Recensione di “Un terremoto a Borgo Propizio”, di Loredana Limone


Buongiorno a tutti, amici del Ritrovo.
Nuova recensione, stavolta inerente il romanzo “Un terremoto a Borgo Propizio” di Loredana Limone, edito da Adriano Salani Editore.
Buona lettura!

terremotoTitolo: Un terremoto a Borgo Propizio
Autore: Loredana Limone
Editore: Adriano Salani
Genere: Narrativa generale
Pagine: 388
Dettagli: cartonato con sovraccoperta
Prezzo E-book: 9,99 euro
Prezzo cartaceo: 15,90 euro
Link per l’acquisto: Amazon
Sinossi: A Borgo Propizio va in scena la vita che, si sa, è fatta di cose belle e di cose brutte. Cose belle, il borgo ne ha tante da sfoggiare da quando è risorto a nuova vita, con il Castelluccio restaurato e le imbellettate case del contado, ora affacciate sull’elegante pavé a coda di pavone della piazza del Municipio, e con l’elettrizzante fermento culturale che si respira già fuori della cinta muraria e che sicuramente fa rodere il fegato a fior di città d’arte. Ma un giorno qualcosa di molto brutto, un violento sisma, arriva inclemente a distruggere ampia parte del centro storico, gettando nella disperazione i propiziesi che tanto amano il loro paese. La villa del Comune sembra una scatola con il coperchio sfondato; il pavé è sprofondato quasi agli inferi; i lampioni, ora ciechi e senza luce, con le bocce frantumate, appaiono piegati alla catastrofe; le botteghe e le abitazioni sono squarciate, orribilmente. Felice Rondinella, appassionato sindaco, vive l’immane disastro come un fallimento personale, e Padre Tobia si sente troppo stanco per portare il peso della croce. Perché non si tratta solo del terremoto: al borgo i peccati sono diventati incontenibili e le confessioni scandalo allo stato puro. Non si capisce più nulla, tutto è sottosopra. L’unico fatto certo è che il professor Tranquillo Conforti, trovato a terra nella Viottola Scura, non ha avuto un infarto mentre scappava, spaventato dalle scosse, ma è stato ucciso. Un assassino a Borgo Propizio? La faccenda si complica…

Recensione a cura di Esther Pellegrini

Quando mi trovo di fronte a un editore come Adriano Salani, sinonimo di garanzia e qualità, mi aspetto sempre un testo curato nei dettagli.
Il romanzo “Un terremoto a Borgo Propizio”, della partenopea Loredana Limone, ha una veste grafica accattivante, che rimanda subito a un sapore nostalgico di uno scorcio di vita a misura d’uomo.
Senza voler scomodare Le Corbusier, che con la sua corrente architettonica qui ci azzecca solo per la “vita a misura d’uomo”, superando il potere evocativo della foto in copertina, mi sono accinta a entrare, in punta di piedi, a Borgo Propizio.
Singolare scelta, pur tuttavia simpatica, quella di far presentare il paese da una ipotetica voce narrante che è lo stesso Borgo Propizio, come se esso avesse un’anima e un corpo.
Buona anche l’idea di presentare, un po’ come nei testi teatrali, i vari personaggi e le loro professioni, essendo questo romanzo il terzo di una trilogia su Borgo Propizio.
Addentratami nel paesino succitato, ho iniziato a fare la conoscenza con un vasto corollario di umanità più o meno dolente.
Nei paesi, si sa, tutto ciò che accade è affare pubblico. Di privato non c’è quasi nulla.

L’idea di Borgo Propizio, con i suoi ritmi lenti, le stradine solitarie che portano al Castelluccio, la nuova edilizia antisismica a valle, non fanno altro che riportare al pensiero di ciò che è un’antitesi al giorno d’oggi.
Perché Borgo Propizio è immobile, abbarbicata a un concetto di conservatorismo che nemmeno la modernità scuote. Eppure, i sintomi di modernità si avvertono prima delle scosse telluriche.
Felice Rondinella, sindaco dall’infelice nome, è andato in Moldavia per un gemellaggio che gli fa favoleggiare persino un’attenzione dall’Unesco.
La favola, però, si spezza bruscamente al suo ritorno in Italia, quando rientra in un Borgo Propizio sventrato, quasi coventrizzato dalla forza distruttrice del terremoto che dà il titolo al romanzo.
Il terremoto è un simbolo sia fisico che emotivo e con la devastazione si viene a conoscenza di un omicidio.
Qui entra in gioco il maresciallo Saltalamacchia, il quale deve dipanare una matassa che pare incongruente con tutto il disastro che lo circonda.

Adesso, però, mi preme soffermarmi su un qualcosa che non ha a che vedere del tutto con i personaggi bensì con la struttura del testo.
loredana-limoneL’autrice ha un registro linguistico che non è nelle mie corde. Troppe le subordinate, spezzate da quelle pause brevi che hanno creato, in me, sconcerto e disattenzione.
Troppi anche i calembour che, se usati con parsimonia, possono risultare gradevoli, ma in questo contesto c’è un eccesso al limite della ridondanza.
In generale, poi, non ho trovato quella sottile ironia che altri recensori dello stesso hanno magnificato. Sebbene partenopea, quell’istintivo guizzo mordace che è prerogativa di molti campani, qui latita in maniera lampante.
Benché scevro da errori, refusi, pesci e buchi narrativi, per me il romanzo non decolla. È pesantemente ancorato a un linguaggio che, a volte pare burocratico ed eccessivamente formale (cit. il di lei cognato), a volte stupisce per una digressione grezza (cit. «Si è pisciato addosso»).
I personaggi, poi, sono troppi e ho fatto fatica a inquadrare situazioni, amori e professioni. Ciò è dato anche da un’onomastica che mi ha mandata ancor più in confusione (vedi Marietta e Mariolina).
Oltre questo, le ripetizioni di alcuni concetti, volti a rafforzare un qualcosa o semplicemente a giocare con ironia sulle situazioni, non mi hanno convinta né mi sono piaciute. Cito, a tal proposito, un paio di esempi, contenuti a pag. 77.
[…] umiliato, umiliante occhiolino […]
[…] elegante, tragicamente elegante […]
L’idea di ambientare una storia in una provincia italiana è senz’altro buona, tuttavia il poco afflato avuto con il linguaggio e i personaggi, mi ha dato l’impressione di un romanzo opaco, che avrebbe potuto esprimere maggiori potenzialità mancando, però, l’occasione.

valutazione-passabile
In sostanza, questo romanzo è come un soufflé servito in ritardo. E si sa: se non si mangia dopo un massimo di novanta secondi, il soufflé comincia a collassare su se stesso.
Come questo romanzo, dal mio punto di vista che, mi preme dirlo, è ovviamente soggettivo.

Esther Pellegrini

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