Hanno ammazzato compare Turiddu!


A te la mala Pasqua, spergiuro! – sono le parole profetiche che Santuzza scaglia contro l’infedele Turiddu al termine della settima scena dell’atto unico di Cavalleria rusticana. La condanna di Santuzza, giovane donna siciliana sedotta dal gagliardo Turiddu, giovanotto arriso della tipica spavalderia di chi ha dalla sua parte la spensieratezza delle sue primavere, è la maledizione d’una donna schernita e abbandonata, sedotta con l’inganno, a cui non resta che la mortificazione di un amore ormai spirato e consumato fra le braccia e fra le carni della bella Lola, moglie del carrettiere Alfio.

Cavalleria rusticana
Elena Obraztsova è Santuzza in Cavalleria Rusticana (1985)

L’opera, rappresentata per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma nel 1890, fu al centro di aspre critiche giudiziarie a causa della mancata cessione dei diritti d’autore da parte del padre della novella da cui è tratta l’opera, Giovanni Verga, il quale trascinò il giovane Mascagni in tribunale. La causa sortì una sorta di compensazione, di contentino che non appagò il fautore del Verismo italiano. Malgrado ciò, l’opera di Mascagni ebbe un inaspettato successo, il che spinse Verga a rispondere, quasi per ripicca, cedendo i diritti dell’opera al compositore genovese Domenico Monleone, il quale musicò la sua Cavalleria rusticana, sempre in un atto unico, su libretto del fratello Giovanni. Tuttavia, i problemi che afflissero le neonate opere non terminarono, anzi le tensioni fra Mascagni, Verga e Monleone si inasprirono ancor di più, allorché lo stesso Mascagni, assieme all’editore Sonzogno, intentò una causa all’omonima opera di Monleone, questa volta con l’accusa di plagio. La causa fu vinta dal compositore livornese, e dell’opera del Monleone, suo malgrado, non restarono che pochissime copie in circolazione e, ancor oggi, un’esigua discografia, se non addirittura inesistente, e l’assenza pressoché totale di rappresentazioni nei maggiori teatri operistici del mondo.

Storia analoga alla Bohème, rispettivamente di Puccini e di Leoncavallo, le quali trattavano dello stesso soggetto e furono rappresentate quasi contemporaneamente. Eppure, ancora una volta, il monito urla forte: vae victis! – guai ai vinti! – e l’opera del Leoncavallo dovette soccombere alla popolarità e alla forza editoriale di un Puccini ormai già troppo famoso e assai ben supportato da una schiera di ammiratori, scrittori ed editori, che ogni atto di intromissione veniva replicato con un forte ostracismo verso coloro che potevano rivelarsi rivali, probabilmente, ben più ispirati e appassionati al pari del compositore toscano.

La trama dell’opera, tratta da una novella di Verga contenuta nella prima raccolta di novelle dello scrittore catanese, che porta il titolo di Vita nei campi (1880),  narra dell’infatuazione di Turiddu per la bella Lola, alla quale il giovane contadino, prima d’andar soldato, aveva promesso eterno amore. La situazione si complica quando Turiddu torna un anno dopo, trovando la bella Lola maritata con compare Alfio, di professione carrettiere. Turiddu, per dispetto, seduce Santuzza, una giovane del paese, la quale viene ben presto trascurata non appena Lola intuisce le intenzioni di Turiddu, riavvicinandosi così alla vecchia fiamma, e venendo meno al voto coniugale. Santuzza si sente offesa ed oltraggiata, così si reca prima da Lucia, madre di Turiddu, svelandole la trama ordita dal figlio, dopodiché s’appressa a compare Alfio, rivelandogli la tresca amorosa tra Turiddu e sua moglie. Il disonore, per Alfio, è un prezzo che deve essere pagato con la morte, ma attraverso un rito cavalleresco, ovvero con un duello che decreterà la morte del marito o dell’amante. Adempiendo a questa “cavalleria rusticana”, durante un brindisi in cui si inneggia al vino spumeggiante, allorché Turiddu porge un bicchiere ad Alfio, questi lo respinge con disprezzo, dicendogli: Grazie, ma il vostro vino io non l’accetto. Diverrebbe veleno entro il mio petto. Abbracciandolo in segno di sfida, Turiddu morde l’orecchio destro di Alfio, il quale replica: Compare Turiddu, avete morso a buono… C’intenderemo bene, a quel che pare!

La conclusione dell’opera vede un Turiddu fintamente ebbro, ma pensieroso e fatalmente conscio della sua fine, che si reca dalla mamma Lucia per farle intendere dell’imminente duello con compare Alfio. Turiddu sa bene di non poter sopravvivere al ferro di Alfio, lasciandolo intendere nelle parole della struggente aria conclusiva: E poi, mamma, sentite… s’io non tornassi… voi dovete fare da madre a Santa, ch’io le avea giurato di condurla all’altare. Da queste parole, Turiddu capisce che la spavalderia d’un tempo ha reso dei frutti acerbi e marci: acerbi come i suoi anni, marci come i suoi giuramenti alla povera Santuzza e a Lola. La tragedia è così servita. La sfida ha luogo fuori dalla scena, lontano dal campo visivo e uditivo dell’ascoltatore, il quale comprende, assieme ai personaggi dell’azione, l’esito del duello attraverso il grido disperato e rotto di dolore di una popolana: Hanno ammazzato compare Turiddu! Santuzza e Lucia si abbracciano disperate, gli astanti non credono a ciò che hanno appena inteso, il sipario cala rapidamente su quel Do sovracuto, che Santuzza canta ed urla, al contempo, nel pieno della sua disperazione.

Come detto, l’opera riscosse un ampio successo, ed oggigiorno, è una delle opere maggiormente rappresentate in tutti i più grandi teatri del mondo, unico grande riconoscimento di Mascagni, in definitiva, solitamente assieme a Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, tant’è che entrambe le opere sembrano unite da un destino comune, ovvero la rappresentazione ideologica della realtà, quello che il Verismo nelle lettere aveva professato, e che si era poi tradotto anche in musica. Soprattutto in Pagliacci, il monologo di Tonio, che si presenta allo spettatore come la prosopopea del Prologo, viene considerato come il vero manifesto del Verismo musicale, nel quale si afferma: Dunque, vedrete amar sì come s’amano gli esseri umani; vedrete dell’odio i tristi frutti, del dolor gli spasimi, urli di rabbia, udrete, e risa ciniche! […] Poiché noi siam uomini di carne e d’ossa, e che di quest’orfano mondo al pari di voi spiriamo l’aere.

Malgrado ciò, Cavalleria rusticana non presenta quello spirito di denuncia sociale tipico del Verismo, diversamente dalle opere di Verga, il quale richiamava, nei suoi scritti, la realtà dei fatti, riportandone azioni, comportamenti e peculiarità, che andavano necessariamente urlati al mondo. Mascagni, dunque, non si interessa di denunciare la situazione sociale della Sicilia di fine Ottocento, mentre Monleone, autore dell’altra Cavalleria, segnala quelle che sono le usanze e la cultura del luogo: Santuzza diviene così la raffigurazione della donna sottomessa alle volontà dell’uomo, Turiddu non è altri che il borioso ragazzotto di provincia alla ricerca d’avventura, mentre compare Alfio diviene la genuina rappresentazione dell’arrogante malavitoso locale. Sullo sfondo, una Sicilia di fine XIX secolo, ancora fortemente provinciale e lontanissima dalle usanze della modernità, avviluppata in un torpore arcaicizzante, dove l’onore va difeso a spada tratta, l’etica è dettata da regole severissime non scritte, il cui codice si fonda su precetti che ormai il mondo moderno non comprende più e deride.

Andando oltre queste diatribe di carattere sociale e musicale, l’opera del compositore livornese dona all’ascoltatore pagine melodiche celeberrime e d’una bellezza estrema, come la romanza di Santuzza Voi lo sapete, oh mamma, o l’aria di fine atto di Turiddu: Mamma, quel vino è generoso, o ancora il noto intermezzo sinfonico posto sul volgere dell’opera. Per il suo grande impatto emotivo e per la struggente impennata acuta, risolta in una fermata sul La sovracuto con grande passione, sui versi m’amò, l’amai, colmi di forte trasporto emozionale, Voi lo sapete, oh mamma è il brano selezionato per la conclusione dell’articolo, nella magnifica interpretazione del soprano russo Elena Obraztsova, nello sceneggiato diretto da Franco Zeffirelli del 1985, che vede come protagonisti, tra gli altri, Plácido Domingo nel ruolo di Turiddu, Fedora Barbieri nel ruolo di Lucia, e Renato Bruson nei panni di compare Alfio.

Sergio Piscopo

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