Psykhe – Capitolo 2


Capitolo 2

Il messaggio

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Anna, Anna… − appena uscita dalla panetteria, sento il mio nome urlato, con una forza tale da strappare le corde vocali. Mi spavento, cerco intorno. Niente. Nessuno mi guarda, nessuno si avvicina e comunque a Napoli di Anna ce ne sono in abbondanza. Esclamo un – Mah – e volto le spalle per ritornare a casa.

Ops, il messaggio! – ricordo e afferro il telefono dalla tasca: Sto per ritornare, Anna.

Mittente sconosciuto. Mmm… deve essere Rosa che al solito ha perso la scheda, ma alla fine si mette il proprio nome, non quello del destinatario. La solita! – dico iniziando a salire le scale. Arrivo sul pianerottolo e trovo la porta aperta: un maledetto vizio che ho da bambina. Provo ad accendere la luce, niente. Quelli sono pronti solo a inviare le bollette. Ok, ho deciso, li chiamo, e nel mentre vedo Nero che ritorna di nuovo a graffiare la porta della stanza chiusa. Inizia a miagolare proprio quando mi risponde l’operatore. Le solite scuse, qualche frase un po’ distratta, un “ci scusi”, un “mi dispiace” e la telefonata finisce con la speranza che possano intervenire su un guasto dalle cause ignote. Ignote! Non è stata mai ristrutturata questa casa. Ignote un cavolo!

Ah, ma ci penso io a te! – esclamo, quando sento un forte rumore provenire dalla stanza chiusa. Mi precipito alla porta e grido – Chi c’è?

Deve esserci qualcuno, Nero non si agita mai per nulla.

– Va bene, – dico guardandomi intorno – proviamo con la chiave della mia camera. – l’afferro e la introduco nella toppa. Smuovo un po’, provo a girarla e cerco di non spezzarla. Nero si ferma ma aspetta ansioso che apra. Butto via la chiave e ne prendo un’altra. Provo ancora, più decisa. Al terzo tentativo grido di nuovo Chi c’è? – percuoto la porta e mi abbasso per sbirciare dalla serratura. È una stanza da letto, con i soliti mobili centenari! Si vede un comodino e un letto sotto la finestra, questa è chiusa, quindi, nessuno è entrato da lì. Appena s’accorge che mi sono arresa, Nero riprende a miagolare.

– Ma si può sapere cos’hai? Evidentemente deve essere caduto qualcosa nell’appartamento di sopra! – gli rispondo.

Rientro nella camera che dà su piazza Vittoria, che ormai ho eletto a mia stanza, e noto qualcosa ai piedi della poltrona. Un sigaro con ancora la cenere attaccata, ma è freddo. Lo alzo dal pavimento: Guantanamera – leggo e il pezzo di cenere cade per intero a terra.

Io sarò anche stanca e non mi accorgo di niente, ma anche questa casa è un caos! – poi osservo il portatile e penso che per ringraziarlo potrei regalare proprio dei sigari a mio zio, dato che li fuma, anche se non l’ho mai visto fumare. Comunque, mi siedo e cerco la stessa marca. Ovviamente come primo argomento, Wikipedia mi porta la canzone. Sono curiosa e leggo la storia di questo brano. Mi soffermo su questo pezzo: Nel 1993 la musica è stata attribuita dalla corte suprema di Cuba al popolare personaggio radiofonico degli anni trenta José Fernández Diaz…

Su Diaz sento un rumore di vetri alle mie spalle, quando mi volto, vedo che è caduta la foto della donna. Questa casa è così vecchia che crolla a pezzi! – mi lamento.

Dopo mangiato guardo l’orologio e sono un po’ preoccupata, Rosa non tarda mai. Allora decido di chiamarla, ma come se ha perso la scheda? Poi mi dico che potrebbe anche aver solo dimenticato il cellulare a casa della madre, come fa spesso, e chiamo ugualmente.

– Ciao tesoro… scusami se non ti ho avvisata, ma sto arrivando. – mi dice subito, senza farmi nemmeno salutare.

– Guarda che me lo hai scritto nel messaggio. – rispondo.

– Ma quale messaggio?

– Quello di stamattina.

– Non ti ho inviato alcun messaggio. Comunque sto arrivando.

Dopo mezzora Rosa, infine, arriva e iniziamo a pulire. L’appartamento è grande, pieno di mobili e oggetti, alcuni così delicati da dover fare molta attenzione. La polvere è in ogni angolo, siamo costrette a utilizzare dei pennelli e credo proprio che in un solo pomeriggio non ce la faremo. Poi Rosa cerca di aprire quella stanza chiusa a chiave. La sento quasi arrabbiarsi e il rumore dell’anta percossa arriva insistente alle mie orecchie. La raggiungo, mi guarda, lei è curiosa molto più di me e anche se le dico che tanto non la userò, mi risponde che deve assolutamente aprirla. Sostiene che se è stata chiusa a chiave e la chiave non c’è, nasconde qualche segreto. Dopo vari tentativi, mi dice che il giorno dopo arriverà con una chiave che apre tutte le porte. – Ma dai! – replico ridendo. Ma lei è più che seria: – Devo entrare in questa stanza! – esclama con un lampo di fuoco negli occhi.

Alle venti viene il marito e se ne va promettendomi che ritornerà il giorno dopo. A questo punto, nel buio che mi è piombato addosso per l’assenza di elettricità, chiamo mio zio: Rosa è in grado di ridestare la mia curiosità. Ma appena gli chiedo della chiave, mi dice, con fare categorico, di non aprirla per nessuna ragione. Mi sorprende il suo tono, ma non posso che ubbidire, la casa è sua.

Raggiungo il corridoio, ho piazzato delle candele lungo il pavimento e qualcuna sui mobili. Creano delle strane ombre sulle tende delle finestre, che muovendosi, m’incutono un certo timore. Entro nella mia stanza e ne accendo qualcuna anche qui. – Che faccio? – mi chiedo vedendo che la batteria del portatile ha esalato il suo ultimo respiro. Accidenti alla mia abitudine di tenerlo sempre acceso! Almeno oggi potevo spegnerlo.

Mi butto sul letto, mi aspetto un cigolio, data l’età del mobilio, ma nulla ed è anche molto comodo. Mi distendo, sento le gambe stanche e già so che se non mi alzo, mi addormento così, vestita e impolverata; quindi, con uno sforzo immenso mi alzo. – Oh no! – esclamo arrabbiata – Dovrò fare la doccia con l’acqua fredda!

Domani chiamo lo zio e la compagnia. Devo arrabbiarmi con qualcuno.

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