Classici da amare #6: “Il fu Mattia Pascal”, di Luigi Pirandello


In uno dei nostri ultimi interventi vi abbiamo proposto la lettura o la ri-lettura -per chi ha già avuto modo di sfogliarlo più volte- di un classico che ci piace definire “modernissimo”  Così è (se vi pare) del nostro Nobel alla letteratura, Luigi Pirandello. Ebbene, anche quest’oggi abbiamo deciso di non spostarci da questo autore immenso e di consigliarvi ancora un altro dei suoi classici senza tempo: Il fu Mattia Pascal. 84556j-1KQX58Q3                               

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Link all’acquisto: Il Fu Mattia Pascal

  [SINOSSI E COMMENTO CRITICO]

    Perchè leggere quest’opera?

L’ambizioso quanto diffuso desiderio di fuggire, sparire, cambiar vita. Chi non lo ha mai espresso almeno una volta? Liberarsi dalla frustrazione di condurre una vita che non appaga, che deprime e imprigiona, è il sogno di chiunque si sente assalito dal bisogno di dover cambiare radicalmente strada.
A prima occhiata si direbbe, dunque, che la Fortuna abbia fatto un dono straordinario a Mattia Pascal: la notizia appresa, per caso, dal giornale, riguardante la sua presunta morte sembra porgli su un piatto d’argento una seconda occasione, una seconda identità che gli promette di ricominciare tutto daccapo. Finalmente lontano dalla profonda insoddisfazione della sua esistenza, dai doveri e dalle responsabilità che tanto gli pesa affrontare, e soprattutto lontano dalle insostenibili costrizioni dei suoi legami familiari e sociali.

Ripartire da zero e iniziare una vita nuova, che possa essere questa volta soddisfacente, finalmente libera e non imposta, direttamente o indirettamente, dagli altri: « Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino ».Ne esce così un nuovo Mattia. Nuovo, perché già e facilmente dimenticato da tutti, eppure ancora uguale nelle sembianze e nella sostanza a quello di prima. Succede allora che la seconda vita di Mattia, o meglio di Adriano, inizia in treno, durante il viaggio di ritorno da Nizza , prosegue nel suo girovagare tra l’Italia e l’Estero e termina a Roma, tra l’ospitalità del signor Anselmo Paleari, dove l’impossibilità di condurre un’esistenza fittizia trova il culmine.

La libertà che il protagonista si illude di aver miracolosamente ritrovato è solo il frutto di un inganno che lo ha reso un fantasma. Impossibilitato ad operare le più semplici e lecite azioni, come quella di poter dichiarare le proprie generalità, perché non riconosciuto dalle leggi e dall’intera società in cui vive. E’ solo, adesso più di prima. E da “spettatore estraneo” si sente “sperduto tra quel rimescolìo di gente”.La speranza di potersi costruire una nuova vita vacilla definitivamente fino a fargli decidere di gettare nel Tevere, dopo solo due anni, la vita di Adriano Meis per poter finalmente ritornare a indossare i panni di Mattia Pascal.

Così, una terza, ritrovata e rassegnata esistenza, è determinata dalla delusione e dall’ amarezza di ritrovarsi irrevocabilmente consapevole di essere schiavo del proprio destino dal quale a nessuno è concesso di poter sfuggire. Perché Mattia ha compreso, a proprie spese, che non è possibile liberarsi dai vincoli rigidi, dagli schemi fissi, e dai rituali inderogabili che la società impone alla condizione umana. “Fuori dalla legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere”. Questa l’ affermazione più cruciale ed emblematica di tutta la vicenda, la risposta ultima a questo caso “strano” e “diverso”, che il colto sacerdote don Eligio Pellegrinotto offre al protagonista.

Per quanto la nostra “maschera” ci inchioda inevitabilmente in un’esistenza che sentiamo inautentica, ingabbiandola, spesso, in un inferno senza vie d’uscita, è paradossalmente proprio questa maschera, impostaci dall’esterno, l’unica strada percorribile, che ci permette di manifestare, pur con le dovute e dolorose limitazioni, la nostra genuina personalità e di dare una forma alla nostra esistenza.  La scelta, presa per caso, di porsi “al di fuori” della vita ha fornito all’antieroe pirandelliano risultati alquanto nefasti, non più solo una perdita di identità, ma una “identità sospesa” e una totale, irrimediabile disgregazione delle su certezze. Se, infatti, all’inizio il protagonista poteva dirsi certo, quantomeno, della sua identità anagrafica, al termine della vicenda, alla domanda“ Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?” l’unica risposta possibile diventa “ Io sono il fu Mattia Pascal” che equivale a dichiarare di essere nessuno.
Questa la condizione dell’uomo moderno, logorato da un’ impossibile identificazione, sdoppiato drammaticamente tra il ruolo fisso che le istituzioni sociali gli impongono e il flusso tumultuoso della vita che spinge e duole. Scisso tra il bisogno di una verità certa per sé e per gli altri e la disgregazione della persona che si relativizza in tanti altri sé.
Tutta colpa di Copernico? Eppure quando “la Terra non girava” tutto era più semplice, nessuna crisi esistenziale tanto destabilizzante al punto da mandare completamente in frantumi tutti i valori precostituiti.  “Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo […] Storie di vermucci ormai, le nostre”.

Mattia, come Pirandello, ne è fermamente cosciente e maledice più volte, durante la narrazione, l’astronomo che ha spostato la Terra dal centro dell’Universo, relegandola in una posizione periferica e che ha ridimensionato notevolmente l’ incontestabile dignità che un tempo dava senso e fondatezza a tutte le imprese umane. Pirandello proietta nel suo personaggio l’inquietudine e il dubbio che angosciano l’uomo del Novecento, e la drammatica consapevolezza dell’impossibilità di avere della realtà, divenuta una e tante insieme, un’idea unitaria, una nozione assoluta.E lo fa per mezzo del suo geniale umorismo che addolcisce e allo stesso tempo risalta la profondità di una tematica così complessa.

Nel suo « Pascal » è nascosto il dramma di Pirandello e di tutta l’umanità moderna: il dramma della ricerca di verità, prepotente in Blaise Pascal, che trecento anni prima, aveva placato con la fede; il dramma di una domanda che oggi non sa più approdare ad alcuna risposta attendibile. E al “forestiero della vita” che “ha capito il gioco” non rimane altro che ritirarsi nella sua vecchia biblioteca, trascorrere le sue giornate tra i libri ammuffiti e polverosi, e recarsi ogni tanto al cimitero, per portare una corona di fiori alla tomba del “Fu Mattia Pascal” .

Viviana Cardone

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