Classici da amare #2: “Graziella” di Alphonse De Lamartine


Per la nostra nuova rubrica dedicata ai grandi classici della letteratura, dopo avervi presentato “Il ballo“, oggi è la volta di un altro classico della letteratura d’oltralpe,  “Graziella”  di  Alphonse de Lamartine, uno dei componimenti più belli del romanticismo francese. Ho avuto il piacere di approcciarlo durante i primi tempi dell’università e l’ho amato così tanto che quando mi si è presentata l’occasione di lavorare come traduttrice ho pensato di iniziare con questo piccolo grande capolavoro. Quella che vi suggerisco è, infatti, la mia versione italiana.

GRAZIELLA

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Sinossi: Il racconto di un dolce e nostalgico ricordo, quello di Alphonse che, giunto al pieno della sua maturità, rievoca il suo idilliaco soggiorno in Italia e il suo primo e struggente rimpianto. Di quando il poeta, allora diciottenne, immerso nell’incantevole e suggestivo scenario dell’isola di Procida dei primi dell’ottocento, si innamora della giovane e affascinante figlia del mare. Un amore puro, ingenuo e spensierato quello che lo lega a Graziella e alla sua umile famiglia di pescatori, che lo terrà ancorato in Italia fino a quando non sarà costretto a rientrare in patria, non senza prometterle di ritornare presto e di amarla in eterno. Saranno vani i tentativi della bella procidana di resistere alla sofferenza causata dalla lontananza dal suo irrinunciabile amore. Alphonse non farà in tempo a ritornare e a mantenere la sua promessa; il fuoco ardente dell’amore che ha acceso la vita nell’animo di Graziella sarà lo stesso che le causerà la morte.

[ANALISI]
Perché leggere questo classico: la nota del traduttore

Dapprima inserito come singolo episodio nella raccolta delle Confidenze (volumi VII-X), che fecero la loro prima apparizione nel 1849, nella forma di romanzo d’appendice, sul quotidiano francese La Presse, Graziella è divenuto, a partire del 1852, il capolavoro indiscusso della prosa di Alphonse de Lamartine.

Il romanzo, come anticipa immediatamente il suo titolo, è dedicato a Graziella, l’affascinante adolescente procidana dalle lunghe trecce nere e dagli occhi profondi come il mare del golfo di Napoli, divenuta una vera e propria leggenda nella cultura partenopea. Tanto che in seguito al successo della storia appassionata di Lamartine, infatti, le fu ispirato un costume, assai sfarzoso ed appariscente, certamente poco probabile dal punto di vista storico essendo la ragazza di umili origini, divenuto tuttavia il costume tradizionale delle donne dell’isola di Procida. A lei è tutt’oggi dedicata, da circa 50 anni, nell’ambito di una prestigiosa festa popolare che viene celebrata ogni anno sull’isola, l’elezione di Graziella, la donna procidana, che meglio rispecchia la bellezza mediterranea e le caratteristiche fisiche e morali del personaggio lamartiniano. Il racconto, intitolato per mezzo del tenero nomignolo con il quale l’umile famiglia di pescatori procidani (tanto cara all’autore) chiama la sua nipotina, trae ispirazione dal primo viaggio in Italia compiuto dall’autore a ventuno anni. Nel 1811 Alphonse De Lamartine, in effetti, giunse in Italia, in seguito alla decisione della sua famiglia di concedergli un piccolo svago, e soggiornò per circa cinque mesi (30 Novembre 1811, 6-7 Aprile 1812) presso alcuni dei suoi parenti che vivevano tra Livorno, Pisa e Napoli. Nella città partenopea visse la sua prima esperienza sentimentale con una ragazza del luogo, Antonella Jacomino, molto probabilmente quella che sarà immortalata simbolicamente come la sua Graziella. Fu solo più tardi tuttavia, ben più di trent’anni dopo, nel 1844 che, durante un nuovo viaggio a Napoli, il ricordo del suo primo soggiorno italiano e del suo amore giovanile per la figlia dei pescatori di Procida, gli suggerì di scrivere il romanzo, conclusosi poi nel 1852. Attraverso le rievocazioni delle bellezze monumentali italiane, Lamartine discute, quasi filosofeggiando, sulla natura delle sue giovanili passioni politiche e letterarie, sulla sua ricerca poetica e sulle sue elaborazioni teoriche sul significato e sulle finalità dell’arte. La sua condizione di ospite straniero presso una famiglia povera gli fornisce, inoltre, un osservatorio privilegiato per comprendere, e condividere con il suo pubblico, attraverso la descrizione della vita degli abitanti del Golfo, attente riflessioni umane e sociali. Il mito di un’umanità ingenua, semplice e generosa è ancora possibile presso quelle famiglie dai costumi semplici, la cui esistenza apparentemente precaria è, in rapporto al caos della vita civilizzata e mondana, felice e spensierata. Facendosi portavoce della vivace espressione della sensibilità e della retorica del Romanticismo francese l’autore non manca di offrire delle mirabili descrizioni dei luoghi visitati, dando al lettore la sensazione di trovarsi difronte a veri e propri affreschi. Scritto, dunque, negli stessi luoghi che l’autore mette in scena, esso appare come un racconto romanzato di uno dei periodi più felici della sua gioventù. Una storia struggente partorita da un dolce ricordo, o più precisamente, come l’autore afferma più volte nel corso della lettura, dal rimpianto.  Il rimpianto per aver ceduto alla vanità giovanile che, secondo l’autore, non gli ha permesso di riconoscere il valore di quell’amore prezioso:

Mi trovavo in quell’età ingrata in cui per leggerezza e spirito di imitazione i giovani provano vergogna dei loro sentimenti migliori; età crudele in cui i più bei doni di Dio, l’amore puro e gli affetti innocenti, cadono nella sabbia e sono portati via ancora in fiore dal vento del mondo.

Graziella esercita su Lamartine, sin dal primo incontro, un fascino irresistibilmente esotico; quasi come una selvaggia, che sorprende lo straniero per la purezza dei suoi sentimenti e l’ingenuità dei suoi atteggiamenti. Un’immensa capacità di amare sembra innata nell’animo di Graziella, che fa riscoprire al nobile signore francese la genuina felicità che risiede nei piccoli piaceri e l’entusiasmante eccitazione di una fraterna amicizia. Semplicemente questo, tuttavia. Null’altro:

Ahimè, non era amore vero, in me non ve ne era che l’ombra. Ma ero ancora troppo giovane e troppo ingenuo per non ingannare me stesso. Credetti di adorarla, così come meritavano di essere adorati da un amante tanta innocenza, tanta bellezza e tanto amore. Glielo dissi con l’accento sincero dovuto all’emozione e con la passione contenuta dovuta alla solitudine, alla notte, alla disperazione e alle lacrime. Graziella lo credette, perché aveva bisogno di crederlo per vivere e perché aveva abbastanza passione, lei stessa, nella sua anima, per riparare all’insufficienza di mille altri cuori.

 Una volta ritornato in Francia, dunque, non è difficile per Alphonse riprendere in mano la sua routine e sopportare la distanza che lo separa dalla sua Graziella, alla quale ha promesso invano di tornare e offrire amore eterno:

Non l’avevo dimenticata, ma nella mia vita, Graziella era come ricoperta da un velo. Quell’amore che incantava il mio cuore, avviliva la mia dignità umana. Il ricordo di lei, che nutrivo in me stesso soltanto nella solitudine, nel mondo mi perseguitava quasi fosse un rimorso. Quanto arrossisco oggi per avere arrossito allora!

Il rimorso di chi, troppo giovane, non conosce l’amore ma lo immagina. Il rimorso di chi non perdona la durezza e l’ingratitudine del proprio cuore acerbo, di diciotto anni. Il rimorso di chi porterà nell’anima, in eterno, l’immagine di un fiore rinvigorito da un grande amore, un amore che con la stessa forza con cui lo ha fatto sbocciare lo ha reso arido fino a farlo appassire e morire. Un’immagine, quella della bella e ingenua Graziella che lo fa voltare al suo passato non senza provare un tenero rimprovero e udire nella sua anima una lontana eco:

Aveva sedici anni! Troppo presto per morire!

In fondo cominciavo ad amare Graziella mille volte di più di quanto non lo confessassi a me stesso. Se non l’avessi amata tanto, la traccia che mi lasciò nell’anima per tutta la vita non sarebbe stata così profonda e così dolorosa, la sua memoria non farebbe parte di me in modo tanto dolce e triste, e la sua immagine non sarebbe così presente e luminosa nel mio ricordo.

 La parola a voi: Quanti di voi conoscono questo classico? Vorreste consigliarcene qualche altro? Ditecelo, saranno i protagonisti della rubrica nelle prossime settimane!

Viviana Cardone

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5 pensieri riguardo “Classici da amare #2: “Graziella” di Alphonse De Lamartine

  1. Le parole non basterebbero per descrivere con quanta bravura è stato scritto questo articolo. Ho stduiato Lamartine tra i banchi si scuola e sapevo della sua “Graziella” ma avevo sempre e solo letto “Adieu à Graziella”. Grazie perché con semplici parole siete riusciti a descrivere realmente il sentimento di Lamartine. Se vi interessa vi do uno spunto.. Visto che avete approfondito il rapporto tra Alphonse de Lamartine e Antonella Jacomino, mi chiedevo se potete anche parlare in un altro articolo di un altro rapporto che penso ancora maggiormente abbia tormentato l’animo del poeta esattamente un anno dopo la conoscenza della bella ragazza di Procida, Julie Charles. Una donna sposata,un’incontro avvenuto per caso tra le acque di un lago e un amore travolgente che ha permesso a Lamartine di scrivere parole come queste “Un seul être vous manque,et tout est dépeuplé” nell’Isolement. Un amore che a mio modestissimo parere ha tra volto la vita dell’autore molto più della storia con Graziella. Purtroppo però per il nostro poeta la Julie morì dopo circa un anno che io sappia e a lui rimase solo la scrittura e una donna ancora viva nel suo triste ricordo. So che addirittura chiamò sua figlia Julie. Ancora tanti complimenti ! Anche io ho scritto di Lamartine se vi va leggete sul mio blog,l’articolo si chiama proprio ” Un seul être vous manque,et tout est dépeuplé” mi piacerebbe sapere cosa ne pensate 🙂 Complimenti un bacio!

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