Classici da amare #8: “Illusioni perdute”, di Honoré de Balzac (parte 1)


Buon pomeriggio a tutti e buon sabato, amici del ritrovo.
Dopo qualche tempo torna la nostra amata rubrica “Classici da amare“, dedicata ai classici della letteratura mondiale. Quest’oggi ospitiamo tra le pagine del blog l’analisi dettagliata e approfondita (divisa in due interventi) di un lettore appassionato di Honoré de Balzac, Leonardo Mattei, il quale ci accompagna alla scoperta della sua opera “Illusioni perdute“.
Buona lettura!

Recensione a cura di Leonardo Mattei

illusions-perdues-76906È strano scrivere una recensione, un articolo su “Illusioni Perdute” di Honorè de Balzac. Ti senti quasi come il suo protagonista, Lucien, intento a scrivere l’ennesima recensione volta a soddisfare gli interessi del proprietario del giornale e dei suoi “amici”, magari alla luce di una lampada ad olio, dopo la solita notte di bagordi. Sì, non sarebbe male, ma lasciamo perdere le fantasticherie.

È difficile scriverne una recensione, soprattutto per uno scribacchino alle prime armi come me: per la vasta portata del romanzo, la sua ipertrofia di contenuti, la sua natura poliedrica e, oserei dire, magmatica.
Si fa fatica anche a trovare un punto di partenza. Potrei iniziare con l’elencare le solite banalità, dirvi che “Illusioni Perdute” è un romanzo pubblicato in tre parti, tra il 1837 e il 1843, che fa parte della Comédie Humanie, l’ambizioso e immenso progetto balzachiano, che si riproponeva con questo di rappresentare ed analizzare quasi scientificamente (quasi, perché saggiamente l’autore lascierà quest’illusorio obiettivo a scrittori più ingenui, come Zola), con una serie di opere che variano dai romanzi ai racconti ai saggi, tutti gli aspetti della società francese, di cui costituisce il capitolo più lungo, che è catalogato più precisamente nelle categorie “Scene dei Costumi” e “Scene di vita di provincia”.

Dopo questa breve introduzione, partiamo con il protagonista, personaggio focale e collante di tutti gli elementi di questo mosaico, Lucien de Rubempré, (o meglio, Lucien Chardon, ma non chiamatelo così in sua presenza!). Già questo doppio nome è indicativo dell’ambiguità del personaggio, della sua divisione tra due mondi, della lotta straziante che intraprende pur di poter rivendicare la sua identità più nobile (agli occhi della società). Ma non precipitiamo i tempi.
Dunque, questa è la sua storia, la storia di un giovane, ingenuo poeta di provincia che divorato dalla sua ambizione e dalla sua brama di successo, ne va alla ricerca nella capitale, dai quali meccanismi spietati viene felicemente schiacciato. Un soggetto piuttosto banale e inflazionato all’epoca, già utilizzato da una miriade di scrittori ma, ovviamente, il tutto sta nel come lo si racconta, altrimenti adesso non staremo qui a parlarne.
Ma non c’è bisogno di essere sbrigativi, sarà utile ripercorrerne rapidamente le imprese, per non perderci la bassezza della sua ascesa e la grandezza della sua caduta.

LA STORIA

Il primo volume, intitolato “I due Poeti” (“Les Deux poètes”), pubblicato nel 1837 come “Les Illusiones perdues”, ci descrive la situazione iniziale del nostro eroe, o meglio antieroe. L’ozioso poeta neodiplomato Lucien vive una vita tranquilla ad Angoulême, viziato sia dalla sua famiglia, cioè da sua madre e sopratutto dalla sorella Eve, che dal suo amico fraterno David Sechard, altro spirito geniale, altro fiore nato nel fango della provincia.
Le appassionate discussioni che i due poeti intavolano nel cortile della stamperia dei Sechard sono per lui l’unico mezzo per scacciare il tedio e assaporare una gloria ancora solo sognata; questo finché non fa la conoscenza di Madame de Bargeton, annoiata marchesa di provincia e aspirante mecenate con un disperato bisogno di un artista da proteggere. E chi meglio del nostro Lucien? Questa parodia del mecenatismo, della salvaguardia e della glorificazione della poesia nella ottusa e materialistica cittadina (è di una comicità assoluta la descrizione del primo e ultimo reading di poesie tenuto da Lucien nel salotto della marchesa), e, infine, questa parodia di una storia d’amore (altrettanto comicamente è descritta l’artificiale “passione” che sboccia tra i due e lo “scandalo” che crea in quella piccola società di provincia) è il primo mezzo di cui si serve il nostro Machiavelli della poesia per raggiungere l’autoaffermazione.
balzacMa ovviamente questo non basta. Come Napoleone non sarebbe mai divenuto grande in Corsica, così Lucien non può divenire grande ad Angoulême. Occorre quindi andare a Parigi, vero e proprio Eldorado per tutti i giovani ambiziosi che non hanno avuto la fortuna di nascervi, terra promessa dove il suo genio potrà trovare il respiro che gli è necessario e dove potrà magari riscattare il nome di famiglia.

È curioso notare però come il suo trasferimento nella capitale avvenga non per un suo ennesimo calcolo o disegno, ma praticamente per caso, in seguito alla decisione della sua amante di sfuggire al trambusto scatenato dalle dicerie sulla loro relazione e dalla quale, una volta giunti a Parigi, verrà prevedibilmente abbandonato. Quasi che l’autore voglia sottintendere a un destino segnato per il nostro sciagurato poeta.
Dopo questa introduzione “provinciale”, è nel secondo volume, pubblicato nel 1839 con il titolo “Un grand’uomo di provincia a Parigi” (“Un grand homme de province à Paris”), che la storia prende il balzo e raggiunge il suo apice, il suo picco di tensione e grandezza narrativa. È senza dubbio questo infatti il cuore pulsante dell’opera: la serie di “seduzioni” subite da Lucien, i mutamenti che provocano nella sua persona e le loro conseguenze.
Il nostro antieroe infatti non esita a farsi sedurre da qualsiasi cosa: prima dalla nobiltà e dalla sacralità del “Cenacolo”, il circolo di (poveri) pensatori e letterati, di spiriti illustri e unici suoi mentori positivi, grazie alla cui influenza si instrada sulla via della vera poesia e della meritata gloria letteraria; successivamente dalla spregiudicatezza e dalla furbizia del mondo del giornalismo, dal quale viene facilmente traviato fino a diventare uno dei suoi tanti immorali servi; infine dalla bella attrice Coraline, figura ambigua e duplice, che agisce per Lucien sia da corruttrice che da salvatrice, per la quale aggraverà il livello della sue turpitudini ma dalla quale infine, sarà forse, e solo per un istante redento.
Come si è detto, come una vergine smaliziata Lucien è ben contento di farsi corrompere dalla spietata società parigina, di entrare nel gioco infernale dell’arrivismo, della feroce sopraffazione sociale. Nel fare questo però commette un errore madornale, che ne determinerà la rovina: Lucien infatti pur volendo utilizzare qualsiasi mezzo pur di far successo, non riesce (vuoi per ingenuità, vuoi per debolezza, vuoi per semplice e recondita bontà), ad osservare per intero le regole del gioco, ad essere cinico fino in fondo, a sferrare il colpo mortale al suo avversario. Ed è proprio questa sua debolezza, questo suo sovvertimento della norma, che la società parigina non gli può perdonare, e il motivo per cui i suoi membri più potenti, tutti i partecipanti al “gioco”, si coalizzano per annientarlo. È proprio la sua conseguente caduta, unita alla sua momentanea“redenzione” in seguito alla struggente morte della sua amata Coraline ad essere la parte più potente e sublime del romanzo.
Completamente distrutto dunque, ridotto all’ombra dell’illustre letterato, giornalista e intellettuale che era diventato in quei brevi e funesti mesi parigini, per Lucien non resta altro che tornare, completamente sconfitto, ad Angoulême.
Il terzo e ultimo volume, intitolato “Eve e David” (“Eve et David”), pubblicato nel 1843, vede le vicende di Lucien sullo sfondo. I veri protagonisti di questo capitolo finale sono infatti Eve e David, che si erano sposati alla fine del primo volume (matrimonio disertato da Lucien per servire i desideri della sua crudele benefattrice), che devono vedersela con le diaboliche macchinazioni e la sadica persecuzione dei Cointet, stampatori rivali di David, che fanno di tutto pur di riuscire ad accaparrarsi l’usufrutto dell’imminente invenzione di quest’ultimo, impegnato da sempre a mettere a punto un rivoluzionario metodo per la fabbricazione della carta. Il poeta torna al centro della vicenda solo nel finale dell’opera, nel suo fatale incontro con il cosidetto “curato di Toledo”, un personaggio ricorrente della Comédie Humaine (il galeotto Vautrin), curioso Mefistofele cui finirà per vendere quel che rimane della sua anima e che lo traghetterà in un altro inferno… Tuttavia, questa è un’altra storia.

Finisce qui la prima parte di questa lunga e accurata analisi di questa immensa opera balzachiana. Per il prosieguo, vi rimandiamo alla prossima settimana, in cui verrà proposto un approfondimento sui personaggi, sul contesto storico, geografico e culturale dello scritto e sull’epilogo.

Grazie per l’attenzione e buon week-end!
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