Dov’è l’indiana bruna?


LakméLéo Delibes (1836-1891) è stato un valentissimo compositore francese del periodo a cavallo tra il Romanticismo musicale e il Tardoromanticismo, noto al grande pubblico per i suoi balletti, soprattutto CoppéliaSylvia: il primo, che trae ispirazione da un racconto del grande romanziere tedesco Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, narra dell’amore improbabile tra una bambola meccanica e l’adolescente Franz (sullo stesso soggetto, Offenbach comporrà il secondo atto dei suoi Contes d’Hoffmann), mentre il secondo balletto è la trasposizione in chiave danzante del soggetto mitologico dell’Aminta del Tasso, assai celebre al tempo tanto da esser passato alla storia come il primo balletto moderno in virtù della sua musica innovativa, che ispirò molti compositori novecenteschi, tra cui Igor Stravinskij considerato come il fautore del balletto contemporaneo. Al di là dei balletti, di Delibes ci restano meno di dieci opere, di cui alcune incomplete. Fra tutte, per il fascino esotico che traspare da ogni pagina della partitura e per il sapiente uso di un colore orchestrale che rimanda vagamente a un lontano Oriente, Lakmé è senz’altro l’opera più celebre di Delibes, famosa, in particolar modo, per due pagine musicali, le quali oggigiorno vengono inserite nel repertorio di ogni soprano leggero di coloratura: il duetto di Lakmé e Mallika (Dôme épais le jasmin) e l’aria delle campanelle (Où va la jeune hindoue?).

Malgrado non sia un’opera progressista, Lakmé è pur sempre un’opera che attrae il grande pubblico e che affascina milioni di ascoltatori per le sue melodie orientaleggianti, per l’atmosfera da mille e una notte, di cui la protagonista sembra uscita direttamente da uno dei racconti di Shahrazād, e certamente, per il suo finale tragico, per la diversità e per il raffronto tra usanze occidentali ed orientali. L’opera, rappresentata nel 1883, trae la sua fonte primigenia di ispirazione da una novella dello scrittore francese Pierre Loti (Rarahu ou Le Mariage de Loti), confacendosi appieno nel gusto imperante occidentale, sul volgere del XIX secolo, per l’Oriente, cercando di ricreare un’ambientazione quanto più possibile fedele ai racconti e agli spettacoli teatrali allora rappresentati, basati sulle testimonianze dirette di scrittori-viaggiatori o di avventurosi esploratori. Proprio per saziare questo appetito nei confronti dell’esotico, che si tradusse sia in letteratura sia in musica che in pittura, nacquero moltissime opere, perlopiù francesi, su tali soggetti: Le roi de Lahore di Massenet, Lalla-Roukh di David, Djamileh di Bizet, e molti altri compositori musicarono i versi de Les Orientales di Hugo, come La Captive (magistralmente messa in musica da Berlioz) o Attente (Wagner stesso musicò questa bellissima poesia, trascinandoci in una melodia agitata e palpitante di speranza e di sconforto) e Les Djinns, di cui César Franck ne trasse uno dei suoi più famosi poemi sinfonici.

La storia è ambientata durante la dominazione inglese dell’India. Lakmé, figlia del sommo sacerdote Nilakantha, si innamora del generale britannico Gérald. All’inizio, seppur titubante, ella cede alle lusinghe dell’uomo occidentale, il quale ravvisa subito in Lakmé il fascino della donna indiana. A tal proposito, è interessante riportare la frase di Miss Ellen, una donna inglese giunta in India assieme a Miss Rose e alla Mistress Bentson, riguardante proprio la differenza tra la donna occidentale e la donna orientale, secondo il pensiero generale assai diffuso a fine Ottocento:

Ces sont des femmes idéales qui charment instantanément, et nous leur paraîtrons banales, nous qui voulons plaire autrement… Ces beautés célestes savent tout charmer. Mais nous, plus modestes, nous savons aimer.

Sono donne ideali, che affascinano sul momento, e noi parremmo banali, noi che vogliamo piacere in modo diverso… Queste celesti bellezze sanno tutti affascinare, ma noi, più modeste, noi sappiamo amare. (trad. it. Olimpio Cescatti)

Questa filosofia assai iniqua, tipica del pensiero concettualizzato del dominante sull’oppresso, cade miseramente allorché Lakmé, dapprima ritrosa, trova in Gérald l’amore della sua vita. Ovviamente, nel libretto vi sono alcune forzature tipiche del teatro ottocentesco, come l’innamoramento a prima vista, col favore di un pronubo momento idilliaco, e del conseguente ardore della novella coppia. Di contro, però, Delibes è assai abile nel ricreare le atmosfere orientali, sebbene la sua musica evochi anziché descrivere una realtà forse troppo lontana dalla visione del mondo occidentale, piombando inesorabilmente nel cliché del mondo fiabesco e meraviglioso, uno stereotipo che sopravvive ancora oggi alimentato a dovere da racconti, romanzi o trasposizioni cinematografiche. Come nella più tipica tradizione melodrammatica, non v’è un’opera che non sia entrata nell’immaginario collettivo che non presenti una storia d’amore contrastata, col suo inevitabile infausto epilogo. Il sacerdote e padre di Lakmé, Nilakantha, scopre i due innamorati e proibisce alla figlia di proseguire la sua relazione, sfruttando l’amore del generale Gérald al fine di trarlo in trappola: Nilakantha obbliga la figlia di cantare l’aria delle campanelle cosicché possa attirare l’attenzione di Gérald. Questi, riconosciuta la voce della bella indiana, ne segue la melodia, fin quando il sommo sacerdote non lo accoltella, nel mentre che Lakmé riesce a trarlo in salvo portandolo nella foresta, facendo perdere le loro tracce. Curatagli la ferita, i due si giurano eterno amore. Mentre Lakmé è intenta a riempire una brocca con l’acqua sacra al fine di usarla per i preparativi nuziali, Gérald viene richiamato dall’ufficiale Frédéric, ricordandogli che deve rientrare al reggimento. Lakmé, ben conscia di non poter appagare il suo breve amore, si toglie la vita avvelenandosi, per poi spirare tra le braccia di Gérald, intonando una breve aria molto intensa, che preludia al duetto finale, dai versi assai ispirati:

Tu m’as donné le plus doux rêve qu’on puisse avoir sous notre ciel. Reste encore, pour qu’il s’achève, ici, loin du monde réel, loin du monde…

Tu m’hai donato il più dolce sogno possibile sotto il nostro cielo. Resta ancora, perché si compia qui, lontano dal mondo reale, lontano dal mondo… (trad. it. Olimpio Cescatti)

Ancora un amore spezzato, inappagato, incapace di esprimersi nella sua più genuina face, lasciando all’ascoltatore-spettatore un senso di profondo sconforto, soprattutto in virtù dell’amore tra Lakmé e Gérald che pone un interrogativo importante: può l’amore andare oltre il lignaggio, l’orientamento sessuale, il ceto sociale, la casta (Lakmé canta dell’indiana bruna, che dovunque è reietta chi un paria generò) senza vedersi estinto dalla volontà di chi ostacola, per tali ragioni, il sentimento più puro che esista? Forse Lakmé, nel suo candore, non si presta a congetture così particolareggianti, ma ne esprime pur sempre l’intento attraverso il sacrificio, con l’espiazione di una colpa che diventa tale soltanto da chi decide ch’essa divenga tale, da chi stabilisce che l’amore non possa essere sentito per i più disparati motivi summenzionati. Le consolazioni a nulla valgono, poiché tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano… tutti si fanno dovere di parlar di pazienza a chi si torce schiacciato dal peso del dolore, come scriveva Shakespeare, mettendo in bocca queste parole a Leonato in Molto rumore per nulla (trad. it. Maura Del Serra). La sofferenza è un prezzo da scontare in solitudine. Il dolore è un “affare privato”. Lakmé ha scontato con la sua vita il prezzo di un sentire troppo doloroso per consentirle di vivere senza rimorsi o rimpianti, così come la Madama Butterfly di Puccini, che si suicida rammentando allo spettatore: con onor muore chi non può serbar vita con onore.

Giunti al consueto appuntamento musicale, la partitura di Delibes è piena di momenti lirici meravigliosi: dal duetto dei fiori all’aria delle campanelle (air de clochettes) al meraviglioso duetto tra Lakmé e Gérald (C’est le dieu de la jeunesse, c’est le dieu du printemps) sino all’introduzione del secondo atto, con la scena pittoresca del bazar, tra mercanti, marinai, fruttivendoli e popolani, che donano alla vista e all’orecchio dello spettatore un poco di quel fascino esotico così tanto ricercato e così tanto favoleggiato, sino ad imprimersi nell’immaginario collettivo. Scegliere tra una di queste pagine è un compito assai arduo, poiché la musica di Delibes riesce a calamitare a sé l’attenzione dello spettatore dal primo fino all’ultimo minuto, senza mai stancare o scadere nel ripetitivo o nel faceto. La scelta cade quindi sulla breve aria finale di Lakmé e sull’immediato duetto con Gérald (Tu m’as donné le plus doux rêve), nella splendida e struggente interpretazione, cantata in pianissimo, senza eccessi, del soprano francese Natalie Dessay.

Sergio Piscopo

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