“Psykhe” – Annalisa Caravante


key-192202_640

Capitolo 1

Casa Acquaviva

“Ciao Rosa, sono appena arrivata nella nuova casa. Ti aspetto. Se non mi trovi, le chiavi sono dalla vicina”.

Invio. Messaggio inviato.

Uh, sospiro e abbandono il telefono sulla scrivania, una scrivania vecchia, impolverata, come il resto della casa d’altronde. Dovrò darmi da fare, anzi, dovremo! Perché la mia amica Rosa ha promesso di aiutarmi e un aiuto ci vuole eccome! Questa casa è abbandonata a sé stessa da anni. Quando mio zio mi ha detto che mi lasciava la sua casa, non immaginavo che intendesse l’appartamento di famiglia, questo che si affaccia sulla bella piazza Vittoria. Ho sempre saputo che ad ereditarlo è stato lui, ma prima di oggi non l’avevo mai visto. Mia zia afferma ogni volta che è stato più un danno che altro ereditarlo.

Dalla stanza più bella, questa che affaccia sulla piazza, vedo il mare. Mi avvicino al balconcino, respiro l’aria salmastra e chiudo gli occhi inebriata. Ah, potessi vivere in questa casa tutta la vita

Sollevo le palpebre e incontro il Sole che illumina le vele spinte da un leggero scirocco. Squilla il cellulare e mi ridesto, dal suono è un sms. Rientro in casa e d’improvviso è buio, le pupille devono ancora adattarsi. Porto la mano sulla scrivania e afferro il netbook.

Ma no, non voglio il portatile! Dove cavolo ho messo il telefono? i miei occhi ora focalizzano meglio Eccolo, su questo vecchio mobile.

C’è anche una foto, ma l’uomo ritratto non è mio zio, è un’immagine vecchia, avrà più di cento anni. Sulla sinistra del piano ce n’è un’altra con una donna, molto giovane, ha un viso familiare. Deve essere un’antenata dello zio e mia, a questo punto. Mi somiglia, infatti, occhi grandi e verdi, capelli neri, labbra rosa tenue; chissà chi è!

Mah! faccio spallucce. Alzo lo sguardo, mi volto indietro e guardo la stanza. Ha dei mobili scuri, un aspetto austero. Accanto alla scrivania dove ho messo il portatile, c’è una poltrona, foderata credo di cuoio, tenuta molto bene. So che il padre di mio nonno amava l’antiquariato, ma conservare una casa come un museo, è solo tempo e capitali persi.

Faccio un altro giro con il solo sguardo, tende violette sono aperte ai lati della finestra. Su una parete c’è una cornice con delle armi esposte, fra le tante una pistola attrae la mia attenzione, è fatta d’avorio e d’acciaio, luccica alla luce che filtra dalla finestra. Poi osservo le librerie, quasi nere per la polvere, sono piene di libri antichi, con le copertine scure. Il letto è lungo e stretto, la spalliera anteriore è scolpita con un bell’intaglio che raffigura un Crocifisso di avorio. Non c’è la spalliera posteriore e un’antica manta di broccato scende liscia. Il pavimento è coperto da tappeti orientali. Strano come tutto sia tenuto così bene.

Penso che adatterò questa stanza a salone! − dico.

Un rumore dal corridoio mi fa sobbalzare. Accidenti, ho lasciato la porta aperta. − C’è nessuno? − chiedo raggiungendo il corridoio. Nessuno. C’è solo Nero che graffia la porta di un’altra stanza.

Ma che fai, cattivone? Lo sai quanto ci tiene il nonno! − lo prendo fra le braccia e gli accarezzo la testa. Agguanto la maniglia per aprire, ma la serratura è chiusa a chiave e la chiave non c’è.

Dai, andiamo a vedere se la compagnia elettrica ha attivato il contatore.

Attraverso il corridoio col mio adorato micio fra le braccia, raggiungo il contatore, unica cosa che mio zio s’è degnato di fare installare, ma il display mi dice chiaramente che non è attivo alcun servizio. Sbuffo, sconsolata. − Eh, Nero, se vogliamo mangiare, dobbiamo uscire.

Afferro la borsa e lascio l’appartamento. La piazza è meno caotica di stamattina, quando sono arrivata a Napoli, ma è ora di pranzo e molti saranno nelle loro case a pranzare. Mi fermo un solo attimo ad osservare il luccichio del mare, in quest’Ottobre che volge alla fine.

Voglio comprare una focaccia e qualcos’altro da mangiare a casa, così mi dirigo dal panettiere. Adoro il campanello che suona quando entra un cliente. Il mio stomaco emette un flebile gorgoglio, menomale che non c’è nessuno.

Salve, cosa posso servirle? − mi chiede la commessa. Le indico alcune cose, poi leggo che offrono anche il servizio a domicilio e le lascio un bigliettino con l’indirizzo: penso che starò spesso chiusa in casa e avere un garzone che mi porti la spesa non è male. La commessa legge l’indirizzo, credo che mi stia per chiedere altre informazioni, ma dopo sussurrato il nome della via, zittisce. Poi alza lo sguardo verso di me, il suo viso ha ora un altro colorito, quasi verdognolo. Chiede: − Lei abita nell’appartamento degli Acquaviva?

Resto sorpresa dal suo tono così lugubre, manco abitassi in una stamberga!

Certo, non è un appartamento moderno, ma presto gli darò una sistemata.

Vuole rimodernarlo?

Beh, sì.

La donna poggia il bigliettino sul piano della cassa. Sono un po’ perplessa. − C’è qualcosa che non so? − la interrogo. Fa di no con un cenno del capo. Mi dà quanto le ho chiesto, ma prima di uscire, mi chiede nome e cognome per il garzone.

Mi chiamo Anna, Anna Acquaviva.

La panettiera mi guarda sgomenta.

Non si sente bene? − le chiedo.

Lei dissente di nuovo solo con la testa.

Annunci

2 pensieri riguardo ““Psykhe” – Annalisa Caravante

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...