Matilde Serao: “Leggende napoletane” – La città dell’amore


Cari amici, buongiorno. Con la pubblicazione di oggi voglio inaugurare un breve ciclo di articoli dedicati alle leggende napoletane di Matilde Serao. Ho iniziato a leggere questo libro qualche settimana fa, spinta dalla forte curiosità di conoscere antiche storie e leggende legate alla città in cui sono nata e cresciuta, una città che per vari motivi ho dovuto lasciare, ma che non smetto mai di portare nel cuore. Ero interessata a scoprire gli aneddoti che nessuno racconta, quei racconti tramandati di generazione in generazione, storie affascinanti legate ai luoghi che a lungo ho avuto la fortuna di visitare ed ammirare, fiabe di personaggi che hanno contribuito a mantenere inalterato il fascino e il mistero che, ancora oggi, interessano questa meravigliosa quanto suggestiva città. Quale modo migliore se non attraverso le parole ricercate e incantevoli di una delle più grandi scrittrici e giornaliste italiane? Matilde Serao, attraverso una serie di leggende, ci accompagna in un viaggio piacevole, interessante e mai banale nella storia dell’antica Partenope, a partire dal tempo della sua fondazione, tra fantasmi, nobili facoltosi, personaggi leggendari e poeti famosi. Un viaggio unico, in cui ogni tappa ci regala un’emozione forte, in cui ogni parola ci conduce verso un tempo lontano, glorioso e tutto da scoprire.

Spero avrete voglia di intraprendere con me questo viaggio virtuale alla scoperta delle leggende di Napoli, magari commentando con le vostre opinioni e spunti di riflessione. 🙂 Apriamo la serie con il racconto dal titolo: “La città dell’amore“. Buona lettura. 🙂

Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i
rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che
dànno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il
mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda
magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.
Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani delirî
della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitarî e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo.
Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo
che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero,
amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino
a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria
cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.
Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa
bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata
di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo
accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono.
Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in
donna.
Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:
– Parthenope, vuoi tu seguirmi?
– Partiamo, amore.
– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo.
Ami tu Eumeo?
– Amo te, Cimone.
– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la
vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?
– Io sono la tua schiava, amore.
– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle,
fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto…
– Partiamo, Cimone.
– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via
ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici
degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno
l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono
giardini, non sono rose, non sono templi…
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce
armoniosa vibra la passione:
– Io t’amo – ella dice –, partiamo.
Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline
la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si
spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole
vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.
Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate.
Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla
Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella
festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili
imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli
dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la
rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura;
un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si
tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina
umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere.
Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda
e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorìo operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.
La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello
dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente
è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del
monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce
in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è
opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il
mondo in un immenso amplesso.
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella
Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola.
Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna,
sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope
non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi,
ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la
nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che
rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate
d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine
del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei
col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscìo di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.

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