Niente amore per Macbeth


Zeljko Lucic, Maria GuleghinaIl Macbeth di Giuseppe Verdi fa parte delle opere giovanili del compositore bussetano, ma che già presenta caratteristiche più personali e un’introspezione dei personaggi più minuziosa, rappresentata per la prima volta nel 1847. Musicata su un libretto di Francesco Maria Piave, basandosi sulla versificazione di Andrea Maffei, il quale rivisitò il libretto del Piave, apportando maggiore aderenza al testo shakespeariano, Macbeth è un’opera singolare nel novero delle opere verdiane, in quanto è l’unica opera di Verdi che non presenta all’interno del suo tessuto narrativo una storia d’amore.

In Macbeth vi è un forte contrasto tra buoni e cattivi, schierati perentoriamente nelle due rispettive fazioni, portando l’ascoltatore a caldeggiare per l’uno o per l’altro schieramento, senza tuttavia riuscire a comprendere in fondo quale germe di redenzione possa fiorire nel cupo personaggio di Macbeth, il quale diviene il pedissequo galoppino della sua consorte – Lady Macbeth – plagiato, sedotto negli intenti e trascinato dalla bramosia di potere di quello che, probabilmente, è il personaggio più interessante, introspettivo, ma anche più innovativo e dinamico di tutta l’opera. Un personaggio che da solo è in grado di marchiarsi indelebilmente a fuoco nella memoria e nello spirito degli ascoltatori.

Lady Macbeth è una donna corrosa dal desiderio di gloria, che la spinge a commettere un riprovevole delitto, uccidendo Duncan – il re di Scozia – con la complicità di Macbeth, al quale era stata profetizzata la sua ascesa al regio soglio, divenendo a sua volta re di Scozia. La reale consorte di Macbeth è un personaggio complesso, poiché racchiude dentro di sé un doppio spirito: uno ambizioso, malvagio e senza scrupoli; l’altro fragile e tormentato. Dunque, mescendosi in lei tali forti e contrastanti sentimenti, la sua tempra rimane scalfita dal dubbio, dal rimorso di aver approvvigionato la sua voracità di potere, che le rende – suo malgrado – null’altro che un frutto acerbo, un’opera vanagloriosa che la porta lentamente a cedere al rimpianto di un’azione dettata dall’impeto di un momento di irrefrenabile gioia e d’ascesa sociale, allorquando le streghe profetizzano al consorte che diventerà dapprima signore di Cawdor e in seguito re di Scozia. Le sue malefatte, nondimeno, assieme ai tormenti che l’affliggono, la portano a svelare il suo esecrabile omicidio nel sonno, in un momento di sonnambulismo, durante il quale non solo rivela involontariamente il crimine perpetrato ai danni dello sventurato Duncan, ma muore nel delirio sopraffatta dai sensi di colpa.

Verdi – nel ricreare in musica il personaggio di Lady Macbeth, da vero esegeta del Bardo dell’Avon – aveva in mente una vocalità diversa per la sua malvagia eroina; una vocalità che l’avrebbe segnata a vita, confinandola ai margini della sua intera produzione operistica, giacché non si trova un altro personaggio femminile così complesso, cupo e sanguigno come la consorte di Macbeth. Probabilmente solo la Abigaille del Nabucco può competere – vocalmente e caratterialmente – con Lady Macbeth. In una lettera al librettista Salvatore Cammarano – datata 23 novembre 1848 – Verdi scrive a proposito della vocalità della sua Lady e della scelta di far interpretare il ruolo ad un celebre soprano dell’epoca:

Si è data alla Tadolini la parte di Lady Macbeth ed io resto sorpreso come Ella abbia accondisceso a fare questa parte… la Tadolini ha troppe grandi qualità… vi parrà un assurdo forse!… ha una figura bella e buona, ed io vorrei una Lady Macbeth brutta e cattiva… canta alla perfezione; ed io vorrei che Lady non cantasse… ha una voce stupenda, chiara, limpida, potente; ed io vorrei in Lady una voce aspra, soffocata, cupa. La voce della Tadolini ha dell’angelico; la voce della Lady vorrei che avesse del diabolico.

Come è ravvisabile da queste parole, le intenzioni di Verdi erano chiare sin dal principio: il vero protagonista della vicenda è la sua Lady, mentre Macbeth – personaggio anch’esso contorto, ma che appare subito più incline al dubbio e al timore, di contro l’audacia e l’intraprendenza della sua sposa – rappresenta un uomo succube della volontà della moglie, schiavo degli eventi, apparentemente impavido, che cede spesso a pagine musicali molto intense, espressive e introspettive. Macbeth, difatti, è anch’egli scisso in uno spirito di vanagloria e in un temperamento tormentato, continuamente ossessionato dai delitti commessi: persuaso dalla consorte ad uccidere dapprima il re Duncan, dopodiché Banquo, generale dell’esercito del re (italianizzato nell’opera in Banco così come altri personaggi, dallo stesso Macbeth, che diventa Macbetto al re Duncan, che diviene Duncano), fino ad essere incaricato nuovamente dalla moglie ad uccidere il nobile Macduff, al fine di tenere il trono scevro da qualsivoglia pretendente (nell’opera anch’egli viene italianizzato in Macduffo, nell’estetica ottocentesca che richiedeva una sorta di compensazione sillabica per la prosodia musicale italiana).

In Macbeth, tuttavia, vi è un terzo personaggio, altrettanto importante, in quanto mantiene le sorti di tutti i protagonisti della storia: le streghe. Verdi aveva concepito il coro delle streghe come vero e proprio personaggio, le cui profezie e ammonimenti sono fondamentali all’intera vicenda sviluppata, poiché intrecciano i destini dei personaggi. Verdi sembra riprendere il responso sibillino del testo di Shakespeare, allorché le streghe affermano che fair is foul, and foul is fair (bello è il brutto e brutto è il bello), in un costante dualismo di fondo, che porta a far dialogare il bello e il brutto, in una rappresentazione della vita governata da questi due aspetti dell’essere. Le streghe verdiane sono laide, si esprimo con un linguaggio talora turpe e volgare, talora serioso e profetico. Profetizzano il bello, al quale si succede il brutto. Sono le streghe a presagire a Macbeth la sua ascesa al trono, con le tre profezie del primo atto, che innescano la serie di efferati omicidi orditi dalla Lady:

Salve, oh Macbetto, di Glamis sire! / Salve, oh Macbetto, di Caudor sire! / Salve, oh Macbetto, di Scozia re!

Nel terzo atto, invece, su richiesta di Macbeth, le streghe invocano tre spiriti (apparizioni, nel libretto), i quali segnano definitivamente le venture sorti dell’usurpatore:

Oh Macbetto! Macbetto! Macbetto! Da Macduffo ti guarda prudente. / Esser puoi sanguinario, feroce: nessun nato di donna ti nuoce. / Sta d’animo forte: glorioso, invincibile sarai, fin che il bosco di Birna vedrai ravviarsi, e venir contro te.

Il suo destino si compie: il nobile Macduff – nell’avanzata contro Macbeth – ordina ai suoi uomini di raccogliere dei rami, così da mimetizzarsi nella selva di Birnam. Giunto dinanzi a Macbeth, il quale è ben sicuro della profezia delle streghe, che gli hanno presagito che nessun uomo nato da donna può ucciderlo, Macduff gli rivela che fu strappato dal grembo della madre esanime. L’usurpatore si arrende così alla fatalità degli eventi, venendo dunque trafitto dalla lama di Macduff. L’opera termina col popolo oppresso di Scozia, che inneggia il vincitore di Macbeth. La pace e l’ordine sembrano ristabiliti: i cattivi sono morti, i buoni vivono, il regno di Scozia non avrà più un usurpatore al trono.

Opera lirica singolare, come previamente detto, nel novero delle opere di Verdi, proprio in virtù del fatto che l’amore sembra bandito in Macbeth. Malgrado i due protagonisti siano sposati, pare che lo siano più per convenzione sociale che per vero affetto. Non esistono altre parti femminili nell’opera, se non rintracciabili nel ruolo di Lady Macbeth, che soverchia, con la sua vocalità e col suo fortissimo impatto scenico e psicologico, la totalità degli altri protagonisti in scena. È una donna troppo forte, un personaggio tanto perverso quanto debole, che mostra un perenne atteggiamento di sfida, un comportamento involuto al fine di essere adombrata da altri personaggi femminili. Soltanto Macbeth, che diviene quasi uno strumento in mano alla sua consorte, come se egli fosse la mano invisibile della Lady, che lo porta a compiere – quasi involontariamente – tutti gli atroci delitti di cui si è macchiato, sembra inscenare un personaggio patetico, nell’accezione originaria di pathos, col significato di muovere ad empatia. Eppure la coscienza sporca e corrotta della Lady si inabissa quando rivela, durante il sonno, che la mano assassina era proprio la sua: una macchia è qui tuttora… via, ti dico, oh maledetta! […] Di sangue umano sa qui sempre… Arabia intera rimondar sì picciol mano co’ suoi balsami non può. Stesso discorso per Macbeth, il quale, nel primo atto, anch’egli è vittima dei suoi rimorsi. Le sue mani sono lordate di sangue, e non riesce a capacitarsi, poiché quel sangue testimonia la sua condanna: Oh questa mano! Non potrebbe l’oceano queste mani a me lavar!

Concludendo questa breve panoramica su una delle opere più riuscite di Verdi, sotto il profilo di introspezione psicologica e sotto il perfetto dominio da parte del Maestro bussetano dei personaggi shakespeariani, il brano presentato per il saggio musicale di consueto allegato alla fine dell’articolo, è l’aria di Macbeth dal quarto atto – magistralmente interpretata da Renato Bruson, sotto la bacchetta severa di Sinopoli – quando egli si prepara ad affrontare l’avanzata degli uomini di Macduff. In quest’aria, Macbeth cede ad una riflessione di compassione e, stranamente, d’amore, di quel sentimento escluso dall’intera opera, di cui quasi non ne rimane traccia, se non in fugaci passaggi operistici cantati dall’omonimo protagonista dell’opera. Macbeth sa bene di essere un usurpatore e di non aver meritato tutti quei successi, se non perpetrando terribili delitti. Al culmine dell’aria, concludendo la sua riflessione umana, che lo porta a ravvedersi della caducità della vita e dei suoi misfatti, Macbeth è ben consapevole del fatto che non sarà benevolmente ricordato, e che la sua memoria sarà per sempre pregiudicata dai crimini commessi. Il monito è rivolto a sé stesso: né sul tuo regio sasso sperar soavi accenti: sol la bestemmia, ahi lasso! la nenia tua sarà.

Sergio Piscopo

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