Gola: la seduzione del dio Cibo


“Verrò, ma deve essere una cena seria. Odio le persone che prendono i pasti alla leggera” – O. Wilde

peccato di Gola Ed è proprio un pasto “serio” ciò che gradiamo, e quasi pretendiamo, ogni qual volta un nostro amico ci invita a sederci a tavola. Magari non glielo diremmo mai espressamente ma è ciò che ci aspettiamo. Perché ogni circostanza è un buon pretesto per mangiare. Mangiare tanto e svariate cose, mangiare tutto ciò che ci troviamo davanti. Mangiare anche quando si arriva al punto di sentirsi pieni da star male. Perché si sa, siamo curiosi di assaggiare tutto e il nostro cervello sembra aver bisogno di sapori diversi che evochino sensazioni diverse. Una sorta di obbligo morale quella della sindrome del piatto pulito, di cui siamo tutti affetti, e che in realtà non ha nessuna ragione d’esistere perché non c’è nulla di male nel mettere da parte gli avanzi per consumarli in un altro momento.

Eppure a chi di noi non è mai capitato di trovarsi eccitati ad ingurgitare, in maniera sfrenata e senza controllo, una vasta quantità di pietanze non riuscendo nemmeno ad assaporarne il gusto tanta era l’ingordigia? Quante volte, seppur nauseati, non ci siamo fatti mancare un altro assaggio, un altro bicchiere, dopo una lauta abbuffata? Abusando troppo spesso del termine “fame” per esprimere in realtà quella voglia di mangiare, fine a se stessa, non dettata da alcun bisogno fisiologico. Ma è giusto definire fame quella brama che ci spinge ad andare oltre lo stato di sazietà?

Vero è che la seduzione che il dio Cibo esercita su di noi è forte a tal punto da avere il potere di renderci schiavi e di piegarci ad una continua ricerca di godimento che sembra proprio non riusciamo ad appagare. Un’azione quella di “ingurgitare” che svolgiamo, meccanicamente, durante tutto il giorno e che tuttavia suscita ogni volta un’adrenalinica sensazione di piacere. Si dice che il cibo infatti sia come la droga e non sono solo dicerie infondate: Secondo i risultati di alcune ricerche in alcune persone l’aspettativa di uno snack succulento attiva le stesse aree del cervello che sono coinvolte nella dipendenza dagli stupefacenti.

Eppure in principio si assumeva cibo unicamente per bisogno e lo si faceva con estrema semplicità e parsimonia. Poi il progresso, e con esso l’introduzione di preparazioni culinarie sempre più sofisticate ha portato l’uomo ad una vera e propria venerazione per il cibo, degenerata a tal punto, da essere condannata. Durante il Medioevo, infatti, la soddisfazione della Gola, come abuso di nutrimento, sinonimo di sfrenatezza e lascività veniva considerata colpevole al punto da inserirla, tra i sette vizi “capitali” (nel senso di caput, capostipite di altri malanni dell’anima). Dominava, addirittura, l’idea che il peccato originale, causato proprio dalla trasgressione del divieto di cibarsi del frutto proibito, fosse un peccato di gola e che attraverso di esso tutti i mali fossero entrati nel mondo. E la bassezza dell’uomo che riduce la sua vita all’ingurgitare è stata da sempre oggetto di riflessione, tristemente descritta da Dante e da una schiera immane di scrittori, predicatori e moralisti.

In effetti è interessante notare come con lo stesso organo il corpo si alimenti e si esprima. Collegata al vizio della gola è l’intera sfera dell’oralità e insieme a questa l’intero ambito relazionale della persona. Affamato è lo sguardo, ghiotto di immagini volgari, ambigue, violente. Golosa è la parola che insulta, ferisce e uccide. Vorace è ancora la mano e insieme ad essa in generale il possesso sulle cose e sulle persone.

Peccatori dunque noi golosi e intemperanti. Incapaci di moderarci e assumere il controllo della nostra volontà rispetto al desiderio di inghiottire, assaporare e godere di più di quanto necessitiamo. Un vizio riconosciuto da tutti ma che nessuno ha vergogna di confessare né a se stesso né agli altri. Forse perché proprio non riusciamo a concepirlo come tale. Ci sembra normale e innocente la nostra attitudine a lasciarci andare ai piaceri del cibo, così affascinante ed irresistibilmente invitante.

Un piacere labile e illusorio che impone di essere continuamente soddisfatto e non si placa nemmeno quando il ventre è pieno da sentirlo scoppiare. E come una droga che, dopo essere stata assunta ti sprofonda in un abisso infernale, così un’abbuffata ci immerge in uno stato di paralisi non solo fisica ma anche spirituale. Intorpiditi dal peso del cibo non riusciamo più a ragionare, a concentrarci e portare avanti un impegno. E forse è proprio in quel momento dovremmo riflettere. Perché è quello l’effetto che più efficientemente riesce a renderci consapevoli di quanto permettiamo alla nostra volontà di annientarci, di essere debole e impotente difronte alle passioni. Dei danni che noi stessi ci rechiamo perché incapaci di controllare i nostri impulsi.

Ma è giusto rifletterci solo quando è troppo tardi? Solo quando l’intemperanza ha provocato seri disagi? Obesi, alcolisti, bulimici, anoressici sono il riflesso di malessere, sofferenza e timori che ignoriamo e che riversiamo nel cibo. Perché affondare in ogni boccone e in ogni sorso l’insoddisfazione, la rabbia, la noia, la tristezza capita a tutti noi. Non tutti però possediamo la giusta misura e l’autocontrollo. Che l ‘ingordigia sia un rifugio emotivo ed il segno che qualcosa ci sta divorando, come aveva scritto Peter De Vries, abbiamo imparato a constatarlo tutti. E le moderne ricerche di psicologia ci rendono sempre più consapevoli che uno smisurato rapporto con il cibo è sinonimo di un rapporto deformato con la realtà.

Ciò nonostante la nostra Gola, sempre bramosa d’ essere appagata, è più forte. Ma di cosa abbiamo realmente fame? Potremmo divorare il mondo intero e non saziarci mai. Assaporare tutti i piaceri della vita e non trovare serenità. Forse dietro questa insaziabile fame si cela un’esigenza più grande. Magari è la nostra anima ad essere perennemente affamata. Desiderosa di un senso, uno scopo che cerca esasperatamente nel cibo. E ancora una volta, finisce con l’illudersi che la materia possa colmare il suo vuoto. Ma noi golosi, seppur consapevoli, non amiamo soffermaci su queste riflessioni spirituali, e continuiamo imperterriti la nostra ricerca, la nostra inesauribile voglia di godere. E che sia l’inferno o il purgatorio ad attenderci all’aldilà poco importa. Per il momento pensiamo a vivere questa vita, dell’altra poi si vedrà.

Viviana Cardone

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