“Cinque Poveri in Automobile” di e con Eduardo De Filippo


5 poveri in automobile 1In occasione del trentennale della morte di Eduardo De Filippo vi avevo promesso di analizzare tutte le sue commedie de La Cantata dei giorni dispari, in quanto sono le commedie più intense, più ricche di significato, quelle che più lasciano l’amaro in bocca, ma allo stesso tempo anche quelle che insegnano di più, quindi le più moraleggianti.

Ma poi c’ho pensato, ho riflettuto a lungo su questa mia decisione e mi sono detta che per far apprezzare un grande artista bisogna farlo conoscere a 360°, quindi oggi non vi propongo una sua commedia, ma bensì un film-commedia che lo vede sì protagonista, ma non a capo di una famiglia. Non si trova al vertice di un nucleo familiare quasi alla deriva come in Natale i casa Cupiello, in Napoli Milionaria, Non ti pago, né tantomeno rappresenta il marito tradito e umiliato davanti all’intero paese come in Chi è cchiu’ felice ‘e me. Qui infatti Eduardo, che veste i panni dell’omonimo personaggio Eduardo Moschettone, deve badare solo a se stesso e al suo sostentamento perché è un semplice addetto della nettezza urbana.

Si tratta di 5 poveri in automobile, un film del 1952 della regia di Mario Mattoli che vede al fianco di Eduardo un cast eccezionale composto da: Titina De Filippo, Aldo Fabrizi e Walter Chiari.

Dunque la storia di Eduardo si intreccia con quella dei personaggi sopraelencati, tutti accomunati da un evento fortunato: la vincita alla lotteria di un’ automobile di lusso.

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Questa vincita però si rivela subito una fregatura, in quanto per poter mantenere l’automobile i 4 dovrebbero avere un’ingente somma di denaro. Così decidono di comune accordo di rivenderla al concessionario alla somma di un milione e in più hanno la possibilità di poterla utilizzare una sola volta a turno. Compromesso più che necessario, dal momento che ciascuno ha un forte desiderio di mostrare ai loro rispettivi amici, conoscenti o parenti la loro fittizia ricchezza. Ma andiamo per gradi…

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Il primo giorno la macchina tocca a Mariù Palombella, attrice di successo in gioventù ridotta ormai al ruolo di comparsa a Cinecittà, interpretata dalla grande Titina De Filippo. La povera Mariù ha un solo vizio: l’alcol. Ed è proprio questo che la rende una poco di buono agli occhi di suo genero che le impedisce di vedere sua figlia e sua nipote. Dunque Mariù spinta da un sentimento di dolore e di rivalsa, con tanto di autista e segretario, interpretato in realtà da un suo collega di Cinecittà, ben truccata e vestita si presenta a casa di sua figlia annunciando di essere stata scelta da un regista americano per quattro film e quindi prossima alla partenza chiede di salutare sua nipote. Una scena alquanto emozionante, alla fine della quale, anche il genero, resosi conto della farsa, ma avendo apprezzato la buona fede della donna, le chiede di tornarli a trovare presto. Così si conclude la sua magnifica giornata.

Il giorno seguente i protagonisti non litigano affatto perché essendo venerdì 17 preferiscono lasciare l’auto a Cesare che, ignaro della data, accetta di buon grado. Cesare è un vetturino che fatica a tirare avanti in seguito all’avvento dei taxi, interpretato da Aldo Fabrizi. Il suo scopo, in possesso del gioiellino, è di far morir d’invidia un suo collega vetturino. Ma non sapendo guidare bene finirà per urtare la carrozza e questa sarà solo la prima delle sue disgrazie di quel venerdì 17… Infatti sarà obbligato ad accompagnare lui stesso i due passeggeri del collega in giro per la città e ciò gli costerà molto caro, non solo sarà scambiato per l’amante della cliente a bordo della sua macchina, ma finirà anche per pagare multe su multe per star dietro ai capricci dei suoi passeggeri. Dunque il piano che aveva organizzato per la sua giornata si rivelerà del tutto fallimentare.
Il terzo giorno la macchina spetta a Eduardo. Il suo progetto non è tanto dissimile da quello di Cesare, perché anche lui vuole far rosicare qualcuno. Ma il movente è ben diverso… Eduardo vuole semplicemente mostrare al suo rivale di gioventù in amore, che gli aveva sottratto la donna con la sua ricchezza, quanto sia arrivato in alto, nonostante lui lo avesse sempre reputato un nullafacente. Ma anche qui ci sarà un colpo di scena. Eduardo recatosi nel suo paese natio con l’automobile e l’autista scopre che proprio quell’uomo che gli aveva tolto tutto da ragazzo, non solo aveva perso la donna che amava e il lavoro, ma anche la casa e adesso era costretto a vagabondare e racimolare un po’ di cibo per strada. Quindi si rende conto che il suo desiderio di rivalsa non ha più motivo di esistere perché le sue condizioni economiche non sono poi così disastrose.

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Poi in ultimo tocca al bello e affascinante facchino Paolo, interpretato da Walter Chiari. Quest’ultimo non vuole far invidia a nessuno, ma desidera soltanto fare bella figura con la donna che ama e che sta frequentando. Ma anche lui sarà coinvolto in una serie di intrighi. Riuscirà alla fine a conquistare la sua amata, ma nel darle un bacio emozionato e felice finisce per distrarsi e investire un uomo. Così tutti e quattro i compagni di avventura si ritroveranno all’ospedale per assistere l’uomo ansiosi per la sua sorte e per quella dell’auto. Fortunatamente l’uomo riporta soltanto una lussazione al braccio. Ma confessa di essersi fatto investire di proposito perché nel vedere una macchina come quella aveva creduto di trovarsi di fronte a un riccone e di conseguenza di poterci guadagnare qualcosa. I quattro in un primo momento indignati restano senza parole, ma nel vederlo povero, umile e disperato come loro decidono di far beneficiare anche lui della somma pattuita dal concessionario. Ecco il quinto povero. Così il film si conclude…

Al termine di questo film ho provato una serie di emozioni contrastanti. Da un lato ho subito notato la netta differenza con le altre storie che hanno visto Eduardo protagonista. Innanzitutto come ho già accennato all’inizio, questa non è una commedia ma un film, dunque i ritmi e i tempi sono diversi, brevi, rapidissimi e circoscritti ai singoli personaggi della scena, anche per la scelta del regista di creare quattro episodi distinti e separati che non hanno dato al film la giusta unità narrativa. Ma ho avuto l’impressione di trovarmi non solo di fronte ad un genere diverso, ma anche a un attore diverso. Il suo modo di recitare mi è sembrato meccanico, artefatto e poco spontaneo. Forse anche per l’utilizzo del dialetto ridotto al minimo, una scelta linguistica poco rispondente alla sua personalità e alla sua vena comica. Sì perché Eduardo qui è limitato, non essendo lui il regista non può decidere di articolare il copione come meglio crede, non può usufruire della sua napoletanità a tutto tondo . Ma non napoletanità intesa come dialetto, come lingua, ma bensì come atteggiamenti, comportamenti, il modo di interagire con i suoi personaggi. É freddo, distaccato, quasi estraneo, invece nelle commedie diventa un tutt’uno con i suoi attori, i suoi colleghi, i suoi familiari, Quindi non bisogna sottovalutare la mancanza del nucleo familiare intorno al quale Eduardo fa ruotare il suo intero teatro. Sì è proprio quella la chiave del suo successo: la famiglia. Il suo punto debole nella vita priva, ma il suo di forza e di partenza sul palcoscenico.

In aggiunta, mi ha colpito molto l’insegnamento che ogni episodio ha voluto darci. La prima scena infatti ci mostra che il perdono è concesso a tutti soprattutto se ci si mostra disposti a cambiare per il bene altrui. La seconda può essere definita con un proverbio: Chi troppo vuole nulla stringe, in quanto Cesare che vuole fare a tutti i costi lo sbruffone finirà per perder solo tempo e denaro. La terza ci mostra un uomo che impara ad apprezzare ciò che ha. La quarta invece è il trionfo della bontà, dell’ingenuità e del sentimento più puro: l’Amore!

Che dire, certamente un bel film, ma lontano dalla grandiosità delle commedie di Eduardo!

Vincenza Pacifico

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