Psykhe – Capitolo 4


Capitolo 4

Il risveglio

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Il suono della sveglia? È il suo suono, non sbaglio, quindi, ha funzionato, mi sono riaddormentata ed ecco che mi risveglio nella mia casa! Ok, ora devo fare la verifica e apro piano le palpebre. La prima cosa che vedo, è la parere di fianco al letto. Dio, ho paura di ritrovarmi di nuovo la finestra davanti, ma scorro con lo sguardo lungo la parete ed eccola, è di fianco al letto. Mi metto seduta e respiro profondamente. Mi nasce un sorriso sulle labbra, mentre la luce del sole mi mostra la stanza su piazza Vittoria. – È ora di mettersi al lavoro! Ho dei manoscritti da editare. – dico e vado in cucina per preparare un buon caffè. Certo che anche questa casa doveva essere una delle più lussuose ai suoi tempi. Ora è completamente fuori moda e non funzionale. Fortuna che il nonno adattò ai suoi tempi la cucina con un fornellino, altrimenti avrei dovuto usare i carboni anche solo per il caffè. Afferro il portatile dalla tavola e solo ora mi ricordo che la batteria è scarica e non solo: nell’attimo che ho provato ad accenderlo, per alcuni secondi lo schermo si è illuminato, ma era come spaccato in mille pixell colorati. Oddio, com’è possibile che si sia rotto? Vuoi vedere che Rosa lo ha fatto cadere? Infatti, non dovrebbe essere nemmeno qui in cucina. Oh, ho proprio voglia di ritornarmene a Roma, almeno lì, in casa ero tranquilla. Afferro la tazza, verso il caffè e me ne vado nel vecchio studio; mi metto a osservare i suppellettili e le foto alla parete. La maggior parte ritrae lo stesso uomo nella cornice nella mia stanza. È proprio un bell’uomo, mi piace. Poi in un’altra c’è lui con, penso, la moglie.
Un altro sorso di caffè e mi avvicino alla scrivania. Sul piano ci sono dei fogli ingialliti, sparsi ovunque e i cassetti sono aperti, come se qualcuno avesse rovistato. Oggi inizierò proprio da qui a pulire. Mi siedo sulla poltrona e una nuvoletta di polvere mi avvolge. Poggio la tazza sulla scrivania e inizio a leggere i fogli. Portano tutti la stessa firma, C. Diaz.
– C. Diaz? – mi chiedo ricordando qualcosa non ancora chiaro. Poi rammento la voce nel mio sogno: “Di quello in cui vivi sola nella casa di Cesare Diaz…”.
Osservo ancora la firma: – C. Diaz… C. Diaz?… Cesare Diaz! Questa era la casa di questo Cesare Diaz? – esclamo. Sarà la stessa persona? Be’, comunque, il sogno è solo una manifestazione del mio pensiero. Ieri devo aver letto questo nome da qualche parte… visto che qui non si butta mai nulla.
Mi gratto la testa e frugo nei cassetti alla ricerca di altro, voglio comunque capire chi è quest’uomo. Trovo dei documenti, ma sono solo contratti privati, sempre della stessa persona. Noto che ha avuto contatti con nobili e uomini illustri di Napoli. Le date che riportano mettono i brividi, 1877, 1880, 1885… Perché conservare queste cose? Poi suona il campanello, ma cavoli chi sarà a quest’ora? A proposito, io non so che ore siano. L’orologio a pendolo va avanti, l’ho visto ieri. Non mi resta che aprire.
– Allora, buongiorno cara! – è Rosa – Ecco il passepartout!
– Non ci hai dormito stanotte, eh? – le chiedo chiudendo la porta.
– Dai, vieni, sono curiosa.
La mia amica non perde tempo, inserisce la chiave nella serratura, ma non fa in tempo a girarla che questa si apre. Ci guardiamo.
– L’hai già aperta? – mi fa quasi arrabbiata. Lei deve essere la prima a scoprire le cose.
– Ma quantomai! Deve essersi rotta a furia di provare!
Mi guarda storta, non ci crede, ma entriamo comunque e lei è eccitata, io attenta. Appena sono dentro, mi viene un colpo, il letto è sfatto. Rosa mi guarda ancora: – Tu sei entrata e non mi hai aspetta!
– Ti dico di no!
– Ieri ho sbirciato dalla toppa, il letto era in ordine!
– Invece di prendertela con me, aiutami, questo è un problema serio! La chiave non si è persa, ma ce l’ha qualcuno che entra ed esce da questa stanza come e quando vuole!
– Devo crederti?
– E secondo te, io mettevo la camera in disordine sapendo quanto ci tenevi a vederla insieme?
– Ah, quindi, se fossi entrata, avresti finto di non averlo fatto?
– Oh, Rosy, smettila!… Ora penso proprio di dover chiamare mio zio.
Rosa non mi crede, è convinta che sono entrata prima di lei. Inizia a pulire la casa e per un bel po’ non mi parla. Io, intanto, chiudo le persiane e ho deciso di fare la guardia alla stanza. Appena abbiamo finito tutto, chiedo alla mia amica di restare a dormire da me e a turno, per evitare di addormentarci, spiamo il corridoio dalla toppa della mia stanza. Abbiamo preparato una bella caraffa di caffè e dei dolci ordinati in pasticceria, perché ovviamente la compagnia elettrica s’è guardata bene dal risolvere il mio problema.
Ora tocca a me controllare, Rosa già ronfa sul vecchio letto. Mastico un pasticcino alle mandorle e guardo, decisa, il corridoio. Ho lasciato qualche candela accesa. Nero mi salta sulle gambe e si rincantuccia.

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