Le commedie immortali di Eduardo De Filippo


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In occasione del trentennale della morte di Eduardo De Filippo, mi sento in dovere di onorarlo in qualche modo. Non a caso, poche settimane fa mi sono laureata in lingue con la tesi sul più grande drammaturgo di tutti i tempi, così intitolata: “La famiglia nel teatro di Eduardo De Filippo”.

In molti mi hanno chiesto il perché di questa scelta, perché, essendomi laureata in lingua, avessi scelto come materia per il mio elaborato finale letteratura italiana e perché proprio Eduardo. Beh, è semplice, Eduardo per me rappresenta parte della mia vita, parte della mia famiglia. In lui rivedo un maestro di vita e non solo, in un certo senso, anche un padre, perché le sue commedie mi hanno insegnato tanto. Ma le domande continuavano: “perché hai deciso di analizzare proprio la famiglia nel teatro di Eduardo?” In questo caso la risposta è più complessa, la mia scelta è dovuta all’importanza attribuita dall’autore alla famiglia. Un interesse che ha radici ben più profonde…

Eduardo ha sofferto molto per una situazione familiare difficile, infatti suo padre non volle riconoscerlo, e con suoi fratelli Peppino e Titina, prese il cognome di sua madre: De Filippo. Questa vicenda lo segnò profondamente, come uomo e come attore, tant’è vero che la famiglia rappresenta il soggetto di tutte le sue opere, il punto di partenza di ogni suo lavoro. Le tematiche principali sulle quali il drammaturgo insiste sono proprio la questione della paternità come in Filumena Marturano, il rapporto padre-figli, lo scontro generazionale come in Napoli Milionaria e la perdita del potere del pater familias come in Mia famiglia, ma l’apoteosi della disgregazione familiare viene raggiunta in Gli esami non finiscono mai!
Con queste e ad altre commedie ci addentriamo nel vivo dell’operato del commediografo, ovvero La Cantata dei giorni dispari, dove non c’è più spazio per la sola e pura comicità, infatti la maturità e la drammaticità prendono il sopravvento. Non a caso, Eduardo ha il merito di aver fatto delle farse di suo padre, delle vere e proprie tragicommedie. Ma a cosa è dovuto questo radicale cambiamento? Perché non ha seguito in tutto e per tutto le orme di suo padre? Eduardo si fa portavoce della realtà che lo circonda: la seconda guerra mondiale. Il suo scopo è quello di denunciare i mali della società per indurre la popolazione a riflettere, a reagire, e a non commettere sempre gli stessi errori.
Quindi da questo momento in poi, accantoniamo la prima fase del teatro edoardiano, per immetterci in quel mondo complesso e intricato de La Cantata dei giorni dispari. E per seguire un filologico, nonché un ordine cronologico partiamo dalla prima opera di questa raccolta: Napoli Milionaria.
Napoli Milionaria è una commedia in tre atti pubblicata e messa in scena dall’autore nel 1945, subito dopo la fine del conflitto mondiale. La trama sembra andare di pari passo con la situazione storica dell’epoca, infatti vengono narrate le vicissitudini di un prigioniero di guerra: Gennaro Iovine. Ma andiamo per gradi…
I protagonisti di questo grande capolavoro sono: Gennaro Iovine, marito e padre che si mostra a tratti ingenuo e a tratti maturo; Amalia, moglie e madre irresponsabile ed egoista; Errico Settebellizze, uomo bello e affascinante, e allo stesso tempo complice e spasimante di Amalia; Amedeo, figlio giovane e scapestrato, che senza nessuna guida familiare si fa coinvolgere in strani affari; e infine Maria Rosaria, figlia bella, ma fin troppo ingenua.
Il primo atto si apre nel basso della famiglia Iovine che mostra la bassa estrazione sociale della famiglia, ma che allo stesso tempo fa da protagonista della storia, infatti è qui che si svolgono tutte le vicende, rappresenta dunque il luogo dove tutti i personaggi si presentano e agiscono. Questo primo atto ci offre un quadro ben definito dei due principali esponenti familiari: Amalia donna tutta d’un pezzo, approfittando della situazione economica in cui versa la società, intraprende con Settebellizze il mercato illegale di beni di prim’ordine, mettendo in ginocchio molte persone rispettabili, come il ragionerie Spasiano che, per garantire il minimo indispensabile a sua moglie e ai suoi figli, si denuda di ogni bene; Gennaro si mostra contrariato alla strada intrapresa da sua moglie, ma in realtà non fa nulla per aiutare economicamente la famiglia, quindi quando si trova a discutere con Amalia di questa faccenda,gli bastono poche battute per rendersi conto che non può che accettare la situazione. Tant’è vero che alla fine del primo atto, quando il brigadiere Ciappa fa irruzione in casa sua per accertarsi delle dicerie sulla vendita illegale, Gennaro si presta a fingersi morto per evitare che venga perquisita la casa. Poi in seguito ad un forte bombardamento il brigadiere apprezza la forza di coraggio di Gennaro e gli dice di alzarsi senz’alcun timore, così si conclude il primo atto.
Il secondo atto si apre in un’atmosfera del tutto diversa. Il basso è completamente ristrutturato, non sembra più il luogo dall’arredamento scarno e ridotto all’essenziale del primo atto, anzi al contrario è sistemato nei minimi dettagli, accogliente e luminoso. Ma i cambiamenti non riguardano solo la location, infatti manca Gennaro, che è stato fatto prigioniero di guerra durante un bombardamento. Dunque la situazione è alquanto atipica perché in un momento difficile, come la scomparsa del capofamiglia, moglie e figli sono intenti ad arricchirsi e a continuare, come se niente fosse, la loro vita. Amedeo si lascia andare a cattive frequentazioni che lo inducono a diventare un ladro di ruote di automobili. Maria Rosaria attira, insieme alle sue amiche, l’attenzione di soldati americani e si concede ad uno di essi senza pensarci su convinta di diventar ben presto sua moglie. E soprattutto Amalia indossa abiti sfarzosi e non porta affatto in viso i segni del dolore, perché è troppo impegnata a “rifiutare” le avances di Settebellizze. Ma proprio mentre Amalia sta per baciare il suo amante, il marito fa ingresso nel vico acclamato da tutti. Gennaro è spaesato, non riconosce casa sua e soprattutto Amalia, tutto ai suoi occhi appare diverso e non riesce a spiegarselo. Ma nel vedere i suoi figli scoppia in lacrime. Ma ciò che lo sconvolge ancora di più è l’atteggiamento freddo e distaccato palesatogli da vicini e parenti mentre racconta i suoi trascorsi, infatti viene più volte interrotto perché nessuno ha reale interesse ad ascoltare le sue imprese. Ciò lo fa infuriare e soprattutto si rende conto di quanto siano cambiate le cose, di quanto la gente sia attratta solo dai beni materiali e dalla ricchezza facile, piuttosto che dai veri valori morali. Proprio in seguito ad un episodio del genere, Gennaro abbandona i commensali e va a vegliare su sua figlia più piccola, gravemente malata.
Il terzo atto si apre in salotto dove Gennaro e il brigadiere Ciappa sono intenti a conversare e quest’ultimo gli confessa che Amedeo è diventato ormai un ladro e che lo avrebbe arrestato la stessa sera se lo avesse trovato ancora a rubare. Gennaro è stupefatto, ma ritiene appropriato e fin troppo giusto il comportamento di Ciappa. Subito il congedo del brigadiere, fa il suo ingresso in casa Amedeo che annuncia di avere fretta per un affare di lavoro, ma Gennaro non perde tempo e gli fa un discorso che lo fa riflettere e lo induce a non presentarsi al suo appuntamento. Ma il peggio ancora deve arrivare… Infatti la piccola si aggrava sempre di più e necessita di un medicinale specifico che nessuno riesce a trovare. Gennaro in preda alla rabbia si scontra con Amalia ritenendola responsabile dello sbandamento totale della sua famiglia, delle sorti dei suoi figli, le rimprovera di essere venuta meno al suo ruolo di madre mentre lui era prigioniero.

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Ma alla fine, la disperazione per lo stato di salute della piccola li rende uniti, tutti si mettono alla ricerca di un medicinale specifico che potrebbe salvarla. Dopo varie vane ricerche, tutti sembrano rassegnarsi, fin quando un’anima buona bussa alla loro porta, si tratta del ragioniere Spasiano. Sì, ironia della sorte, è proprio lui a possedere quel medicinale, e a differenza di Amalia che lo aveva truffato pur di arricchirsi, lui si presenta per consegnarle senza alcuna pretesa il medicinale. Ma prima chiede di parlare con Amalia, alla quale, in maniera fine ed educata dà una vera e propria lezione di vita, per farle capire che non bisogna mai approfittare del momento di debolezza degli altri per il bene comune. Adesso alla famiglia non resta che sperare che la bambina superi la notte ed è infatti con la frase “Addà passà ‘a nuttata!”, pronunciata da Gennaro, che cala il sipario.

Ancora una volta siamo spettatori della netta contrapposizione tra marito e moglie. Ma non siamo più ne La Cantata dei giorni pari dove tutto si può risolvere con estrema facilità grazie all’affetto e alla stima che i coniugi provano reciprocamente. Qui la situazione è diversa, i sentimenti non bastano a superare gli ostacoli perché la guerra ha segnato tutti e li ha indotti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, sempre alla ricerca della ricchezza e della bella vita. I veri valori ormai sono solo un ricordo lontano. Ma nonostante ciò qualcuno sembra ancora ragionare… Gennaro, in un certo senso porta avanti gli ideali di Luca Cupiello, infatti come lui non conosce i fatti, le dinamiche della sua famiglia. Ma in Natale in casa Cupiello la guerra è assente, dunque Luca resta fino alla fine un bambino che non sa assumersi le sue responsabilità, incapace d’agire. Invece Gennaro intraprende un vero e proprio percorso di formazione, all’inizio si presenta come una sorta di bambino ingenuo e spensierato, mentre a partire dal secondo atto ci troviamo di fronte ad un vero e proprio uomo, la guerra con la sua brutalità gli ha fatto capire quali fossero le vere priorità. Quindi pur facendo fatica ad accettare la cruda realtà della sua famiglia, al suo rientro, si rimbocca le maniche e cerca di riportare ordine moralità, inducendo suo figlio ad intraprendere una vita migliore, lontano dalla malavita, e Amalia alla riflessione, e diffondendo un messaggio di speranza a tutti.
Al contrario Amalia è un personaggio che si fa sempre più meschino, che pensa solo a stessa, viene meno ai suoi doveri di moglie e madre per assicurare un futuro migliore solo ed esclusivamente a se stessa. Quindi Amalia preannuncia la progressiva disgregazione di un universo familiare ideale.
Che ne dite? Quale Eduardo preferite? Quello comico e scherzoso? O quello maturo e riflessivo? A voi la parola…

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