Psykhe – Capitolo 5


Capitolo 5

Il Bell’Antonio

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Un rumore sordo mi raggiunge nell’ovattato mondo del mio sogno. Cavolo! sobbalzo dalla paura, mi sveglio e mi ritrovo sulla sedia accanto alla porta. Appena provo a mettermi dritta, il collo scricchiola. Rosa, comodamente sdraiata sul letto, mi guarda e ride: Ma cos’hai fatto? Ti sei addormentata! dice stiracchiandosi.

Mi alzo e mi stiracchio anche io. Sento le ossa attaccate e ho bisogno di sgranchirmi, ma ecco di nuovo quel rumore.

Allora, non l’ho sognato? chiedo. Rosa fa di no col capo e corro in corridoio, qualcuno bussa alla porta senza usare il campanello, fatto che denota l’assurda assenza di elettricità. Apro e mi ritrovo davanti un uomo almeno due metri alto, spalle ampie e braccia muscolose. Non credo sia uno che va in palestra, piuttosto credo sia il suo lavoro ad avergli scolpito il fisico, perché dall’abbigliamento, penso sia un muratore e si sa quanti muscoli usino per il loro mestiere. Rosa, infatti, da piccola diceva sempre “Da grande sposerò o un palestrato o un muratore”; invece ha sposato uno che, come dice lei, pigia bottoni. Ha preferito il rassicurante stipendio di un impiegato a una massa di muscoli.

L’uomo mi guarda sorridente, ha degli occhi nerissimi, così come i capelli. Sul viso giovane si mostrano le rughe della sua ilarità e onestamente non so cos’abbia da ridere.

Ma tu apri sempre così? mi chiede.

Così come?

Guardati!

Lascio scorrere lo sguardo su di me, sono scalza, le gambe sono nude e indosso solo una camicia che appena mi copre il bacino, inoltre è sbottonata mostrando parte del seno.

Oh mio Dio! esclamo e gli sbatto la porta in faccia.

Rivestiti pure, ma non scordarti che sono qui ad aspettare.

Rientro in camera e afferro gli abiti che indossavo ieri, provo a vestirmi, ma tremo. Poi mi porto allo specchio e osservo le vistose occhiaie quasi violacee. Rosa mi guarda e mi chiede chi è alla porta, mi ricorda così che c’è qualcuno ad aspettare, ma il mio sguardo punta la foto della ragazza sul mobile. Mi giro arrabbiata verso la mia amica: Rosy, quando combini qualcosa me lo devi dire!

Lei porta via la testa dal cuscino, la sua folta capigliatura quasi rossa è ancora più vaporosa del solito.

Ma di cosa parli?

Di questa foto che ora è solo un cumulo di pezzi! Perché l’hai strappata?

Ma tu sei pazza! Che cosa me ne importa di quella foto?

No, tu vuoi giocare!

Non mi dà retta e nasconde la testa sotto il cuscino, quando risento il campanello. Appena riapro, lui è ancora lì, stringe nella mano destra una borsa ampia e altri strumenti da lavoro con la sinistra.

Nottataccia, vero? mi chiede ancora ridendo.

Mi dispiace per la porta che le ho sbattuto in faccia, ma ora vuole dirmi, gentilmente, lei chi è e cosa vuole a quest’ora?

Mi faccia passare.

Quel bellimbusto entra in casa senza permesso, si porta la borsa sulla spalla e inizia a guardare in giro.

Bene, bene, finalmente ti sei decisa a sistemare quest’appartamento! mi dice.

Oh, ma scusi, ci conosciamo?

No! Ma sono molto contento di fare la tua conoscenza.

E perché?

Perché tu sei quella simpatica editor che ha bocciato il manoscritto di mia sorella.

Come?

In fondo hai ragione, quel libro è noioso!

Sì, ma ora cosa vuole?

Sistemarti casa!

Un tonfo che fa tremare tutto, mi fa salire il cuore in gola. Corro nella mia stanza da letto e Rosa è a terra, di lato al letto. Ma cosa fai? le chiedo aiutandola ad alzarmi.

Io? Tu piuttosto, perché mi hai spinta giù?

Io ti ho spinta giù?

Il muratore giunge a darmi una mano, lei, come lo vede, fa gli occhi a cuoricino. E tu chi sei, un angelo? gli chiede e lui sorride ancora di più. Che fastidio mi dà.

Alla fine, mistero svelato: mio zio, mosso da pietà, ha deciso di dare una sistemata all’appartamento. Però, però, poteva mandare uno meno cafone? Questo qui non fa neppure attenzione al suo bel sedere che esce di fuori tutte le volte che si abbassa… Oddio, che sedere! Ma è volgare! Rosa sta impazzendo, doveva andare via e invece sta qui con la scusa di non volermi lasciare sola con uno sconosciuto. Io, invece, sono furiosa, l’impiegato della compagnia elettrica mi ha risbattuto il telefono in faccia: “Non è colpa nostra se la vostra taccagneria ha creato questo problema” mi ha detto e io mi sono offesa. Il bell’Antonio, quel villano muratore, mi guarda mentre controlla lo stato delle pareti e mi dice – Non ti farebbe male imparare un po’ di educazione!

Ah io?

A me lascia fare il rozzo, tu sei un’editor, dovresti avere più tatto.

Signorino, questi mi stanno facendo aspettare da un bel po’! Il servizio doveva già essere attivo, quando sono arrivata qui!

Hai pensato che questa casa è stata abbandonata a sé stessa e che forse non è attrezzata per un servizio elettrico? Chi te l’ha venduta, ha fatto un affare!

Non me l’hanno venduta!

Ah, te l’hanno regalata per disfarsene. Sicuramente è più una spesa!

È della mia famiglia!

Oh, allora hanno trovato l’unica scema intenzionata ad abitarla.

Gr… che rabbia! Se lo sbatto fuori, faccio male?” mi chiedo, mentre lui sgancia uno dei suoi sorrisi da splendido.

Sono le sedici, Rosa è andata via, ha visto che il bell’Antonio, per lavorare, sta impolverando di nuovo tutto e per paura di dover sfaccendare ancora, è scappata come inseguita da un mostro. Io mi sono rintanata nello studio in mezzo alle scartoffie, ma è difficile editare con i rumori che fa quello di là, lascio troppo spesso il manoscritto che ho fatto stampare in negozio. Chissà l’autrice quante me ne starà dicendo! Eh sì, perché c’è sempre una diatriba fra l’editor e l’autore: il primo deve correggere gli errori del secondo e il secondo ha sempre da ridire su tutto. “Ma correggetevelo voi!” vorrei dire, ma meglio non farlo, ci guadagno.

Per l’ennesima volta alzo lo sguardo dai fogli e guardo la stanza, mi sembra di esserci già stata in passato. Poi noto che un cassetto è chiuso a chiave e come per la porta, la chiave non c’è. Oh, farei bruciare tutto! esclamo. Subito dopo un “Ahi” mi suona forte alle orecchie. Oddio, il bell’Antonio s’è fatto male! dico e con una santa pazienza che non ho, vado a controllare. Lui è in cucina e arrabbiato mi dice che Nero lo ha morso.

Nero? Ma cosa dici? È buono come il pane quel gatto!

Oh che onore, mi dai il “tu”.

E comunque non lo vedo neppure!

Be’, mia cara, sarà scappato!

Ma tu hai visto che è stato lui?

Non l’ho visto, ma non credo ai fantasmi.

Peccato perché in questa casa ce ne sono, eccome!

Ah ah… qui il fantasma sei tu, pallida come sei!

La frase di Antonio mi suona come un’eco, mentre mi appare davanti una scena, come un ricordo: ci sono due persone, una ragazza molto giovane e un uomo, credo sui quaranta. Posso avvicinarmi a loro, come se fossi anche io lì, sono seduti su una poltrona e si baciano con trasporto. Lei sta sulle gambe di lui, ma non riesco a vedere i volti. D’un tratto mi sento sprofondare, mi fa male ciò che vedo, m’infastidisce. Provo gelosia, una rabbia che mi brucia dentro. Stringo le mani, mi chiedo cosa mi prende, li guardo e il mio cuore sobbalza a ogni carezza, ogni bacio. Poi la rabbia si fa sempre più forte e scaravento via la ragazza, afferro l’uomo al colletto e gli grido frasi poco carine. Lo sbatto contro la spalliera della poltrona e lui mi dice “Anna, Anna, calmati. Sei ridicola, non vedi che sei ridicola?” poi inizia a scuotermi lui e ripete il mio nome: “Anna… Anna… Anna Acquaviva… signorina Acquaviva… hei, pazzarella, ma che ti prende?”.

Antonio mi guarda spaventato, mi tiene stretta alle spalle, non ride questa volta, vedo i suoi nerissimi occhi sgomenti. Mi calmo, abbasso le spalle e porto la mano alla fronte: Dio, cos’è stato?

Non lo so, so solo che sembravi una pazza.

Ti ho fatto male?

Se, ce ne vuole per farmi male!

Ecco che rifà l’arrogante.”.

Devo stendermi.

Chiamo il medico?

No, sto bene, sto benissimo. rispondo mentre lascio la cucina.

Raggiungo la camera da letto, mi sdraio e fermo lo sguardo sul solaio. “Infame…” mi rimbomba nelle orecchie, è una parola che ho gridato durante la visione. Ma cos’ho avuto? Poi punto le foto sul mobile e sento il fuoco divamparmi nelle vene.

A-aiuto, la testa… Anto… Antonio… lo chiamo, ma non riesco ad alzare la voce e lui fa mille rumori con quei mobili di là. D’un tratto ho sonno…

Anna, Anna… Anna, svegliatevi.

Ah, voglio dormire! Lasciami dormire.

Ma è ora di andare a messa e dovete ancora prepararvi.

Apro gli occhi con difficoltà, davanti a me si materializza un volto bianco, smunto, con un sorriso appena accennato. Alzo la mano per portarla al viso e strofino le palpebre nell’estremo tentativo di svegliarmi. Quando ritorno a guardare la donna, sobbalzo fino a mettermi seduta e ora sì che mi sono svegliata!

Buongiorno.

Bu-buongiorno.

Dio santo, è il fantasma dell’altra volta, quello più anziano!” penso “Nooo, anche la stanza dove mi trovo, è quella del sogno!”.

Anna, non vi sentite bene?

Per niente, voglio dormire!

Afferro le lenzuola e le porto fino alla testa, non voglio restare in questo sogno un secondo di più.

Ma signorina, c’è Cesare Diaz!

Abbasso di nuovo le lenzuola e la fisso. Mi dica un po’, ha più o meno quarant’anni, è bruno, alto, distinto e ha un bel portamento?

Lei sorride ed esclama che è contenta di sentirmi giocare. Poi mi scopre chiedendomi scusa, ma conferma che è tardi. “Ok” penso “voglio proprio vedere chi è questo Cesare, se è l’uomo nelle foto!”. Mi alzo e la governante, almeno credo che sia questo il suo ruolo, apre l’armadio chiedendomi cosa voglio indossare. Cerco un po’ fra i merletti, le gonne a sbuffo e il raso, ma non trovo neppure un paio di jeans. Che stupida, come minimo siamo nel 1800! esclamo.

’85!

Eh?

1885.

Questa sua precisazione mica mi conforta, sa?

Certo che scegliere uno di questi abiti è un dramma, almeno quanto questo sogno. Alla fine indosso un vestito con un busto che mi tiene ben dritta, aperto sul davanti con un giro di trina bianca. La governante mi suggerisce di abbellire il collo con un nastro di velluto e passivamente accetto quasi come a dire “Fa’ come vuoi, basta che vedo questo Cesare!”. Mi raccoglie i capelli in una mezza crocchia dietro la nuca e crea una grossa acconciatura che arriva al collo. Sono così riccia e bruna che conciata in questo modo, sembro avere una parrucca.

Siete perfetta! mi dice.

Se, per andare al circo!

Oggi siete particolarmente spiritosa.

Eh, sapesse come sto!

Be’, io non vi ho mai vista così briosa!

Eufemismo!

Signorina Anna! State bene?

Mi volto di botto verso la donna al mio fianco e le chiedo se quella voce appartiene a Diaz. Lei questa volta mi osserva perplessa, credo stia comprendendo che non sto giocando.

Signorine… riprende l’uomo.

Arriviamo subito, due minuti, non si mette mai fretta a una donna! rispondo alzando la voce.

La governante impallidisce, più che altro sembra avere un travaso di bile per il giallino che le colora il viso. Le chiedo di stare calma, evidentemente in questo sogno, scusate, incubo, Anna Acquaviva deve essere una musona!

Dopo questa considerazione mi posiziono davanti allo specchio e mi guardo dalla testa ai piedi, sono proprio ridicola. Volteggio e aggiusto qualche ricciolo e qualche nastrino qua e là, ma i nervi mi tirano i muscoli delle guance. Vorrei trattenermi, evitare scoppi fuori luogo: con un fantasma alle spalle non sai mai cosa può accadere, ma è più forte di me e mentre qualcuno confabula fuori dalla porta, io scoppio in una sonora risata. Bene, almeno adesso rido, tanto so che è un sogno.

Eccomi, sono pronta.

La governante apre la porta e mi fa spazio, io raggiungo il corridoio e mi accorgo presto che le gambe mi tremano. Sento lo stomaco stretto in una morsa, il respiro fermarsi nella gola e nel mentre mi appare davanti lui, l’uomo nella foto.

C-C-Cesare Diaz? chiedo osservandolo.

Indossa un frac? O per meglio dire una marsina, un abito maschile di moda a quei tempi. Gli evidenzia il fisico ben tenuto, porta un fiore all’occhiello ed è ben visibile la catenina dell’orologio che va dal panciotto alla tasca del pantalone. Ha quel po’ di baffetto riccio che lo rende simile ai nobili nelle vecchie stampe.

Restiamo per qualche secondo in silenzio, lui fa una smorfia, seguita da un “Ciao Anna” del fantasmino bianco. Sono loro, non mi sbaglio, le due immagini nelle foto sul mobile della mia stanza.

Vi sentite bene? mi chiede Diaz osservandomi come ad analizzarmi. In verità, tutti mi guardano e in un silenzio che dice anche troppo: che in quest’incubo sono una forsennata?

Tendo il braccio cercando quello dell’uomo, lui accenna un sorriso e insieme alla governante e al fantasmino giovane, lasciamo questa casa immettendoci in strada. L’aria è fresca, il cielo è terso, il Vesuvio emana un fumo bianco e penso che finché non mi sveglierò, posso approfittarne per conoscere la mia città cento anni prima della mia nascita.

Guardo le strade prive d’auto, solo delle carrozze vanno e vengono accompagnando donne in abiti ottocenteschi e uomini in doppiopetto. Le prime portano un ombrellino parasole, i secondi il bastone da passeggio. Tutto è calmo, c’è una quiete senza tempo e resto allibita quando il fantasmino giovane afferma che oggi c’è troppa confusione.

Confusione? Dove cavolo risiedi di solito, su Marte? esclamo senza pensarci su un attimo. I tre si fermano e mi guardano sorpresi, ma da brava editor che certe conoscenze dovrebbe averle, mi scuso prontamente. Riprendiamo a camminare e un sorriso mi nasce sulle labbra, mi sento a mio agio, sto bene e mi piace il calore che sopraggiunge dal bel corpo imponente di questo Cesare Diaz. A guardarlo, scorgo che è proprio bello e poi è un signore, portamento elegante, serio. Nulla a che vedere con quel rozzo del bell’Antonio!

Arriviamo in chiesa e ci sediamo su una delle prime panche. L’ambiente e l’odore di incenso mi portano come in un limbo, diviso fra il mio tempo e quello del sogno, solo gli abiti e gli atteggiamenti dei presenti mi dicono che sto ancora sognando. È molto strano non vedere persone con la testa china sugli I-phone o intente a immortalare anche il chierichetto che si mette le dita nel naso. Potremmo farci due belle risate postando qualche immagine su Facebook e potremmo scrivere “Come si viveva un tempo anche senza internet”! esclamo ridendo. Cesare mi guarda con rimprovero; il suo viso, a dire il vero, da quando l’ho visto, è contratto su un’espressione troppo seria. Lo sgomito e gli dico – Senti questa che ti fai una risata! Tre uomini arrivano in Paradiso e San Pietro chiede: “Quanti di voi hanno tradito la moglie? Chi l’ha tradita, alzi la mano”. Due uomini alzano la mano, allora, San Pietro dice: “Tutti e tre in purgatorio, anche il sordo!”.

Diaz impallidisce, il fantasmino si segna con la croce. Come la fate lunga. Non è tanto divertente ma almeno un sorriso! – sbotto, poi, guardando il Crocifisso, penso “Sarebbe ora di farmi svegliare!”

La governante, Stella Martini, mi chiede perché non mi reco dal confessore come sta facendo il fantasmino cianotico.

Confessarmi? Non lo faccio dalla prima comunione! rispondo infelicemente, attirandomi la contrarietà di Stella e di Cesare. Purtroppo non mi è facile tenere sempre ben presente dove mi trovo.

Impacciata per quest’abito che mi stringe ovunque, mi alzo e tiro il corpetto cercando aria.

Signorina Anna, vi prego di comportarvi come conviene ad una signorina! fa Diaz con le vene delle tempie ingrossate.

Oh, sì sì, certo. Allora, io vado dal confessore, anche se sinceramente non so cosa dirgli.

Stella Martini strabuzza gli occhi e fa il segno della Croce come se avessi appena imprecato. Io, intanto, sono sgattaiolata via buttando un’occhiata alle persone presenti. Mi siedo accanto al confessionale e osservo oltre la grata. Lui, il confessore, ha la pancia grande come un pallone aerostatico con su le dita incrociate e ronfa emettendo un fischio.

Padre. faccio, ma deve essere in coma.

Padre. e finalmente si muove leggermente, ma si pulisce con la mano un qualcosa che gli cola dal naso e ritorna a sonnecchiare.

È inutile, non vi sentirà mai. mi dice qualcuno distante pochi passi. Mi volto e vedo un ragazzo, è biondo, credo nobile, con dei baffetti che coprono appena la rossa bocca, quasi da donna.

Signorina Acquaviva! riprende togliendosi il cappello in un atto di riverenza. A questo punto mi sono annoiata già di questa commedia ottocentesca e per distrarmi, raggiungo il giovane damerino guardandolo dalla testa ai piedi.

Ciao! gli dico e lui mi osserva sgomento. Tanto per dire qualcosa, esclama – Siete qui in compagnia di vostra sorella?

Mia sorella?

La signorina Laura.

Ho una sorella?

Se la signorina Laura è nata dai vostri stessi genitori, sì. risponde e sorride. “Crede di essere stato spiritoso?” mi chiedo.

Faccio un sorriso, quel tanto da non mostrare la mia contrarietà. Poi lo afferro per un braccio e mentre le campane indicano l’inizio della messa, lo trascino con me in sacrestia. Lui diventa paonazzo e sono consapevole di distruggere la mia rispettabilità, ma che m’importa? Tanto è un sogno! Però si dice che il gioco è bello quando dura poco e io mi sono stancata di giocare.

Senti, io ho sonno, non ho dormito tutta la notte, o meglio, ho dormito, ma ho sognato, più che un sogno era un incubo, è un incubo, quindi, ora vorresti avere la gentilezza di riaccompagnarmi a casa?

Oggi siete strana, signorina.

Sì, va be’, lo so. Mi accompagni?

E Cesare Diaz?

Per un attimo mi prende una fitta al petto e penso a quell’uomo perdendomi nella contemplazione del suo volto.

Vedete? Le vostre attenzioni non sono che per lui. riprende il damerino.

Ma che cosa? lo riafferro per il braccio e lo trascino nella corte della sacrestia – Siete o non siete un gentiluomo?

Certo!

E allora poche storie.

Luigi Caracciolo, così risponde di chiamarsi alla mia domanda, ritenendosi anche offeso per non averlo ricordato, mi dà il suo braccio e lo seguo con attenzione cercando di non fargli capire che non ricordo la strada. Ho già messo molto in discussione la mia salute mentale.

Arriviamo a casa e chiedo alla servitù di offrirgli qualcosa, mentre io dico di dover prendere una cosa dalla mia stanza. In realtà mi fiondo sotto le coperte e stringo gli occhi per riaddormentarmi.

Luigi Caracciolo lascia il salone recandosi in corridoio. Si ferma accanto alla porta e sussurra “La morte è solo l’inizio”.

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