima parte delle “Illusioni” dove, più che Eve e David sembrano quasi le cambiali e le speculazioni bancarie i veri protagonisti della storia, rese con una dovizia di particolari quasi eccessiva proprio per l’esperienza accumulata dello sfortunato autore nel venire a contatto con simili nefasti meccanismi. Personalmente, non ho nulla in contrario a mettere in primo piano l’aspetto finanziario all’interno della narrazione, soprattutto se questa ha pretese di realismo, anzi trovo insopportabile l’ipocrisia con la quale questo viene messo da parte e sminuito nella narrativa contemporanea, come se non svolgesse un ruolo di primaria importanza nella vita reale. Ovviamente, senza esagerare, per non rischiare di trasformare una romanzo in una sorta libro contabile.

LA PROVINCIA E LA CITTÀ

Come già detto, Lucien è il solito ragazzo di provincia, che vede la capitale come un sogno dorato, un trampolino dal quale far risaltare la propria grandezza, che egli vede soffocata dall’angusta vita provinciale, da cui finisce inevitabilmente inghiottito e divorato.
È importante, banalmente, tenere a mente la tematica, il connubio provincia/città a cui si deve anche la struttura anomala del romanzo rispetto agli altri del ciclo. Infatti questo è uno dei pochi romanzi della Comédie Humaine ad essere ambientato sia in provincia che in città.
Gran parte delle analisi, delle constatazioni, delle riflessioni del romanzo vertono proprio sulle differenze tra questi due mondi, tra l’ipocrita, bigotta, conformistica, ma in fin dei conti, quasi ingenua società di Angoulême, e la feroce, spietata e divoratrice Parigi. Ogni cosa viene quindi analizzata con la doppia lente della provincia e della capitale, rendendo quindi ancora più duplice e ambigua la natura del romanzo.
Non bisogna pensare però, che queste costituiscano due entità nettamente separate, come molti critici hanno fatto notare.
Angoulême e Parigi sono infatti costantemente in comunicazione, hanno un’esistenza quasi collegata o simbiotica. Sono le cartiere di Angoulême a fornire la materia prima per le pubblicazioni parigine, che a loro volta arrivano in provincia per alimentare il circuito delle stamperie locali, e i giovani come David si recano nella capitale e fanno ritorno “formati”, quando non vi si “perdono”. Lo stesso Lucien vi compie una costante spola che assomiglia quasi al frequente ritorno del Don Chisciotte sconfitto al proprio paesino natio, a differenza dei nobili come madame de Bargeton che fanno ritorno in provincia da vincitori, dopo aver aumentato il proprio potere e la propria influenza nella capitale, e mantenendo rapporti costanti con entrambi i mondi.
Non si può certo dire che questa tematica sia passata di moda o non sia attuale, anche se forse i concetti di “città” e “provincia” si sono ampliati su scala globale e potrebbero essere sostituiti da quelli di “nazioni ricche” e “nazioni povere”

VAUTRIN

Non ho mai preteso di scrivere una recensione completamente obiettiva e imparziale di questo grande romanzo, e questo paragrafo ne è la prova.
Non faccio mistero, infatti, del mio amore per Vautrin, il mio personaggio preferito di tutta la Comédie Humaine e forse vero motivo della mia predilezione per il suo creatore.
Non meraviglia quindi, che nonostante il curato di Toledo Carlos Herrera (ultima gesuitica incarnazione del galeotto) appaia in Illusioni Perdute solo nel suo finale, a salvare Lucien da un forse più provvidenziale e benevolo suicidio per annegamento e obbligandolo a sottoscrivere con lui un patto infernale di assoluta devozione, e che sarà ben più presente nel suo seguito “Splendori e Miserie delle Cortigiane”, io abbia voluto dedicargli un paragrafo a parte.
Il motivo della mia assoluta fascinazione per questo fantasmagorico criminale, personaggio tanto più romantico e irrealistico quanto inserito in un ciclo narrativo prevalentemente realista, figura tenebrosa che getta la sua ombra nel cuore della Comédie, è per me difficile da capire, e ha forse radici nell’umana passione per il mistero e l’irrazionale. Come ci ha insegnato Goethe, dove la luce è più forte le tenebre sono più scure, quindi dove l’impianto narrativo è più razionale, l’elemento misterioso e irrazionale vede decuplicata la sua attrattiva.
Cosa dire di Vautrin/Jacques Collins/Trompe-la-mort/Carlos Herrera, che non sia già stato detto? Di questo diavolo tentatore nato tra le pagine di Papà Goriot, dove tentava inutilmente di fare del ben più posato Eugène De Rastignac il suo primo discepolo/alter ego/amante, e che poi ha spopolato nella produzione balzachiana (fino a prendere anche la forma uno sfortunato dramma teatrale)? Di questo personaggio, nato dall’osservazione da parte dell’autore del celeberrimo ispettore Vidocq, ex criminale datosi alla polizia, e che ben presto si distacca, superando il suo modello? Di certo non posso pretendere di offrire un’analisi della stessa profondità dei critici letterari che già hanno analizzato il personaggio, non ne sarei all’altezza.
A tal proposito però, ne vorrei citare una in particolare, quella di Gaetan Picon, che ritengo oltremodo interessante:

Il patto offerto da Carlos non è quello che un vivente offre a un altro vivente: E’ il patto che il demiurgo, il romanziere, propone all’uomo vinto. Il rapporto di Carlos con Lucien, nel quale il narratore sembra voler rappresentare un rapporto possibile nella vita reale, ha senso solamente come rapporto tra il creatore e le sue creature, del romanziere con la sua opera di finzione.

Quindi secondo questa analisi, che alla luce dello sviluppo del rapporto tra Lucien e Vautrin negli “Splendori”, appare tremendamente calzante ed efficace, Vautrin non sarebbe altro che una metafora, l’allegoria di uno scrittore alla continua ricerca di un personaggio da dominare e controllare, un po’ come in una versione “ al contrario” dei pirandelliani “Sei Personaggi in cerca di Autore”. Io lo trovo semplicemente geniale.
Lasciando da parte queste dotte riflessioni, e tornando alle mie modeste impressioni personali, non posso certo tacere l’interesse suscitato in me dalla natura morbosa dell’ossessivo interesse che Vautrin dimostra prima per Eugène De Rastignac, e poi per Lucien, un interesse, rivolto a giovani che ci vengono descritti come dotati entrambi di una notevole bellezza (e Lucien più di Rastignac), non impiega molto a tradire la sua natura sessuale, anche a causa dell’aperto disprezzo dell’ex forzato per le donne e dei suoi continui apprezzamenti, quasi femminei, per la loro giovanile prestanza. Trovo incredibile, nuovamente, la modernità di Balzac che , sempre due secoli prima che questi elementi riuscissero a trovare spazio nella letteratura contemporanea, non si fa problemi a associare a un personaggio di tale importanza nella narrazione, di tali spessore e profondità caratteriali delle caratteristiche palesemente omosessuali, per quanto parzialmente velate.

EPILOGO

Appropinquandoci alla conclusione di questo modesto commentario su questo capolavoro, sarebbe bene parlare anche dei suoi inevitabili (se non altro per la natura umana dell’autore) difetti; tra questi si annoverano le sue lunghe e tediose digressioni, soprattutto quelle riguardanti la storia della fabbricazione della carta e della sua industria, che possono facilmente far chiudere il libro anche al lettore più volenteroso, alla scarsa o esagerata caratterizzazione di molti personaggi secondari (anche se non si può pretendere un raffinato studio psicologico per ciascuna delle decine di figure che popolano il romanzo) e altri ancora, ma preferisco tacerne, per non fare uno sgarbo a uno scrittore così geniale e così scarsamente sconosciuto, almeno nel nostro Paese.
Uno dei principali motivi che mi hanno spinto a scrivere questa recensione, infatti, è, più che la ben nota scarsa considerazione per i lettori contemporanei verso i classici (sembra che il modo migliore per svuotare una stanza sia parlare di un romanzo scritto più di cinquant’anni fa), l’oblio quasi criminale che affligge questo vero e proprio capolavoro, di cui la maggior parte dei frequentatori delle librerie (che costituiscono già la minoranza della minoranza della popolazione) non conoscono neanche il nome.
Spero vivamente di essere riuscito anche se in misura minima a realizzare questo mio obiettivo, a distogliere anche solo una persona dal solito insipido romanzetto campione di vendite e ad avvicinarlo a questo vero campione della vera letteratura.
Spero che la mia passione abbia almeno compensato la mia scarsa esperienza, e fatto passare in secondo piano la mia mancanza delle competenze necessarie per trattare argomenti così complessi.

Leonardo Mattei

Grazie a Leonardo per questa accurata analisi e a voi per l’attenzione.
Buon week-end e a presto!
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