Liberiamo Gomorra, liberiamoci di Gomorra.


Gomorrah is unleashed  è il titolo dell’annuncio, apparso sul portale di Sky, dell’imminente messa in onda sulla piattaforma televisiva inglese di quella che si è mostrata la serie più seguita in Italia dell’ultimo periodo. La serie tv Gomorra, tratta dall’ omonimo libro di Roberto Saviano, infatti, si prepara a conquistare il Regno Unito, dove esordirà lunedì prossimo.

Gomorra si scatena suggerisce il titolo, dunque. Non so quali siano le aspettative britanniche né quale accezione abbiano dato al verbo “scatenarsi”. Personalmente ci vedo solo sconforto nell’immagine che questa frase ha prodotto nella mia mente. Il marchio di Napoli come città di corruzione, dilaniata dal crimine e dall’ illegalità, diffuso dapprima  nel romanzo-inchiesta, poi tramutato in film ed ora riproposto in serie tv, sta liberandosi dalle catene e sta assumendo una vita autonoma che è sfuggita al controllo autoriale di Saviano, Garrone e Sollima.

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E se un tempo non molto lontano gli stereotipi della bella città partenopea erano il sole, il mare, il mandolino, la pizza, il Vesuvio e Pulcinella, oggi pensare a Napoli implica associarla all’immagine catastrofica di una città distrutta dal suo stesso decadimento morale e umano. Gomorra non è più l’epica città distrutta da Dio e descritta dalla Bibbia. Oggi Gomorra nell’immaginario collettivo rivive in Napoli, e questo paradigma sta diventando inesorabilmente assoluto.

E’ innegabile che i problemi e gli orrori denunciati da Saviano esistano e che nessuno faccia niente per risolverli, come è innegabile però che il successo abbia fatto perdere il controllo a chi sta facendo un’enorme operazione di business in nome dell’urgenza di raccontare un territorio. Urgenza poi, che nasce per quale scopo? La solita storia del raccontare il male per combattere la violenza? Mi sembra molto improbabile dal momento che i crimini continuano a compiersi e che (concedetemi di azzardare) i criminali sembrano addirittura vantarsi di se stessi in un momento come questo che vede esaltare e mitizzare le loro gesta in un “prodotto artistico” di cui sono gli assoluti protagonisti.

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Conoscere prima di giudicare, si dice. Sono pienamente d’accordo,  per questo ho deciso di seguire le prime dodici puntate della fiction che ha battuto tutti i record, diventando la serie tv italiana più vista nella storia della pay-tv. Incontestabile di sicuro è la qualità artistica: ottimamente curata e recitata come le migliori serie americane, al punto che si ritiene abbia ridefinito i canoni della fiction italiana. Eppure di una monotonia angosciante:  niente polizia, niente magistratura, niente giustizia. Insomma niente che stia a rappresentare l’altra parte in gioco, e che stia a creare consenso attorno a chi combatte ogni giorno contro l’illegalità. Solo la malavita che domina incontrastata e le squallide vicissitudini di delinquenti che ci vengono presentati come eroi.
Ma a quanto pare lo stesso Saviano ha rassicurato i nostri timori circa il rischio di emulazione da parte del pubblico giovane.

Credo che guardare Gomorra e poi emulare le gesta dei personaggi sia profondamente improbabile. Ma per una ragione: quei fatti già avvengono. Guardare alle serie televisive come a un ufficio stampa del male è uno sguardo un po’ superficiale. Possono al massimo dare spunti a chi ha scelto di essere un criminale. Si torna sempre al punto di partenza: alla realtà che ha fatto fare una scelta del genere. Il film non può mai essere un’educazione al crimine. La realtà è già oltre, non è la fiction che può indurre qualcuno a intraprendere la strada del crimine nella vita. La materia su cui intervenire è quella realtà, non il film che la racconta. In ‘Gomorra – La Serie’ noi raccontiamo la realtà così com’è. È la nostra finzione perché ovviamente la serie è una finzione, fatta da attori. Non è un documentario.

ha dichiarato l’autore.
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Intanto non ci sono dubbi sull’urgenza di intervenire sulla realtà, e nemmeno sul fatto che raccontare la realtà così com’è  non contribuisca a sensibilizzare il pubblico né a migliorare la situazione. Ciò su cui vorrei delucidazioni è il motivo di questa scelta che mi sembra fine a se stessa. Dunque, non è un documentario perché è interpretato da attori, ed è una finzione fino ad un certo punto perché  racconta fatti realmente accaduti. Cosa vuole essere allora se non un prodotto cinematografico per fare soldi? Il che è lecito sia ben chiaro, ma si abbia la responsabilità di ammetterlo e di smetterla di nascondersi dietro falsi propositi civili e morali.

Gli effetti di Gomorra sulla gente sono invece devastanti. E non mi riferisco solo agli innocui effetti di cui si parla nelle simpatiche parodie che stanno impazzando sul web in questi giorni ( vedi la serie proposta dai The JackAl, Gli effetti di Gomorra sulla gente). Mi riferisco al fascino e all’ammirazione che questa fiction esercita sui veri criminali e non solo. Soprattutto in quei quartieri, ben descritti dal coraggioso giornalista-scrittore,  dove la propensione all’illegalità è molto forte. Molto spesso per ignoranza, debolezza. Si è convinti che non si faccia nulla di male, che barare in un gioco dove ognuno deve fregare l’altro è concesso. Troppi i ragazzini abbandonati a se stessi, senza alcuna prospettiva, attratti e inghiottiti dal vortice della malavita che promette una “buona reputazione” e tanti soldi. Perché in certe realtà non ci sono le mezze tinte: si sceglie di essere piccoli criminali piuttosto che facili vittime del bullismo. Questi i ragazzini fragili più disposti a cogliere nella fiction i tratti epici dei camorristi piuttosto che apprezzare le doti artistiche degli attori.

E non sarà certo un programma televisivo ad essere responsabile di un’educazione al crimine, ma a contribuire all’esaltazione di una realtà che questi giovani vivono si! Uomini forti, intraprendenti e coraggiosi i protagonisti, che fanno provare empatia persino a me! Senza contare che il racconto di simili vicissitudini provoca da un lato paura e dall’altro indignazione conquistando, proprio per questo, l’attenzione del pubblico.

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Audience da far paura, infatti. Ahimè, non perché si è presa a cuore la situazione e si vogliano cambiare le cose. No, si tratta di semplice curiosità, dannata ed egoistica curiosità umana che ci spinge senza scrupoli a guardare per vedere fino a che punto si vuole arrivare. Per poi, quando appagati, spegnere il televisore e riprendere in mano la propria quotidianità. Di certo nessuno sta pensando a ciò che succede nell’interland di Napoli e a come mai nessuno fa nulla per risollevarne le sorti. I malviventi godono, i deboli emulano, i razzisti discriminano.
Queste le conseguenze.

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Viviana Cardone

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