Di cosa un autore dovrebbe informarsi: diritti morali e patrimoniali sull’opera.


Buongiorno a tutti, amici del ritrovo!

Spesso noi autori siamo capaci di comportarci in modo più ingenuo rispetto ai professionisti di altri settori: è raro che un idraulico venga a sistemarci una perdita senza preoccuparsi del come e quando verrà pagato, mentre è comune che un autore pubblichi sottoscrivendo in triplice copia un contratto come se non esistesse un domani. Se da un lato è vero che in molti scriviamo per hobby, quando firmiamo con un editore assumiamo comunque degli impegni giuridici. Eppure sembriamo disposti ad accettare qualsiasi clausola, magari senza averla letta con attenzione e conoscere quali siano i nostri diritti, per salire su quello che sembra l’ultimo treno per la pubblicazione. Scopriamo in seguito di aver accettato, nelle condizioni riportate a fondo pagina in corpo sei e da siglare col sangue, il pagamento dei diritti ogni venticinque milioni di anni e di aver promesso all’editore l’anima del figlio primogenito, eppure continuiamo a sostenere che per l’arte si debba fare questo e altro, mentre affondiamo i denti per staccarci a morsi un paio di falangi.

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Ma procediamo con ordine, tiriamo un lungo respiro e vediamo che dice l’ordinamento giuridico italiano. Innanzitutto, il diritto d’autore è disciplinato dalla Legge n. 633 del 22/04/1941, che secondo quanto leggiamo all’art. 1 si applica a tutte “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. A differenza del copyright dei sistemi anglosassoni di common law, che per essere tutelato necessita del deposito all’Ufficio Copyright, il diritto d’autore deriva dalla mera creazione dell’opera. Anche nel nostro ordinamento esistono comunque forme di deposito o di registrazione, utilizzate in particolare per attribuire una data certa alla creazione di un’opera e poterla provare in caso di controversie.

Il legislatore italiano riconosce all’autore diritti morali e patrimoniali sull’opera. I diritti morali sono inalienabili, imprescrittibili e irrinunciabili. Richiamo in particolare due articoli della citata Legge sul diritto d’autore, abbreviata come l.d.a.:

Art. 20: “Indipendentemente dai diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera, previsti nelle disposizioni della sezione precedente, ed anche dopo la cessione dei diritti stessi, l’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”.

Art. 21: “L’autore di un’opera anonima e pseudonima ha sempre il diritto di rivelarsi e di far conoscere in giudizio la sua qualità di autore. Nonostante qualunque precedente patto contrario, gli aventi causa dell’autore che si sia rivelato ne dovranno indicare il nome nelle pubblicazioni, riproduzioni, trascrizioni, esecuzioni, rappresentazioni, recitazioni e diffusioni o in qualsiasi altra forma di manifestazione o annuncio al pubblico”.

Ne consegue che è da considerarsi nulla qualsiasi disposizione adottata in violazione di questi principi fondamentali: a differenza dei diritti patrimoniali di utilizzazione dell’opera, che possono essere oggetto di contratti, i diritti morali sono incedibili e non si estinguono neppure con la morte dell’autore, potendo essere fatti valere dagli eredi senza limiti di tempo. È invece controverso se, nel caso di cessione dei diritti patrimoniali, l’autore possa conservare la facoltà di opporsi alla distruzione dell’opera (che sia mandata al macero) in forza dei diritti morali, anche se l’attuale giurisprudenza sembra negare in via interpretativa tale eventualità, escludendo di fatto che la distruzione dell’opera possa ledere l’onore o la reputazione dell’autore. Pure il diritto di pentimento sancito dall’art. 142 della l.d.a. viene annoverato tra i diritti morali: “L’autore, qualora concorrano gravi ragioni morali, ha il diritto di ritirare l’opera dal commercio, salvo l’obbligo di indennizzare coloro che hanno acquistati i diritti di riprodurre, diffondere, eseguire, rappresentare o spacciare l’opera medesima. Questo diritto è personale e non è trasmissibile”.

I diritti patrimoniali sull’opera consistono nel riconoscimento all’autore della facoltà di utilizzarla economicamente in ogni forma e modo, originale o derivato (art. 12 l.d.a. e art. 2577 c.c.) e di percepire un compenso per ogni tipo di utilizzo. Sono definiti rinunciabili, cioè possono essere oggetto di cessione a terzi (art. 107 l.d.a. e art. 2581 c.c.) e hanno il limite temporale della vita dell’autore e fino al termine del settantesimo anno dopo la sua morte (art. 25 l.d.a.).

La legge disciplina il trasferimento dei diritti di utilizzazione dell’opera dell’ingegno, la c.d. cessione dei diritti d’autore, limitandosi a fornire alcune regole di carattere generale (artt. da 107 a 114 l.d.a.). Vengono qui dettate alcune regole di carattere imperativo, cioè inderogabili dalle parti, mentre in base al principio della libera disponibilità del diritto il modello da adottare è demandato alla scelta dei contraenti, laddove la disparità del peso contrattuale ha comunque portato a una tipizzazione dei contratti di cessione.

E per oggi chiudo qui, rimandando alla settimana prossima per la trattazione in dettaglio delle regole generali e dei contenuti del contratto. A presto!

Gianluca Ingaramo

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