Recensione de “Lo specchio del tempo”, di Silvia Devitofrancesco


Lo-specchio-del-tempo-extra-big-125-700Titolo: Lo specchio del tempo
Autore: Silvia Devitofrancesco
Pagine: 127
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Libro Aperto International Publishing
Prezzo formato Kindle: 1,99 euro
Acquista su:  sito dell’editore, su Amazon, su mazy, su Ultimabooks e su ebookrizzati.

Qualcuno di voi sicuramente ricorderà che lo scorso luglio abbiamo intervistato la scrittrice Silvia Devitofrancesco poco dopo l’uscita del suo romanzo d’esordio Lo specchio del tempo (per chi se la fosse persa, o volesse rinfrescarsi la memoria, potete leggerla cliccando qui).

Nel libro vengono raccontate due storie, lontane nel tempo ma molto simili; le protagoniste hanno entrambe lo stesso nome, Erminia, entrambe vivono una situazione familiare particolare, orfane di madre e  con un padre severo, entrambe possiedono un rosario come unico ricordo delle loro madri e condividono anche le stesse emozioni. Queste donne sono separate più o meno da otto secoli, una infatti è vissuta del 1200, l’altra ai giorni nostri. La Erminia del 1200 viene rinchiusa dal padre in un convento per preservare la sua virtù in vista di un matrimonio combinato, la Erminia dei giorni nostri invece è una donna determinata e appassionata di testi antichi, ed è proprio lavorando sull’interpretazione di questi testi che entra in “contatto” con la Erminia del passato, legandosi inevitabilmente a lei. Quest’ultima infatti per rendersi utile collaborava con gli amanuensi del convento nel ricopiare i testi sacri. Il testo da lei scritto verrà in seguito ritrovato a Bari (dove entrambe le storie sono ambientate) nel 2001 e verrà analizzato dalla Erminia del 2014. Entrambe sanno cosa significa non sentirsi apprezzate dal proprio padre, entrambe sperimentano la delusione, l’amore, il tradimento.

Ormai questo cliché delle due storie “così vicine, eppure così lontane” sta diventando abbastanza comune, ed è difficile ottenere un risultato soddisfacente. È facile infatti dare voce ad un personaggio solo ed esprimere un solo punto di vista. Ma utilizzare due voci narranti contemporaneamente è estremamente complesso (salvo in quei rari casi di romanzi scritti a quattro mani), il rischio è quello di creare due punti di vista pressoché identici creando confusione nel lettore che ogni volta deve tenere presente CHI sta raccontando la storia in qualunque momento. Silvia Devitofrancesco ovviamente è facilitata in questa impresa dal fatto che le ambientazioni sono diametralmente opposte, e quindi è davvero difficile confondere le due voci narranti, come anche dal fatto che in fondo ci sta mostrando due vite parallele, la stessa Erminia del 2014 nel romanzo ammette di sentirsi in qualche modo come la reincarnazione della giovane amanuense del 1200 sua omonima, quindi è normale che le due protagoniste si esprimano quasi allo stesso modo.

Quello che mi ha lasciata maggiormente perplessa inizialmente è il fatto che la Erminia del 1200 si esprime con un linguaggio troppo moderno. Per intenderci meglio, Dante Alighieri è vissuto nel 1200 e sicuramente non si esprimeva come si esprime la protagonista del libro. Mi ha sorpreso molto, soprattutto considerando il fatto che la Devitofrancesco ha conseguito la maturità classica, nonché una laurea in lettere, con tanto di tesi sui manoscritti e i monaci amanuensi. Mi rifiutavo di credere che una ragazza con una tale preparazione accademica avesse commesso questo errore di proposito. Infatti più andavo avanti con la lettura più mi rendevo conto che probabilmente era proprio questa l’intenzione dell’autrice, forse perché un linguaggio più arcaico e più adatto al 1200 probabilmente avrebbe reso il libro tedioso e pesante, avrebbe offuscato la bella storia che ci voleva raccontare e avrebbe reso sicuramente più arduo provare empatia per il personaggio. Del resto nella prefazione al libro, scritta dall’autrice stessa, quest ultima afferma che il suo intento era di scrivere una storia che per i lettori sarebbe stata (cito testualmente) “una pura forma di evasione dalla realtà”, quindi non era certo intenzionata a scrivere un romanzo storico accurato e dettagliato e diventare la Walter Scott dei giorni nostri (anche perché, con tutto il rispetto per questo importante romanziere storico inglese, ma le sue opere sono davvero dei pesantissimi mattoni). Se l’intento era questo allora direi che possiamo anche perdonarla.

Il romanzo infatti è scorrevole e ben scritto, l’autrice riesce a farti immergere completamente nella storia, che si legge tutta d’un fiato. Riesce a far trasparire dal suo linguaggio tutte le emozioni che provano queste due donne: amore, passione, ma anche rabbia e delusione, emozioni universali che non conoscono barriere di luogo e di tempo. Attraverso le due protagoniste invece traspare tutto l’amore dell’autrice per la sua terra, la sua Bari (soprattutto attraverso le sue specialità culinarie) e soprattutto la sua passione per le storie del passato, non solo quelle di grandi personaggi storici, ma anche quelle della gente comune (come le protagoniste del suo romanzo per l’appunto). Sempre nella prefazione di cui abbiamo parlato poc’anzi, la Devitofrancesco ha scritto una frase che mi ha colpito molto:

Ogni persona il cui cuore batte ogni giorno, è grande, anche se non ha ricevuto l’appellativo magnus. È grande per il semplice fatto che vivendo, è in grado di produrre una storia.

Un frase che attribuisce un grande valore alla vita, a qualunque vita, che sia quella di Federico II di Svevia (tra l’altro menzionato ne Lo specchio del tempo) o quella di una semplice ragazza amanuense nella Bari del 1200, che rende lodevole il lavoro delle persone che, come la Erminia del 2014, impiegano buona parte del loro tempo a studiare testi antichi mettendoci in contatto anche con persone umili che magari non hanno combattuto una guerra e non hanno compiuto grandi imprese, ma non per questo meno degne di essere raccontate.  

Serena Scotti

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