Intervista a Leandro Mancino – Il Sogno di Nemus


Non so bene se sia stato merito del caso o del destino, so solo che dall’imbattersi negli scritti, il cui autore è il ragazzo che ho avuto il piacere di intervistare, il mio cuore ne abbia decisamente giovato.
Indicato per tutti coloro che sono stanchi di ritrovarsi davanti a scritti smielati e propendono per una creatività intensa e assolutamente poco filtrata. Crude quanto impregnate di emozioni le parole del giovanissimo Leandro Mancino trasportano e mantengono vivo l’interesse in ogni parte che decide di condividere con i suoi lettori.
Con la speranza di lasciare gli affezionati lettori de In Nomine Artis entusiasti quanto la sottoscritta, vi lascio alla sua intervista. Buona lettura! 🙂

Sebbene si tratti di un’intervista perlopiù telematica, ci terrei comunque a ricreare una sorta di ambiente nel quale immaginare di intrattenere la nostra conversazione. Ci si ritrova in una semplicissima cleanroom, del tutto asettica e priva di qualsiasi oggetto ad eccezione di uno specchio, a grandezza reale, nel quale è possibile appunto osservare il proprio riflesso. Cosa vedi? E soprattutto cosa ti piacerebbe vedere?

Vedo il riflesso di un me piccino, 8 anni circa, che mi guarda impassibile: mi scruta, mi studia, forse un po’ soddisfatto. Non saprei cosa vorrei vedere, probabilmente mi sta fin troppo bene quel che ho già immaginato di vedere.

Scrivi per te stesso o per gli altri?

Non penso ci sia una risposta netta a questa domanda ma, tendenzialmente, per me. Scrivere negli anni è diventato un bisogno, alla stregua di altri simili come il cibarsi o il dormire: non c’è giorno in cui io non voglia avere, anche per un solo minuto, un momento di scrittura.
Mi aiuta a capire, a mettere in ordine, a tenermi in contatto con una parte di me che altrimenti difficilmente verrebbe a galla.

Per necessità o per diletto?

Anche qui una risposta è difficile da dare, dove inizia il diletto e dove la necessità? Diciamo che per ora il connubio di entrambe le dimensioni è equilibrato e mi permette di vivere il tutto con enorme semplicità: la necessità di comunicare è pari al piacere di farlo. Leandro Mancino a confronto con il mondo.

Ciò che ti riesce meglio.

Lavorare. Detto così suona strano, me ne rendo conto, ma sono abilissimo a prendere impegni, ad impegnarmi fino a consumare la mia vita sociale per il lavoro.

Ciò che credi che riesca meglio alla maggior parte delle persone.

Chiudere gli occhi, non badare ai propri passi: riesce bene a tutti, specie a me.

Ciò per cui proprio non sei portato.

Il ballo. Per chi mi conosce non è affatto un segreto – io non so ballare e se capita di farlo, una volta all’anno, avviene per pura casualità.

Ciò che credi che la maggior parte delle persone non sappia fare.

Comunicare: penso il disagio più grande sia esprimersi in maniera soddisfacente. Tralasciando qualsiasi teoria che ci vede come essere sociali, penso che ognuno dovrebbe trovare il proprio modo, o i propri modi, di esprimere sé stesso: dal ballo, alle parole, ai gesti – va bene tutto, purché sia soddisfacente.

L’emozione che provi con più frequenza.

L’essere in tensione, che con me è anche funzionale finché arrivo ad un limite che mi impone di fermarmi e di prendere i miei spazi.

L’emozione di cui credi che il mondo sia impregnato.

Ho l’immagine di un mondo in attesa di qualcosa, che a dirla così non è un’emozione, che forse sta a dire la speranza. Bisogna immaginarla diversa, però, la speranza: niente di enorme, niente di magico, solo il barlume di qualcosa che si spera arrivi prima o poi. Senza troppi investimenti, senza troppe delusioni: solo l’attesa e un occhio di riguardo.

Sebbene, sul tuo blog siano presenti una cospicua quantità di pensieri, abbiamo la possibilità di trarre giovamento in particolare da tuoi due scritti: “Mi stupisco di” e “Le mie donne”.

Asse temporale: In quale periodo della tua vita hanno visto la luce?
I due scritti fanno parte di un modo di concepire la scrittura a me nuovo, una modalità che concepisce un inizio ed una fine, quantomeno momentanea. Ho scritto per circa dieci anni in maniera atemporale e senza preoccuparmi di un pensiero che andasse a raccogliere la maggior parte degli scritti: tutto era un flusso di idee.
Uno scritto è un passo diverso, uno scritto è qualcosa che richiede un pensiero-meta su ciò che si sta facendo: uno scopo, un target, un senso.
E quanta distanza hanno l’uno dall’altro?

I due scritti hanno una distanza di un mese circa l’uno dall’altro, attualmente è presente un terzo scritto che si chiama “ Dieci anni di”, pubblicato il primo dicembre per l’anniversario dell’apertura del mio blog. Sono dieci anni che scrivo in quello spazio virtuale ed ho voluto produrre qualcosa che, per ogni anno, raccogliesse un pensiero significativo su ciò che è stato fatto.
Vorrei pubblicarne uno ogni mese, per darmi un tempo, un battito che scandisca la mia vita: speriamo di farcela per gennaio.

Asse spaziale: In che luogo ti è più congeniale scrivere?

Ho scritto in qualsiasi posto, davvero, anche seduto su un tetto di un enorme palazzo: mi basta un computer ed una linea internet. Di solito scrivo di sera, verso la mezzanotte, a chiusura di una giornata densa in cui cerco di prendere contatto con quanto mi andrebbe di esprimere e godo del silenzio della casa e della quiete della città.

Asse emozionale: Era presente durante il preludio e l’organizzazione dei due scritti, l’intenzione di voler trasmettere qualcosa al lettore? Se si, cosa?

Inserisco sempre una breve introduzione, non troppo approfondita però: preferisco lasciare al lettore la propria strada, la propria interpetazione. Ogni cosa che scrivo ha un suo esatto senso, per me, ma penso che la scrittura debba avere una sua parte proiettiva che, se non stimolata, difficilmente permette di far risuonare le emozioni dello scrittore in chi legge.

E attraverso le tue parole, credi di aver tenuto fede a quanto deciso?  Sei soddisfatto del risultato?

Non mi soddisfo facilmente, lo ammetto, ma penso che ne sia uscito un buon lavoro: i miei scritti sono troppo brevi per i miei gusti ma attualmente non riesco a dilungarmi troppo. Proprio non ci riesco a scrivere qualcosa che si avvicini ad una storia, ad un percorso non spezzettato.
Qualcosa vorrà dire, forse: ci penserò.

Molto spesso agli artisti in generale capita di perdersi, che sia all’interno di un momento o di una sensazione è del tutto relativo. Ti è mai successo? Se si, cosa fai per ritrovarti?

Probabilmente non si smette mai di perdersi, se non altro in sé stessi, se si vuole davvero comunicare qualcosa di proprio che si sente inarrivabile se non attraverso la scrittura. Il perdersi io lo chiamerei “attraversamento”, che poi è un termine utilizzato in alcune teoria di psicologia clinica che sta ad indicare proprio quel senso di perdita legato allo stare dentro un’emozione, una situazione, un processo.
Attraverso spesso le mie emozioni, i mei momenti, e per uscirne fuori, se così si può dire, scrivo: è uno dei pochi modi che conosco per mettere in ordine le briciole, per respirare la nebbia e capirci qualcosa.

Avvalendoci per un instante di un pensiero del regista Mazzacurati, il quale afferma che “ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.” e invita ad essere gentili, tu che tipo di battaglia stai combattendo?

La mia moralità ed i miei modi di agire sono il mare in tempesta con al centro una barca di desideri non dicibili.
Parafrasando, la battaglia è di sicuro contro me stesso.

Qualora non fossi stato portato per la scrittura o qualora dovessi stufarti di mettere nero su bianco te stesso, c’è un’altra forma d’arte che ti incuriosisce e attraverso cui ti piacerebbe sperimentare?

Probabilmente avrei utilizzato qualcosa di poco corporeo, dall’apparenza distante e distaccato, oppure privato: qualcosa da fare da soli, al buio. Ho sempre adorato il pianoforte ed il violino, forse la musica dunque.

C’è qualche scritto in corso d’opera o qualche progetto (a parte “il sogno di Nemus” a cui ti dedichi con costanza) in programma?

Mi dedico con costanza ai miei studi, sono laureato in psicologia e specializzando in Psicoterapia di gruppo. In più ho diversi progetti nell’ambito dell’informatica, da dieci anni circa programmo in diversi linguaggi ed ho in piedi qualche progetto anche in quell’ambito. Mi diverto anche con la ricerca, sempre in psicologia, che tramite alcuni software statistici tentano un’analisi emozionale dei dati testuali: un giorno vorrei analizzare i testi del mio blog e cercare di capirci qualcosa, di capire i cambiamenti negli anni.
Di inerente al blog, a dire il vero, non c’è molto, negli anni ho avuto la passione della fotografia poi abbandonata per forze maggiori: conservo diversi scatti che spesso associo a quanto scrive.
E’ un bel modo di procedere l’associare un’immagine a delle parole, lo consiglio vivamente a tutti, è un connubio di sensi.

Potete seguire Leandro Mancino sulla sua pagina Facebook e sul suo sito internet. 🙂

Ilaria Tranfici

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