Psykhe – Capitolo 3


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Capitolo 3

L’incubo

Sono sotto le coperte, il freddo mi ha svegliata e me ne lamento. Accidenti, sono sicura che mi verrà un maledetto raffreddore, dopo quella doccia fredda.

– Acciù! – ecco, infatti! Mi copro meglio, ho i brividi, non è normale tutto questo freddo. Allora, alzo la testa dal guanciale per vedere se ho chiuso la finestra, ma vedo solo la parete. – Credo di stare ancora nella casa di Roma! – mi dico e cerco la finestra con lo sguardo. Lo sapevo, è aperta. – Ma… nella nuova casa la finestra non è di fianco al letto? Com’è che me la ritrovo davanti?

Mi metto seduta, sì sì, è proprio davanti a me. Vuoi vedere che presa dal sonno, ho sbagliato camera? Mi strofino gli occhi, forse sto dormendo ancora e quando ritorno a guardare, non solo la finestra è ancora lì, ma sotto c’è anche un letto con una ragazza distesa. – No, va bene, sto dormendo! – mi dico e nello stesso istante mi pizzico una guancia. Nulla. Mi do uno schiaffo, uno ancora più forte. Mi faccio solo male. Che devo fare per svegliarmi? Mi devo buttare con la testa contro la parete? Sì, magari mi sveglio, ma poi finisco in ospedale.

Mi alzo, cerco le pantofole, trovo delle calzature strane, di stoffa e ricamante con delle perline. Indosso, inoltre, una camicia lunga e bianca, abbellita da merletti. Che sia già in ospedale? No, sto, dormendo, sicuro!

Mi avvicino alla ragazza. Il suo viso mi è familiare, ma non so chi sia. Forse l’ho vista in qualche foto e la sto sognando. Dorme tranquilla, ha un libro abbandonato sul ventre, credo uno di quei libri che ho spolverato oggi.

– Che cosa si fa per svegliarsi, quando si sa che si sta dormendo? – mi chiedo. Poi penso di andare a bagnarmi il viso. Apro la porta e… ovviamente la casa è un’altra! Mai che in un sogno, ci sia qualcosa di coerente.

– E ora dov’è il bagno?

Oddio che casa lussuosa! Almeno è ciò che intravedo, perché è buia. Provo ad accendere la luce, ma non ci sono interruttori. Apro qualche porta e trovo solo stanze, stanze, stanze! Oddio quante stanze! Vuoi vedere che nel mio inconscio amo le case grandi? Com’è possibile se odio pulire?

Proseguendo, arrivo in un salottino. – Ahi! – urlo. È pieno di tavolinetti, di poltrone, mobili ed ho inciampato in uno di questi. Ovviamente anch’essi antichi: la casa dello zio sta condizionando anche i miei sogni.

Zoppicando per l’alluce dolorante, continuo nell’ispezione, quando mi accorgo di una luce alle mie spalle. Qualcuno si è fermato dietro di me, una voce bassa, d’oltretomba, dice – Non avete sonno, Anna?

Un brivido mi scende lungo la schiena. Com’è vivido questo sogno, o meglio, incubo! Mi volto piano, vedo una donna di mezza età, scialba; ha con sé una lampada, credo di ferro battuto, un pezzo d’antiquariato. La luce, quasi rosa, le illumina il volto accentuando i tratti spigolosi del viso.

– Forse avete fame? Ieri avete mangiato così poco! – mi dice con una certa familiarità.

– I-il bagno… Sto cercando il bagno. – assecondo il fantasma del mio sogno.

Ora mi guarda spaesata. Si avvicina, io tremo e ritraggo la mano che lei cerca di afferrare. Mi ha sfiorata, le sue dita sono fredde. Un secondo dopo vedo arrivare nel salottino la giovane che dormiva nella mia stanza. È una bella ragazza dal viso dolce, ha la pelle bianca e i capelli biondi. Mi guarda senza dire una parola, il suo volto è disteso, infonde tranquillità e inquietudine nello stesso tempo.

– Bene, io vado a letto. – riprendo sperando di non contrariarle. Mi dico che riaddormentandomi, mi risveglierò nella casa dello zio.

– Volete che vi prepari qualcosa da mangiare? – continua la donna.

– No, non ho fame. Grazie.

Le supero, la bionda è sempre in silenzio; che sia muta? Sento che mi segue con lo sguardo. Entro in camera e m’infilo sotto le coperte… di broccato? Oh Santo Cielo, quella casa mi ha proprio turbata. – È chiaro, con tutti quegli oggetti antichi!

Chiudo gli occhi e mi metto nella mia posizione preferita, sul fianco destro, con una mano sotto il cuscino e l’altra sotto la guancia. Chiudo gli occhi e provo a distendere i nervi. Le palpebre tremano, la tensione mi spinge ad aprirle, ma no, devo addormentarmi, così stringo le mani.

Passano dei minuti, m’impongo di dormire, devo vincere io, ma tutto crolla, quando sento la porta aprirsi. Sento qualcuno che si ferma di lato al letto, la paura mi assale.

– Sei sicura di non voler mangiare?

Credo sia lei, il fantasma biondo. – Quindi non è muta. – mi rispondo.

Scuoto la testa e sospiro sollevata perché si allontana. Sento le lenzuola che tira su per coprirsi.

– Anna, – riprende – forse hai fatto lo stesso sogno dell’altra volta?

Alzo la guancia dal cuscino e la osservo.

– Di quale sogno parli?

– Di quello in cui vivevi sola nella casa di Cesare Diaz… Che era di un tuo zio e che c’erano tutte quelle strane cose.

– Quali strane cose?

– P-portatile… cellula… una cosa simile. Sai, sei pallida come quella volta.

Mi ributto con la testa sul guanciale: – Voglio dormire, voglio dormire…! – mi dico.

Non ce la faccio, se questo sogno continua, mi sento male.

– Vuoi che ti legga qualcosa? – mi chiede.

La guardo ancora. Ha una voce così pacata, che la sua lettura avrà sicuramente un effetto soporifero.

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