Casta diva, che inargenti…


Tra le opere di Vincenzo Bellini (1801-1835), ve n’è una che, più di tutte, ha segnato l’immaginario collettivo: Norma. Quando si pensa a Bellini, solitamente è la prima opera che ci viene in mente, anche a chi è a digiuno di opera lirica, la semplice melodia di Casta diva, che inargenti queste sacre antiche piante è sufficiente a far associare il motivo musicale al compositore catanese. Tuttavia, malgrado la popolarità dell’opera e delle sue preziose melodie, e Bellini fu il maestro indiscusso del genere del belcanto, ovvero del cantar bene, del preservare la bellezza del canto, senza eccessi e con precisione maniacale, oggigiorno la Norma viene eseguita raramente; maggiori sono le incisioni discografiche rispetto alle rappresentazioni dal vivo. Il ruolo di Norma fu scritto per un soprano drammatico d’agilità, tessitura vocale rara che ben si presta a partiture impervie, e che trovò nel soprano Giuditta Pasta la primadonna assoluta e la prima interprete di Norma. Ciononostante, Norma si è imposta in noi grazie alla magnifica interpretazione di Maria Callas, considerata come l’esecutrice suprema del ruolo, tant’è che uno dei suoi biografi, Henry Wisneski, scrisse a proposito della prima della stagione lirica 1955-56 alla Scala di Milano:

La prima del 7 dicembre è senza dubbio la più bella recita completa di tutte le Norme di Callas che esistono su nastro o disco. La Callas era assolutamente all’apice come vocalità ed interpretazione. Nell’ultimo atto, durante il canto di “Deh! non volerli vittime del mio fatale errore”, i musicisti della Scala suonarono come se fossero ispirati. “Cantarono” con i loro strumenti, eguagliando l’intensità della recita della Callas in scena.

Norma
Maria Callas in Norma

Il soggetto, tratto dalla tragedia Norma ou L’Infanticide di Louis-Alexandre Soumet, venne versificato dal fedele collaboratore di Bellini, Felice Romani, per il libretto, e la prima rappresentazione avvenne al Teatro alla Scala di Milano nel 1831, andando incontro a una clamorosa débâcle dalla quale difficilmente poté rialzarsi. Considerata soprattutto la difficoltà richiesta per il cantante, ancora oggi, i soprani, dopo molti anni di studio, dopo aver maturato una voce in grado di eseguire le richieste dell’esigente Bellini, e sempre con grande rispetto, si accostano lentamente al personaggio belliniano, addirittura mostrando un contegno quasi religioso, vista l’aurea devozionale che avviluppa Norma e la sacralità dell’interpretazione della Callas, di cui solo con gran lena si può eguagliare l’esecuzione.

Il tema dell’infaticidio, presente nell’opera, è solo sfiorato nella tragedia di Bellini e Romani, mentre nella Medea di Luigi Cherubini, altro grande ruolo callassiano, tra l’altro l’opera fu riscoperta e volutamente riportata sulle scene proprio dal soprano greco (si ricorda, inoltre, la trasposizione cinematografica di Pasolini, proprio con la Callas come rôle-titre), è uno dei cardini attorno al quale ruota la vicenda del mito di Euripide. Norma Medea sono accomunate da un carattere talor dubbioso, talor risoluto, vacillando tra la consapevolezza della propria disfatta morale e personale e la forza della scelta, che le porta a compiere due atti estremi: Norma, all’inizio intenzionata ad uccidere i figli, quasi per ripicca nei confronti del proconsole romano Pollione, innamoratosi di una sua sacerdotessa, decide di sacrificarsi per amor suo e dei suoi figli; Medea, mostrandosi algida e decisa, assassina la prole per l’amor tradito del suo Giasone, innamorato ora di Glauce, il quale chiede disperato alla vecchia consorte: Barbara! E i figli miei? – e Medea arditamente risponde: Mi vendicò il lor sangue; al che Giasone incalza: Che ti fecer, crudel? – Medea, nella sua algente postura e con lo sguardo intriso d’una insensibile ferocia, replica con disprezzo: Eran figli tuoi!

La trama ci mostra il consueto triangolo amoroso, composto da Norma, druidessa del tempio di Irminsul, Pollione, proconsole romano nelle Gallie, e Adalgisa, giovane sacerdotessa a seguito di Norma. Dall’unione di quest’ultima con Pollione, nacquero due figli, che Norma tiene segretamente celati, in quanto la regola vieta che una druidessa o una delle sue sacerdotesse possa congiungersi in matrimonio, violando così la propria integrità fisica ed etica. Pollione si innamora di Adalgisa, la quale è sul punto di tradire la sua deità per l’amore del bel proconsole romano (Al mio dio sarò spergiura, ma fedele a te sarò). Quando Adalgisa rivela il suo amore per un inimico romano (Culla non ebbe in Gallia… Roma gli è patria) e la sua volontà di rinunciare ai voti a Norma, questa si mostra dapprima ben disposta a sciogliere i voti della sacerdotessa, ricordandosi del suo amore per Pollione (Oh rimembranza! Io fui così rapita al sol mirarlo in volto… io stessa, anch’io, arsi così. L’incanto suo fu il mio), ma allorché Adalgisa svela il nome del romano, Norma è presa da un ratto fulmineo, da un rossore d’ira che la spinge a dissuadere la bella Adalgisa dall’amplesso col crudele malfattore. Il primo atto si conclude così, con le parole d’empietà della druidessa:

Vanne, sì: mi lascia, indegno, figli oblia, promesse, onore… Maledetto dal mio sdegno, non godrai d’un empio amore. Te sull’onde, te sui venti seguiran mie furie ardenti, mia vendetta e notte e giorno, che il destin t’offerse a me!

Nel secondo atto, assistiamo ad una Norma meditabonda, indecisa se uccidere la prole di Pollione, similarmente a Medea, o se rivelare ai Galli il disonore di Adalgisa, castigo inflitto col fuoco. Nel frattempo, Norma aveva sempre garantito, per amor di Pollione, la pace ai Romani, persuadendo le sue genti a placare l’ira sull’oppressore, e a convivere pacificamente con esso. Come ogni persona innamorata e tradita, Norma non riesce ad essere lucida, e ordina così l’arresto della sua vecchia fiamma (In mia man alfin tu sei), tentando di convincerlo a non portar con sé a Roma Adalgisa, mostrandogli il ferro col quale era sul punto di uccidere i figli (Sì, sovr’essi alzai la punta… vedi, vedi a che son giunta?). L’atto conclusivo vede una Norma arrisa di sacralità, finalmente risoluta nella sua decisione suprema: convocate le sue genti, sta per proferire il nome di colei che i sacri voti infranse, tradì la patria, e il dio degli avi offese. Incita tutti ad ergere il rogo, ma proprio nel momento culminante, durante il quale i Galli si sentono animati da un empio zelo, alla domanda di questi chi è dessa?, Norma risponde seraficamente: son io! Nello stupore generale, Norma svela la sua colpevolezza, salvando Adalgisa, vittima innocente della trama, perdonando Pollione, il quale la segue in lacrime tra le fiamme, implorando il padre Oroveso, capo dei druidi, di prendersi cura dei suoi figli.

Il fascino delle melodie presenti nella Norma va oltre il mero senso estetico del canto, poiché Bellini profonde in ogni frase musicale un concetto di bellezza della linea melodica tanto caro ai compositori della sua epoca, che si tradusse poi con la locuzione di belcanto, divenendo il massimo esponente. In Bellini il canto è puro, soave, preciso e legatissimo, attributi questi ultimi che rendono il compito del cantante assai arduo, giacché bisogna rasentare la perfezione, quando si canta Bellini. In Norma le melodie si susseguono come un unico ampio respiro, che culmina con l’aria finale di Norma Deh! non volerli vittime del mio fatale errore, allorché la druidessa si rivolge al padre, chiedendogli di aver pietà dei suoi figli, mentre s’appresta al rogo, sommersa dalle contumelie del popolo tradito e ignaro della reale causa del suo sacrificio. Sulle note di questa struggente aria, interpretata magistralmente da Maria Callas, l’articolo si conclude con le bellissime note del compositore siciliano.

        Sergio Piscopo

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