Psykhe – Capitolo 6 – Il risveglio


Annalisa Caravante presenta il capitolo 6 del suo romanzo a puntate “Psyke” – (Per leggere i capitoli precedenti, clicca qui)
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Sento delle dita gelide toccarmi il collo, provo a scacciarle, ma ritornano più decise a slacciarmi il colletto della camicia. Il brivido che mi percuote, opponendosi al calore della mia pelle, mi fa spalancare gli occhi. Accompagno il risveglio con un respiro profondo, quasi come se stessi ritornando dall’inferno. Due figure appaiono davanti a me. – No, lasciatemi in pace! – farfuglio, mentre gli occhi cercano di focalizzare il mondo. Sento il corpo impadronirsi man mano di tutti i suoi sensi, ora sono sveglia e scorgo due uomini davanti a me, uno non lo conosco, l’altro è il bell’Antonio.

– Sei ancora qui? – gli chiedo storcendo gli occhi.

– Ora sta bene! – replica il casanova osservando il primo uomo. Questi si toglie lo stetoscopio e lo ripone in una borsa, afferra dal comodino la torcia per le orecchie e fa lo stesso.

– Ehi, lei, spero che quell’affare lo abbia disinfettato prima d’infilarmelo dentro! – sbotto alzando la testa dal cuscino.

Il medico mi guarda con un accenno d’ilarità, ma mai quanto il bell’Antonio.

– Oh, questo non è niente! – replica il muratore – È tutta pazza questa donna, caro dottore! Lo chieda alla sua ragazza.

– Mezza pazza? La mia ragazza? Ma sei scemo? – mi sollevo facendomi leva con i gomiti.

– Oh, bambola, dopo le minacce e le parolacce, un po’ in disuso devo dire, che mi hai rivolto prima, “scemo” è più di un complimento.

Provo ad alzarmi dal letto, ma sbando; mi sento come se avessi i postumi di un forte fuso orario. Il medico mi ferma e dice che ho avuto una crisi di nervi. Lo strattono e mi libero dall’uomo, raggiungo il centro della stanza e mi guardo intorno. Provo un vuoto, molto forte, un po’ come quando si cambia casa, che bisogna ricreare le abitudini, ambientarsi.

– Signorina, può dirmi come si sente? – mi chiede il medico.

– Sto bene! Ma perché tutti mi chiedete questo? – grido disperata.

Il medico guarda Antonio e bofonchia qualcosa consegnandogli un foglio, poi mi fissa e dice che per ora ha finito, ma all’occorrenza ritornerà con degli infermieri. Prende la borsa e se ne va. Dalla porta che lascia aperta noto il corridoio in disordine, lo raggiungo e trovo carte e foto strappate. Mi volto verso il muratore dal bel culetto e l’osservo con sguardo interrogativo.

– Mia cara, ti ho detto che sei matta! Sei entrata nello studio e hai iniziato a strappare tutto quello che ti capitava tra le mani.

– Io?

– Sì, tu!

– E non solo. Hai detto che sono bello e mi hai anche baciato.

– Cosa? Io ti ho baciato? No, il matto sei tu!

– E che bacio!

– Quanta confidenza chi te la dà?

– E me lo chiedi pure, dopo quel bacio?

Mentre lo guardo con aria minacciosa, entra in casa la vicina, reca con sé un piatto fumante.

– Non sapevo chi chiamare, hai tutto scarico, il cellulare, il portatile…! – si giustifica Antonio.

– Ah, da che sono qui, mi va tutto storto!

Osservo la vicina, questa, con fare petulante, conferma le parole del medico sulla mia crisi di nervi. Mi siedo su una sedia accanto allo specchio del corridoio e porto la mano alla fronte. – I-io non ricordo nulla! Ovvero, ricordo d’aver sognato.

– Evidentemente lavori troppo.

– Hai ragione, Antonio.

– Per te, Tony!

Lo guardo storto.

La vicina mi fa segno di seguirla in cucina, ma il mio sguardo è catturato da una foto divisa in due. Nell’immagine c’è una ragazza che mi somiglia molto e accanto a lei, nell’altra metà tagliata, c’è Cesare Diaz.

– L’hai trovata in un cassetto, hai gridato “infame” e l’hai strappata. – mi dice Antonio.

– E poi, cos’altro ho fatto?

– Hai continuato a urlare, a strappare fogli…

– Sì, ma cosa dicevo?

– “Devi morire, Cesare Diaz, devi morire”!

– Sto diventando matta.

– Lo credo anche io! – risponde Tony guadagnandosi un’altra occhiataccia.

– Credo sia questione di stress. – riprende.

– Ma io non so neanche chi sia questo Cesare Diaz!

– Forse è qualcuno della tua famiglia, un antenato. Forse la tua crisi è dovuta a un trauma non superato… La donna nella foto ti somiglia molto.

Sia io che Antonio osserviamo di nuovo la foto.

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