Barbara Bright: Artista iperrealista tra ragione e sentimento.


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“Accanto a uno studio costante, orientato parallelamente alla sperimentazione stilistica e all’ affinamento tecnico, ho voluto sempre mantenere uno spazio sgombro da ogni forzatura tecnologica. Come un monastero inaccessibile e autonomo dove è ammesso esclusivamente quello che si riesce a produrre con le proprie forze. In questo spazio ideale posseggo una sola matita che continua a sfidare le mie capacità giorno dopo giorno. Con quella riduco ai minimi termini le possibilità espressive, sforzandomi di appartenere a tutta l’umanità, senza distinzioni. Perché in ogni casa c’è una matita o un qualunque mezzo per tracciare segni. Così la matita diventa il mezzo più democratico perché, con una sola matita, si può efficacemente e intensamente, talvolta con formidabile crudezza, mostrare a tutti la via che stiamo percorrendo ”.

E’ con queste parole, animate da una profonda carica emotiva che si presenta a voi il talento a cui oggi è dedicata la nostra sessione “Interviste”: Barbara Bright.

Barbara Bright, classe ’92, è una giovanissima artista esordiente. Napoletana di nascita e  umbra di adozione, vive dal 97 con la famiglia nel cuore verde d’Italia dove studia lettere e filosofia. Per far fronte alle spese universitarie lavora come ritrattista e organizza stage formativi. Da qualche anno si ispira alla corrente dell’Iperrealismo.  E’ infatti autrice di disegni dai dettagli sorprendenti, tanto maniacali da poter confonderli con delle vere e proprie fotografie. Un virtuosismo tecnico che non esclude tuttavia, creatività, reinterpretazione e inventiva. Perché Barbara utilizza la continua ricerca del “vero” con sguardo indagatore, curioso e sperimentatore. Gli stati più reconditi e misteriosi dell’animo umano sono i soggetti principali della sua indagine. Matite, colori a tempera, inchiostro per catturare un’espressione, un dettaglio, da immortalare sulla tela che, quasi fa fatica a trattenere quei tratti che sembrano voler fuoriuscire e  prender vita. Un’artista Barbara che possiede tanta “ragione” per rendere i suoi lavori fedelissimi riproduzioni della realtà, e tanto “sentimento” per far si che essi ne emanino  l’essenza.

Come avrà risposto alle domande che le abbiamo rivolto? Scopritelo in questa intervista.

A quanti anni hai iniziato a disegnare?

Come molti bambini usavo pastelli e matite prima ancora di parlare. Fumetti, foto pubblicitarie e le stesse persone che avevo intorno  erano i miei primi modelli . Già  allora erano i volti delle persone a catturare tutta la mia attenzione, ma è stato nel 2005 che il mio  professore di disegno alle medie riconobbe questo mio particolare interesse per il ritratto e mi propose di partecipare ad una mostra estemporanea intitolata “Ritrattisti in Piazza”. Si trattava di ritrarre lì per lì chiunque si proponesse come soggetto. C’erano diversi artisti professionisti pronti a dare suggerimenti e i consensi nei miei confronti da parte di tutti furono straordinari. In breve si formò una fila ordinata di persone che volevano farsi ritrarre da me.  Allora scattò l’entusiasmo e la voglia di continuare quello che sentivo essere il mio percorso.

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Quali sono  gli artisti (attuali o del passato) a cui ti ispiri?

Avendo genitori appassionati d’arte fin da piccola ho frequentato i musei nazionali familiarizzando con le tele di grandi artisti come Caravaggio, Raffaello, Tiziano. Mi riempivano gli occhi soprattutto i loro ritratti, capaci di penetrare le più nascoste inquietudini di una persona, cosa che ho scoperto anche in alcuni straordinari ritrattisti dell’Ottocento italiano. Insomma, le mie “radici” affondano sicuramente nelle opere dei pittori figurativi più classici, mentre le mie influenze includono praticamente ogni cosa colpisca davvero la mia attenzione, comprese forme d’arte anche molto diverse dalla pittura. Seguo disegnatori, pittori, scultori e performers  provenienti da tutto il mondo e presenti nelle più interessanti  gallerie d’arte online  – Artsy e Saatchi per esempio . Inoltre  appena posso visito mostre e  rassegne parlando direttamente con i protagonisti.13513_262594743886411_29511431_n

La tua soddisfazione più grande?

La soddisfazione più grande rimane quella di concludere un’opera, mettere un segno sapendo che deve essere l’ultimo: dopo quel momento so con certezza che il lavoro che ho davanti non mi appartiene più, che nella sua completezza è autonomo anche dal mio stesso sentire. Suscitare l’interesse di un osservatore è ovviamente un’altra grande soddisfazione, ma in fondo è il prodotto di una scintilla che ho creato, ma delle cui conseguenze non sono più responsabile. Questa sensazione di parziale distacco è una delle tappe fondamentali del mio percorso perchè mi porta a rimettermi al lavoro. Quando ho iniziato ad accostarmi al disegno fotorealistico non avevo mai il coraggio di lasciar andare i miei lavori, protraendo la loro cura all’infinito: avevo timore di danneggiarli, di non rendere giustizia all’idea che avevo avuto quando li avevo iniziati. Solo quando ho imparato ad “alzare la matita dal foglio” ho fatto progressi sempre più rapidi e questo mi ha dato anche l’opportunità di sperimentare tecniche diverse con una sicurezza maggiore di quanto avrei mai potuto immaginare.

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Cosa intendi comunicare con i tuoi lavori? Pensi che le persone riescano a recepirlo?

Comunicare le mie emozioni non credo sia possibile e oltretutto imporre una mia interpretazione  personale sarebbe un’inutile limite a quella curiosità per me così essenziale. Quello che invece penso di fare è suscitare emozioni sempre diverse in chi osserva le mie opere.  Persone che ho osservato a lungo  per ritrarle mi hanno sorpreso con dettagli che non avevo mai notato e che forse non avevo voluto vedere. Altre hanno chiarito il motivo che mi aveva portato a sceglierle come modelli. Il risultato, come ho già detto, non mi appartiene più, così come l’emozione dell’osservatore. Ognuno può scoprire storie e particolari nuovi  in quello che rappresento.

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Le difficoltà maggiori che incontri nella realizzazione dei tuoi ritratti ?

Un mio ritratto è il risultato di un processo piuttosto lungo e laborioso. Devo studiare a lungo l’immagine e ne faccio uno schizzo preliminare a matita o carboncino su cartoncino. Se mi convince preparo la tavola con le dimensioni definitive e con molta attenzione a riportare precisamente le proporzioni. Successivamente lavoro sui dettagli, i chiaroscuri, i riflessi. Quando voglio ottenere effetti  iperrealistici uso una lente per i dettagli più piccoli. Un opera a matita delle dimensioni 30×40, tra scatti fotografici, bozzetto preliminare e realizzazione può richiedere  anche cento ore di lavoro. Nei disegni a pastello (a colori) ho bisogno di più tempo per l’utilizzo di velature e impasti. Spesso la maggiore difficoltà è nella scelta del soggetto: a volte mi sembra di essere circondata da ispirazioni  interessanti, a volte mi sembra di non avere niente intorno che mi colpisca sul serio.  Disegno quello che mi incuriosisce, un desiderio di scoperta nato con me e che non mi ha mai abbandonato. I volti delle persone sono diventati il fulcro del mio interesse anche perchè riesco a scorgere sempre, al di là di essi, elementi sorprendenti e spesso inaspettati. Mi è capitato in precedenza, di perdere interesse verso il soggetto che avevo scelto nel bel mezzo della sua rappresentazione. Lasciare un lavoro incompleto perchè l’attenzione si sposta continuamente su nuovi progetti può essere snervante e sicuramente questa mia volubilità mi ha messo in difficoltà. Oggi che lavoro con una maggiore costanza e progettualità non mi capita più di abbandonare un lavoro a metà ma questo è l’ostacolo con cui ho sicuramente combattuto di più.

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A coloro che pensano che le opere realistiche abbiano molta tecnica e poca anima cosa rispondi?

Apprezzati disegnatori come Rubén Belloso e Conrad Roset hanno pubblicamente definito incredibili i miei lavori. Lo stesso Fo che ho avuto il piacere di incontrare perchè vive qui in Umbria ha apprezzato con emozione le mie tavole anatomiche. Quindi le attestazioni entusiastiche e qualificate sulla mia “molta” tecnica non mi imbarazzano, anzi mi onorano e mi incoraggiano. Riguardo alla poca anima posso solo dire che dettaglio e realismo per me sono solo mezzi di espressione. Una ruga, un neo, un capello fuori posto, un lungo fascio di ciglia sono elementi che rappresento e accentuo per raccontare qualcuno. Perciò “la tecnica” è il mio modo per svelare “l’anima”.

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Il tuo sogno nel cassetto?

Ultimamente  sono concentrata sul mio futuro più prossimo e  procedo per obiettivi intermedi, proprio come faccio col disegno.  In questo modo cerco di evitare che opere e sogni rimangano, appunto, “nel cassetto”, sia concretamente che metaforicamente. Alcuni sogni  li ho visti concretizzarsi come  la mia prima mostra o la realizzazione di un catalogo;  altri magari diventeranno presto realtà. Mi piacerebbe ad esempio esporre a Napoli dove sono nata, anche per riconoscermi nelle mie radici. Se dovessi però limitarmi a un unico “sogno nel cassetto”  direi senz’altro che desidero  trasformare la mia passione  in un mestiere vero e proprio  che occupi la maggior parte delle mie giornate per tutta la vita.

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Grazie a Barbara per la sua disponibilità e complimenti per il suo straordinario talento.

I nostri più sinceri auguri per un futuro sempre ricco di successi  😀

Potete seguire Barbara Bright sul suo sito, su Tumblr, sula sua pagina Facebook o scriverle a: barbara.bright@yahoo.com

Infine, di seguito il catalogo di una delle sue mostre: catalogo_mostra_Barbara_Bright

Viviana Cardone

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