Classici da amare #3: “Taide” di Anatole France


Per la nostra nuova rubrica dedicata ai grandi classici della letteratura, dopo avervi presentato “Il ballo“ e “Graziella“, continuiamo a proporvi classici della letteratura francese. In questo terzo appuntamento presentiamo “Taide“, di Anatole France. Traduzione e prefazione a cura di Sergio Piscopo.

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Sinossi: Breve romanzo storico tardoromantico per lungo tempo dimenticato e destinato a seguire, nell’ombra, le sorti dell’omonima opera lirica composta da Jules Massenet, Taide è uno dei romanzi della maturità di Anatole France. La storia dell’abate Pafnuzio, anacoreta presso il deserto della Tebaide, esempio di uomo dedito alla dissolutezza in gioventù e in seguito redento in nome del Cristo, è disseminata di forti convinzioni etiche, di aspri conflitti interiori e di intenti moraleggianti al fine di redimere la cortigiana Taide, modello di licenziosità e di allontanamento dell’uomo da Dio. Intenzionato a consegnare la cortigiana in sposa a Gesù crocefisso, quando vi riuscirà attraverso non pochi turbamenti, afflizioni e tentazioni diaboliche, che non sono altro che l’eco perpetuo della sua coscienza, il suo mondo di convinzioni crolla miseramente, allorché si rende conto di amare Taide non in nome del Signore, bensì in nome della carne. Ma la redenzione a ritroso di Pafnuzio fallisce: Taide trionfa, e l’olezzo della sua santità getta nello sconforto il misero abate, costretto a vivere con la consapevolezza di essere avverso a tutto ciò che aveva sino ad allora sempre creduto.

[ANALISI]
Perché leggere questo classico: la nota del traduttore

Quella sozza e scapigliata fante che là si graffia con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante. Taïde è, la puttana che rispuose al drudo suo quando disse “Ho io grazie grandi apo te?”: “Anzi meravigliose!”.

Così Dante, nel XVIII canto dell’Inferno, descrive Taide, sebbene non sia il personaggio letterario o la santa Taisia (variante del nome Taide) celebrata dalle Chiese cristiane, a cui destina questi versi così osceni e tra i più turpi dell’intera Commedia. La Taide di Dante è, prima ancora, la Taide di Terenzio, personaggio del suo Eunuco, di cui ricopre il ruolo di cortigiana, così come in tutte le altre variazioni della storia di questa santa dimenticata dalla cristianità, che tende a confondersi con le sue varie rappresentazioni artistiche, malgrado i suoi peccati fossero già stati abbondantemente mondati e i suoi crimini espiati col sacrificio della rinuncia ai beni terreni e con la consapevolezza di ascendere ai cieli ancora fiorente e pregna di quella santa beltà tanto cara agli scrittori estetizzanti del tardo romanticismo come France. Ovviamente, la Taide di France non è né quella di Dante né quella di Terenzio, bensì era un’etera molte celebre nell’Antica Grecia, assieme alle altre Frine e Laide. Ricostruire filologicamente la storia della sua vita sembra essere un compito abbastanza arduo, se non altro in virtù del fatto che tutte queste Taide sembrano accomunate dalla stessa vita.

La figura di Taide sembra oscillare fra spiritualità e carnalità, un binomio che va da sé, e che lega tutte le storie che narrano della vita e dei peccati di Taide, sia essa la santa Taisia, col nome con cui la cristianità più sovente la rammenta, o sia essa il personaggio storico che ha ispirato alcuni artisti d’un tardoromanticismo ormai prossimo al suo crepuscolo, per lasciare spazio a un’estetica diversa, ove l’introspezione psicologica prevale sull’intento cedevole, a tratti melenso, delle storie di volta in volta proposte. Tra quegli artisti, seppur distaccandosi da essi per le tematiche trattate nei suoi scritti, Anatole France sembra aver dipinto nella sua Thaïs lo scenario del turbamento dell’anima e dello spirito, in una perenne lotta tra la bramosia della carne, lo scetticismo della spiritualità e la rassegnazione-negazione e accettazione di sé.

Se Taide è la cortigiana dagli occhi violetti, dalla chioma bionda e dal corpo d’una statua, le cui movenze riescono ad attrarre a sé ogni sorta di uomo, dal rude venditore di stoffe al figlio del proconsole di qualche remota regione dell’Impero romano, la sua controparte figurativa è Pafnuzio, abate di Antinoe, di certo il personaggio che, ancor più di Taide, è il più interessante sotto il profilo psicologico e spirituale, poiché per tutta la breve durata del romanzo, Pafnuzio sarà costretto a subire terribili tentazioni; e tra le voci degli spiriti maligni, echi opprimenti della sua coscienza vacillante, e le visioni più nefaste che un pio romita possa mai concepire, il misero abate si ritrova a discendere nel suo inferno, similarmente a Dante; ma a differenza di questi, Pafnuzio è solo, solo contro sé stesso e contro i turbamenti che l’affliggono.

Tutto il romanzo può essere considerato come la passione di Pafnuzio, il quale prova sulla sua carne non un dolore fisico, di cui egli è assai tollerabile, bensì un dolore dell’anima, di quell’entità invisibile eppure perfettamente e sensorialmente tangibile, tanto che arriverà, sul volgere della narrazione, a straziarsi le carni e a martoriare quel suo corpo, che non seppe afferrare le delizie e le grazie di Taide. I suoi conflitti interiori riecheggiano nel suo animo turbato e angosciato dall’impossibilità di cedere all’ardore, poiché la sua fede e  il suo credo, ch’egli seguiva con estremo rigore, lo fecero discente d’un sapere che oggi, a rigor di logica, sarebbe considerato alla stregua di fanatismo o di anacronistiche esternazioni di una spiritualità eccessiva e irriverente.

Eppure Pafnuzio, durante la sua giovinezza, non fu estraneo alle giovanili passioni o alla mondanità arrisa delle sue prime primavere, sperimentando, ad Alessandria d’Egitto, la terribile città, la sua culla secondo la carne, come dice nella prima parte del romanzo, tutte le turpitudini e le frenesie dei giovanili ardori, che col tempo lo portarono a ravvedersi di tali immondi comportamenti. Spinto da un pio zelo, abbracciò la fede in Gesù Cristo e si ritirò nel deserto delle Tebaide, a sud dell’Egitto, per condurvi una vita parca e solitaria. Malgrado ciò, dopo aver assaporato un poco di quelle delizie e dopo essere stato quasi tentato dalla stessa Taide, durante i suoi giorni di turbamento e confusione, Pafnuzio vuole rendersi in qualche modo vindice, sicché, mosso da una spiritualità più forzata e fallace che sincera, decide di abbandonare la Tebaide per recarsi ad Alessandria dove spera di incontrare la cortigiana e di redimerla, dandola in sposa a Dio.

Il tema della redenzione, assai caro ad alcuni scrittori coevi di France, come Alexandre Dumas figlio, può essere definito come un tema cardine, attorno al quale si muovono le storie più disparate. Benché Dumas figlio, con la sua Signora delle camelie, svincoli queste storie d’amore e di redenzione dal loro torpore borghese, mettendo in scena personaggi comuni, nel senso di dramatis personae del quotidiano, France, diversamente, proietta la storia in un passato lontano, costruendo il suo maestoso edificio di amore e morte sullo sfondo di un mondo ellenico e latino, ormai prossimo alla sua decadenza etica e sociale, nel quale i suoi personaggi si muovono in un quadro generale di forte dipendenza dalla cultura e dalle usanze del tempo. Lontano dai salotti borghesi e dalla calca della modernità, la storia di Taide e Pafnuzio è invece trasposta nella sabbia del deserto rovente, in tempi barbari, come più volte afferma il filosofo Nicia nel romanzo; eppure le somiglianze tra i due romanzi sono ugualmente ravvisabili.

Nel romanzo di Dumas figlio, Armand e Marguerite si muovono nella Parigi ottocentesca, fra i magnifici palazzi voluti da Haussmann e sui palchi dell’Opéra, nonché nei salotti e nelle case borghesi del primo Ottocento. Parigi diviene simbolo e sintomo, nonché testimone, del suo cambiamento e della sua decadenza. Pafnuzio e Taide si muovono, invece, nell’Alessandria d’Egitto ai tempi del suo massimo splendore, presumibilmente durante gli anni in cui regnava l’imperatore Costantino, fra splendide magioni con giardinetti colmi di piante, con colonne e pronai analogamente ai templi greci, tra filosofi, mercanti pressanti, etere, mendicanti, storpi e moribondi, in un continuo contrasto tra bellezza e laidezza.

Di questo passo, le analogie col tema della redenzione si sviano in altre direzioni: Marguerite, celebre cortigiana malata di tisi, diviene la vittima della redenzione di Armand, il più illustre esempio di una borghesia al tempo in continua ascesa. Taide, celebre cortigiana ammalata nello spirito, incapace di discernere il bene dal male così come il piacere dall’amore, diviene la vittima, questa volta nel senso originario del termine, della redenzione di Pafnuzio, una redenzione che, tuttavia, non esalta in sé l’amore carnale, bensì l’amore in Gesù Cristo, l’amore per la penitenza e la continenza, l’amore in quei precetti voluti dai primi cristiani e così fortemente rispettati dai cenobiti.

Taide è una donna insicura, eppure perfettamente conscia dei poteri e degli ammaliamenti che il suo corpo può profondere. Battezzata quando era ancora una bambina da uno schiavo di nome Ahmès, conosciuto come San Teodoro il Nubiano, malgrado la sua vita dissoluta e spesa in eccessi e nell’opulenza dei suoi monili, non dimenticherà mai l’iniziazione alla fede cristiana, il cui credo è per lei fonte di turbamenti e confusione. Ossessionata dalla morte e dal dolore che può provare sulle sue delicate carni, quando incontrerà per la prima volta l’abate di Antinoe, il quale le si rivolgerà dapprima con parole lusinghiere, confessandole di amarla, per poi mostrarle il suo vero intento, gli chiederà se anche nei cieli in cui regna Dio la sua anima avrà lo stesso sembiante del suo corpo terreno. In un estremo gesto d’amor di sé, allorché Pafnuzio le chiederà di bruciare tutti i suoi beni, Taide vorrebbe dissuadere il monaco dal bruciare una statuetta d’avorio raffigurante Eros, il dio dell’amore, asserendo che i suoi peccati non vengono dal dio fanciullo, bensì dalla sua voluttuosa bramosia.

La dicotomia sacralità-carnalità permea l’intero universo dei valori dei personaggi, che sembrano schierati perentoriamente nelle due fazioni opposte: da un lato, i sostenitori della prevalenza dello spirito e della penitenza su tutte le altre inique verità dell’uomo; dall’altro, coloro che caldeggiano per la bramosia della carne e per il desiderio di appagare ogni proprio piacere, sia esso sessuale o ambiziosamente politico-sociale. Da questo presupposto, si manifesta una folta schiera di personaggi secondari che impinguano il microcosmo del romanzo, sebbene sia incorretto parlare di personaggi secondari, in quanto ognuno concorre ad aggiungere un tassello in più alla presa di coscienza dei due personaggi d’elezione: Taide, da cortigiana e dedita alla dissolutezza capirà che la sua vera vocazione è la vita monastica e la supplica di Dio, sebbene destinata a morire prematuramente; Pafnuzio, da fervente monaco cristiano, e imperioso padre spirituale che addita tutte le blasfemie e gli errori del popolo peccaminoso, si troverà a percorrere la strada inversa, prendendo coscienza di amare Taide non secondo il suo credo, bensì secondo la carne. La straziante scena finale, che vede un Pafnuzio commosso non più per le visioni di Dio, ma per la morte di colei che ama, rappresenta il culmine del suo percorso di presa di coscienza, allorquando supplica la morente Taide di scappare via con lui, arrivando a rinnegare Dio e la vita eterna.

Romanzo storico della prima maturità di France, Taide è anche il titolo dell’opera lirica del compositore francese Jules Massenet, di cui larga fama si deve proprio più all’opera che al romanzo. L’opera di Massenet, su libretto di Louis Gallet, per gran parte debitrice del romanzo di France, ne cambia alcuni connotati, primo fra tutti il nome di Pafnuzio, che diventa Athaenaël. Mentre il testo di France, come accennato, mostra le tipiche caratteristiche di un tardoromanticismo classicheggiante, con l’idealizzazione di forti contrasti emotivi ed esistenziali (peccato-redenzione, carne-spirito), l’opera di Massenet è molto più sensuale, mostrando una protagonista continuamente ossessionata di sé, sempre a rimirarsi nello specchio, addirittura arrivando ad elogiare eternamente la propria bellezza (Ô mon miroir fidèle, rassure-moi; dis-moi que je suis belle, que je serai belle éternellement!).

Sullo stesso filone narrativo, anche La signora delle camelie di Dumas figlio ha una sua trasposizione in chiave operistica nella Traviata di Giuseppe Verdi. Anche in questo caso, il successo dell’opera non va di pari passo al successo del romanzo, sebbene, rispetto a Thaïs, il testo di Dumas figlio abbia goduto, e gode ancor tutt’oggi, di una fama pressoché uguagliabile all’opera. Le due protagoniste delle opere rappresentano le due facce di una stessa medaglia: una, quella di Taide, ha sperimentato ogni forma d’amore concessa all’uomo, da quello carnale a quello spirituale; l’altra, quella di Marguerite o di Violetta, a seconda di quale opera scegliere, ha sperimentato l’amore carnale e il vero amore, pagando anch’essa il prezzo dei suoi crimini con l’assoluzione della morte, la quale glorifica e santifica le due donne redente, immergendole nel mistico fiume dell’oblio, il Lete, e innalzandole a modelli di ispirazione divina, ponendole nel pantheon dei miti eterni dell’umanità.

Il lettore moderno non avrà molte difficoltà nel leggere il romanzo di France, se non altro perché i temi trattati e il tartassante dualismo sacralità-carnalità sembra superato da tempo da tanta letteratura, perlopiù novecentesca, incentrata su conflitti interiori di persone comuni, con tematiche contemporanee che il lettore sente più vicine a sé. In questo contesto, quindi, Taide può essere considerato un romanzo di nicchia, mutuando un’espressione tanto cara alla modernità, e per questo, debitore del tempo che fu, dev’essere letto con la consapevolezza di avere tra le mani un libriccino, un breve romanzo storico, di contro la magniloquenza del genere stesso del romanzo storico, che offre uno sguardo verosimile di una storia oramai sepolta nel santo deserto della Tebaide.

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