Da “1984” ad “Hunger Games”: l’evoluzione del genere distopico


Distopia è un termine che abbiamo imparato a conoscere soprattutto negli ultimi tempi grazie ai numerosi adattamenti cinematografici di opere come Hunger Games, Divergent o The Giver (solo per citare i più recenti) e abbiamo avuto un primo assaggio della totale sfiducia nel genere umano che riversa in queste opere. Ma partiamo dalle origini di questo genere, per capire da cosa scaturiscono queste visioni catastrofiche.

Il primo esempio di mondo distopico lo troviamo grazie ad un famosissimo autore francese, Jules Vernes, che nella sua opera  I cinquecento milioni della Bégum mette a confronto una società utopica con una distopica. Senza farlo di proposito, Verne ha trovato probabilmente il modo migliore per inaugurare questo genere, ovvero mettendolo a confronto col suo opposto (l’utopia per l’appunto). Si contrappongono infatti un’utopia sanitaria creata da un dottore francese e una distopica città-industria con regime militaristico creata da uno scienziato tedesco. Il libro è stato scritto nel 1879, meno di dieci anni prima c’era stata la guerra franco-tedesca quindi Verne, anche attraverso degli stereotipi, ci mostra tutto il suo odio verso i tedeschi, usciti vincitori dal conflitto. Alcuni critici vedono anche l’opera come una premonizione della nascita della Germania nazista, perché il Prof. Schultze, lo scienziato tedesco protagonista, ha un’ideologia fortemente razzista. Dopo Verne, verso la fine dell’800, troviamo Herbert George Wells che, normalmente, è considerato il padre del genere fantascientifico, e in uno dei suoi romanzi fantascientifici, La macchina del tempo pubblicato nel 1895, ci mostra, attraverso il racconto di un viaggio nel futuro (in un’epoca non ben precisata), come la società del futuro si sia ridotta a due soli tronconi, gli Eloi esseri candidi e pacifici ed i Morlocchi, esseri mostruosi che vivono sotto terra e si cibano degli Eloi. L’opera di Wells altro non è che una satira sulla società inglese del suo tempo, dove gli Eloi rappresentano la classe dirigente, che vive nella bambagia, mentre i Morlocchi rappresentano la classe operaia, sfruttata ed insoddisfatta sempre in rivolta con la classe dirigente. La prima vera e propria distopia moderna secondo i critici sarebbe invece costituita da Il tallone di ferro di Jack London, anche perché è il primo esempio di distopia totalitaristica, in cui l’attenzione ricade su un modello di società iper-tecnologica, dove la popolazione è divisa in categorie o fazioni che non possono in alcun modo cambiare, con a capo un leader carismatico e dittatore che impone sui suoi sudditi un certo modo di vivere e una certa ideologia, che viene accettata passivamente. Da qui si arriva ai pilastri del genere distopico ovvero (in ordine di pubblicazione): Il nuovo mondo di Aldous Huxley (1932),  1984 di George Orwel (1948)  e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (1953).  Come si può vedere sono stati pubblicati in diversi momenti storici ma hanno tutti un unico movente: la denuncia al positivismo ed a tutte le sue ideologie derivate, soprattutto il comunismo. Huxley per primo asseriva:

Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici.

Infatti anche ne Il mondo nuovo tutti prendono una strana sostanza simile ad una droga chiamata soma che ha un’azione antidepressiva che rende tutti docili e manipolabili. Orwell invece, avendo combattuto la guerra civile in Spagna ed essendo caduto preda delle persecuzioni staliniane, ha sviluppato un forte odio per tutte le forme di totalitarismo, fascista o comunista che sia. Infatti 1984 altro non è che una critica di Orwell all’assurda pretesa del regime totalitario di voler manipolare la realtà e le persone per il bene di questi ultimi quando in realtà altro non è che una vera e proprio dittatura. Bradbury invece ha scritto Fahrenheit 451 in un periodo storico durato circa un decennio che gli americani identificano come “Maccartismo” caratterizzato da una forte paura nei confronti delle influenze comuniste sulle istituzioni americane scatenate a seguito della guerra di Corea e allo spionaggio sovietico. Per questo secondo alcuni critici l’opera è una grossa allegoria sugli effetti del maccartismo. In tutti questi romanzi importantissimi inoltre è interessante notare come il controllo della società richieda una particolare gestione delle informazioni: nel romanzo di Huxley i leader esercitano il controllo della mente sui cittadini, nell’opera di Orwell c’è un uso spasmodico della censura con addirittura un ministro incaricato e nell’opera di Bradbury si ricorre alla drastica eliminazione (con grandi falò) di tutti i libri esistenti, con pene severe per chi possiede libri clandestinamente. In seguito viene inaugurato un secondo filone distopico, quello post apocalittico. In sostanza la società come la conosciamo noi non esiste più, il modo è stato dilaniato da catastrofi e guerre varie e se ne notano visibilmente gli effetti anche a distanza di anni. Come risultato la popolazione si è notevolmente ridotta, il livello tecnologico è regredito alla fase industriale (o ancora prima) e la flora e la fauna sono estremamente limitate. Il primo romanzo distopico post apocalittico di successo è stato molto probabilmente Io sono leggenda di Richard Matheson (molti forse ricorderanno il nome grazie ad un adattamento cinematografico del romanzo che ha come protagonista Will Smith), pubblicato nel 1956. Ambientato in un futuro non ben precisato dove un’epidemia batterica ha trasformato tutta l’umanità in vampiri, il romanzo raccoglie la testimonianza dell’unico sopravvissuto all’epidemia, creando una sorta di Dracula al contrario: non c’è più un unico vampiro in un mondo di umani, ma un unico umano in un mondo di vampiri, in un rovesciamento che vede il protagonista come la nuova, vera, anomalia genetica. Appartengono a questo filone post apocalittico anche i romanzi Largo! Largo! Del 1966 scritto da Harry Harrison che ci mostra un altro effetto dell’apocalisse: la scarsità delle risorse primarie come acqua e cibo che spingono gli uomini ad una continua lotta per la sopravvivenza e Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick, dove troviamo lo scenario della terra travolta da una guerra nucleare a cui si è ispirato Ridley Scott per il film Blade Runner. In seguito il genere ha cominciato a non destare più tutto questo interesse, dovuto anche alla ripetitività delle trame finché non è apparso nelle librerie nel 2008 la serie Hunger Games, di Susanne Collins.

Troviamo sostanzialmente una nuova tendenza di questo genere sottolineata due grosse ed evidenti novità:

  1. Non ci sono più romanzi singoli ma trilogie e/o quadrilogie.
  2. Non c’è più una netta distinzione tra il filone totalitario e il filone post apocalittico ma si tende a mischiare elementi dell’uno e dell’altro.

Infatti Hunger Games è ambientato in una società totalitaria post apocalittica, dove la gente è divisa in dodici distretti (dove il primo è il più ricco e il dodicesimo è il più povero) che a seguito di un tentativo di rivolta contro Capitol City (il distretto governativo) come punizione ogni anno sono costretti a sottoporre due giovani per ciascun distretto ad una lotta di sopravvivenza all’ultimo sangue dove ci può essere un solo vincitore, gli Hunger games appunto, che vengono seguiti in tutti i distretti come un vero e proprio reality show, con tanto di interviste ai personaggi, commenti in studio televisivo e autori (che però nel libro prendono il nome di strateghi) L’autrice ha affermato di essersi ispirata ai miti greci (il mito di Teseo soprattutto) ed oltre a mostrarci la sua personale versione di un mondo distopico ci offre anche una arguta satira sui reality show, sugli effetti che hanno su chi li guarda, e su come vengono usati a favore di chi li trasmette, come fossero un altro mezzo per il controllo della mente. Grazie a Susanne Collins si è ridestato l’interesse per le distopie e ne sono seguite altre saghe che hanno avuto esito altrettanto positivo, come Divergent, parte di una trilogia completata da Insurgent ed Allegiant, ideata da Veronica Roth, ambientata in una Chicago semidistrutta da guerre e cataclismi dove si è costituita una società divisa in 5 fazioni che cercano di mantenere la pace nella città dando la caccia ai divergenti, ovvero coloro che non appartengono a nessuna fazione e che quindi sono ritenuti pericolosi. Il problema è che proprio la protagonista della trilogia scopre di essere una divergente, e questa scoperta sarà l’inizio di un grande cambiamento non solo per lei ma per l’intera società. Un’altra saga distopica è The maze runner (prossimamente anche nei cinema) di James Dashner, dove troviamo dei giovani in una radura dispersa non si sa dove, circondata da un labirinto da cui sembra impossibile uscire, e fondano una società nuova dove vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. L’ultima trilogia distopica che sta avendo un discreto successo è opera di Marie Lu e comprende i libri Legend, Prodigy e Champion pubblicati a partire dal 2011 che possiamo considerare una versione young-adult al femminile de I miserabili di Victor Hugo ambientata in una società distopica. Inoltre recentemente è tornato in auge (anche grazie al suo adattamento cinematografico uscito da pochi giorni nei cinema), sulla scia dell’entusiasmo dei lettori verso il genere, un’altra serie scritta nel 1993 da Lois Lowry intitolata Il mondo di Jonas che comprende 4 libri, Il donatore, la rivincita, il messaggero, il figlio. Un esempio contemporaneo di società distopica totalitaria, dove non ci sono colori, non ci sono emozioni, non ci sono rischi e tutto viene deciso per te da qualcun altro, il lavoro, il consorte, la casa, la famiglia. Nessuno fa domande sul perché la società funzioni in questo modo, ma Jonas, il protagonista, è motivato a capirlo a tutti i costi. Insomma un grande numero di storie, di scenari, di personaggi.

Ma perché questo genere di racconti ci affascina così tanto? Forse perché ci mettono in guardia… perché in fondo la storia è fatta di corsi e ricorsi, e l’ansia di ripetere gli stessi errori è sempre in agguato… o forse perché abbiamo bisogno di vedere che in fondo, nonostante il tempo difficile che stiamo vivendo oggigiorno, poteva andarci molto peggio… quello che consola sicuramente è vedere che c’è sempre una voce fuori dal coro, qualcuno che lotta per la giusta causa e che non si lascia soggiogare da un regime e da delle regole prestabilite che sono sicuramente un esempio positivo per le nuove generazioni di lettori. Quindi nonostante tutti gli autori che abbiamo analizzato ci abbiano mostrato il peggior scenario possibile c’è sempre un piccolo barlume di speranza per poter rendere tutta quella desolazione, tutta quella distruzione, un punto di partenza per una rinascita, che sarà sicuramente lenta e tortuosa ma non del tutto impossibile… mMditate gente (e ovviamente leggete!)

Serena Scotti

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