Lucia, o sia la pazza per amore


SnapCrab_NoName_2015-9-17_10-15-12_No-00Il titolo dell’articolo, che ricorda moltissimo quello di Nina o sia la Pazza per amore di Paisiello, è significativo a causa della natura dell’opera, la cui vera essenza riposa sulla follia della protagonista. Se nella Nina di paisiellana memoria la povera fanciulla impazzisce per l’amato lontano, per poi rinsavire rendendo al pubblico l’attesissimo lieto fine, nella Lucia di Donizetti, l’epilogo dell’aristocratica donna di casa Ashton sarà infausto, in quanto la follia la porterà alla tomba. Il raffronto fra le due eroine si basa sul fatto che entrambe patiscono le pene d’amore, d’un amore contrastato e infelice a causa di vetuste rivalità tra famiglie di shakespeariana reminiscenza, per le quali le giovani donne si lasciano trasportare dalla follia d’amore, in esiti alquanto romanzati, ma che ben si prestano a deliziare il palato dello spettatore sette-ottocentesco. Tuttavia, mentre Nina incarna lo stereotipo della fanciulla languidamente innamorata, talvolta mostrando un candore lezioso e artefatto, espressione della moda della comédie larmoyante, in italiano commedia lacrimosacommedia flebile come amava definirla l’abate Chiari, assai in voga alla fine del XVIII secolo, Lucia è una nobildonna di fatto e nello spirito, il cui amore verginale è puro e quasi senza tempo, un amore di cui, in tempi moderni, si è sfortunatamente persa la memoria. Eppure, malgrado la raffigurazione angelica della protagonista, Lucia ribolle di contrasti d’animo, di una passione smodata e terribile, di cui già assapora, sin dall’inizio dell’opera, la resa e la tragicità del sentimento.

Lucia di Lammermoor – opera in due parti e tre atti di Salvatore Cammarano, su musiche di Gaetano Donizetti – è una delle opere più celebri rappresentata in tutti i maggiori teatri del mondo. Il soggetto – tratto dal romanzo di Walter Scott, The Bride of Lammermoor – affascina gli spettatori da quasi due secoli, soprattutto in virtù delle sue atmosfere cupe, tetre e ombrose, tipiche delle Highlands scozzesi. Difatti, l’azione si svolge in Scozia alla fine del XVI secolo, nel castello di Ravenswood. La trama presenta molti elementi mutuati da stilemi assai sfruttati nei secoli scorsi, ovvero l’amore contrastato per ragioni familiari, cui si mescolano intrighi, sotterfugi, scambi di identità, rapimenti, matrimoni forzati e l’inevitabile tragico epilogo. In sintesi, Lucia è innamorata di Edgardo Ravenswood, del quale la famiglia della donna ha usurpato ogni bene. Enrico Ashton, fratello di Lucia, venuto a conoscenza dell’amore celato dei due sventurati amanti, è pronto ad ostacolare tale unione ad ogni costo. Durante un incontro privato tra Lucia e Edgardo, questi comunica all’amata di dover partire per il fronte, chiedendo a Lucia di rinnovare la promessa d’amore con lo scambio delle fedi nuziali. Nel frattempo, Enrico annuncia a Lucia la sua decisione di darla in sposa a Lord Arturo Bucklaw. La giovane, convolata a nozze segrete con l’amato Edgardo, rifiuta categoricamente di sposare Lord Arturo, ma allorché il fratello le comunica che Edgardo ha intenzioni di sposare un’altra donna, Lucia accetta. Ovviamente, la notizia è fasulla. Da questo momento, le sorti della sanità mentale della protagonista iniziano a vacillare, e lentamente Lucia sarà condotta alla follia tramite una escalation di colpi di scena, che la condurranno alla morte. Uno fra questi, è l’irruzione di Edgardo durante la cerimonia nuziale fra Lucia e Lord Arturo, quando il rampollo di casa Ravenswood restituisce l’anello a Lucia, chiedendo di rendergli il suo  (Riprendi il tuo pegno, infido cor… Il mio dammi!).

La complicata storia che fa da sfondo all’amore dei due mesti innamorati è tipica di molta letteratura ottocentesca, ma l’originalità dell’opera donizettiana risiede nella celeberrima scena della pazzia, uno tra i più celebri e riusciti momenti clou di tutta la produzione operistica sino ad allora prodotta. La scena si colloca verso la fine dell’opera, nel secondo quadro del secondo atto, allorché Lucia impazzisce per essersi sentita rifiutata dal suo amato Edgardo, a causa delle fallaci notizie riportate ad entrambi, e per questo uccide il suo promesso sposo, Lord Arturo Bucklaw. La sposa imbrattata di sangue, si presenta con sguardo trasognante e ancora col ferro insanguinato fra le mani. Il dolce suono mi colpì di sua voce! Ah, quella voce m’è qui nel cor discesa… Edgardo, io ti son resa: fuggita io son da’ tuoi nemici… Lucia crede di interloquire col suo amato, lo esorta ad andar via prima che li scoprano, scorge l’altare su cui sarà celebrata la loro unione nell’amore e nella gioia (Ardono gl’incensi… splendono le sacri faci intorno! Ecco il ministro! Porgimi la destra… Oh, lieto giorno! Alfin son tua, sei mio…).  La poverina, lontana dalla realtà e completamente in balia della follia, si rivolge al vuoto che la circonda, ignorando le suppliche degli astanti, tra le quali spicca quella dell’iniquo fratello, il quale porta via la sorella, pronta a spirare a breve fra le sue braccia. Nella cabaletta finale, che conclude l’impervia scena, scritta per un soprano drammatico d’agilità, Lucia parla all’assente Edgardo, poco prima che Enrico le si scagliasse contro per ucciderla per l’assassinio di Lord Arturo, fermato in tempo per le condizioni in cui versava la morente sorella. Spargi d’amaro pianto il mio terrestre velo… dice a Edgardo, credendo di sopravvivergli dopo il suo suicidio, per poi concludere con una frase d’estremo amore: al giunger tuo soltanto fia bello il ciel per me!

Edgardo, pronto al duello con Enrico per risolvere una volta per tutte la spinosa questione del suo amore per Lucia, ha intenzione di farsi uccidere, quando ode da lontano la processione funebre della sua amata. In quel momento, Edgardo non ha più dubbi: si trafigge con un pugnale ed intona la celebre aria conclusiva dell’opera, una delle più difficili, musicalmente parlando, dell’intero repertorio tenorile: Tu che a Dio spiegasti l’ali. Il moribondo Edgardo, si lancia in un’accorata esternazione d’amore, col rimpianto di non essere riuscito a salvare Lucia e di non averle potuto rendere quell’amore che tanto agognava. Come novelli Giulietta e Romeo del XVI secolo, Edgardo e Lucia si presentano ancora una volta come i martiri dell’amore contrastato, dell’amore che non ha potuto librarsi nell’aria, testimoni di un sentimento ostacolato da cause estranee all’amore stesso, che esulano da qualsiasi responsabilità. Quel che più traspare dall’opera è il senso di una resa iniziale, di una sconfitta dell’amore sin dalle prime pagine della partitura (Giorni d’amaro pianto si apprestano per te dice Alisa a Lucia al volgere della cavatina del primo atto, quando Lucia racconta alla sua dama di compagnia la storia di un Ravenswood che, geloso per amore, uccise la sua amata, il cui fantasma si aggira tormentato presso la fontana su cui siedono. Tutta l’opera è pregna di una forte carica emotiva che non riesce ad esplodere, di un sentimento tanto sentito quanto rimasto in fase embrionale, non compiuto. È questo senso di incompletezza e di vacuità dell’anima di cui si tinge l’opera. La cupe atmosfere scozzesi, che si macchiano del sangue di tre vittime innocenti d’amore, rendono il tutto ancora più spettrale. Difatti, Donizetti pensò di accompagnare l’ingresso di Lucia, durante la scena della pazzia, col suono di una glassarmonica, al fine di rendere l’atmosfera ancor più sognante e angosciante. Oggigiorno, c’è stata una ripresa filologica dello strumento, anche se la tendenza consolidata negli anni è quella di accompagnare l’ingresso della protagonista col flauto.

Terminando l’articolo col consueto appuntamento musicale, vi sono molti brani belli e significativi che permeano l’universo dell’opera, e sceglierne uno che ne rappresenti tutti o in parte è un compito piuttosto difficile, a causa soprattutto della presenza di molte arie, duetti e recitativi. Se si parla di Lucia, come non renderne testimonianza con la sua scena della pazzia, nella sua climax palpitante ed estasiante, che tiene l’ascoltatore in costante apprensione? Eppure, per la bellezza dei suoi versi e per l’intensità drammatica che ne scaturisce, l’aria finale del tenore è quella che viene qui presentata, nella magnifica interpretazione di Giuseppe Di Stefano, di cui si riporta il testo, a dimostrazione di come i versi di Cammarano possano essere così vibranti e colmi di una sacra speranza, di cui Edgardo crede realizzabile l’intento dopo la loro morte:

Tu che a Dio spiegasti l’ali, oh bell’alma innamorata, ti rivolgi a me placata… Teco ascenda il tuo fedel. Ah, se l’ira dei mortali fece a noi sì lunga guerra, se divisi fummo in terra, ne congiunga il Nume in ciel.

Sergio Piscopo

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