“Iocisto”: frammenti di una storia vera


Stanotte non riuscivo a dormire. Eppure, stanca ero stanca. Eccome se lo ero. Ricordo che più volte mi sono svegliata nella calura di un’estate anomala e ho preso il cellulare per controllare se era vero quello che avevo visto, se era reale quello che avevo vissuto qualche ora prima di catapultarmi nei fiorellini delle mie lenzuola colorate.

Altro che se lo era!

Le foto, i video, gli articoli e i numerosi commenti sparsi in giro sul web me lo hanno più volte confermato. Non ho dovuto faticare ad acchiappare i ricordi come accade coi sogni. In quella piazza c’ero stata per davvero, così come in quelle stanze che ancora sono lì anche se la sveglia è suonata da un bel pezzo.

Iocisto” è la frase diventata parolina magica che, da qualche mese, sta saltando come una mina vagante dalle pagine virtuali della rete a quelle cartacee dei giornali, fino a diventare l’etichetta di un citofono, sito in Via Cimarosa 20 al Vomero.

Iocisto, la libreria di tutti”, questo il titolo e il sottotitolo di una realtà dal gusto cinematografico, ma dal sapore assolutamente reale.

Ieri sera, Napoli è tornata a far parlare di sè. E stavolta non ci sono sacchetti di immondizia né scippi né cornicioni che cadono a fare da traino all’ondata di folla e curiosità che si è estesa a macchia d’olio, in un qualsiasi lunedì di luglio, a Piazzetta Fuga.

Una platea immensa, uno spettacolo per gli occhi e per il cuore. Una manna dal cielo per chi crede ancora che la cultura abbia un ruolo decisamente importante nella vita di ogni singolo cittadino. Una sorta di nettare degli dei per tutti quelli che nei libri e nell’arte in genere ci scrutano il passato, il presente e il futuro; il reale e l’irreale; la propria storia e quella del mondo intero.

La festa di ieri sera, io l’ho vissuta come fossi una bambina nel paese delle meraviglie. Come fossi Alice nello spazio sotterraneo del bianconiglio fra file di persone sconosciute con cui ho scambiato sorrisi e sguardi di empatia nello scintillìo di un’emozione per un qualcosa che è ancora possibile.
Volevano farci credere del contrario e invece un esercito di persone era lì. E’ stato come tornare alle origini, come ritornare alla città e al contatto umano fatto di odori, balli, sudore e mani che si stringono. Una madeleine infusa nel thè del buon vecchio Proust, alla ricerca di un tempo che davvero si sta perdendo.

D’altronde, succede sempre così, quando ti tolgono tutto, illudendosi di averti reso debole, è proprio allora che, sottopelle, si attiva un meccanismo insospettabile capace di seminare fiori rari anche in tempo di maggese. Un ‘ci sto’ che racchiude l’irrefrenabile voglia di vivere una città che possa ancora brillare di quei raggi che affondano nelle onde del suo mare, ai piedi del Vesuvio, fra l’odore del caffè che sale sulle funi dei panni stesi fra i vicoli del centro storico e le pagine dei libri impolverati di Port’Alba (…)

Ero lì e, come solo poche altre altre volte mi è accaduto, sapevo che ero nel posto giusto: nel mio ‘posto dell’anima’ e ci stavo bene proprio come quando, senza troppi perché, ti senti libero e al sicuro. Un aquilone sospeso nei cieli estivi fra le mani innocenti di un bambino spensierato.

Ero lì e ci sto perché ci sono posti, ci sono oggetti, ci sono cose e ci sono persone senza le quali la bellezza dell’osservare e la verità sulla vita non verrebbero mai a galla. Ed ero lì perché se continuano a sfrattare le bancarelle delle cose belle, non ci resta che smettere di piangere e mettere fiori e libri nei cannoni sparando speranze in un mondo di continue contraddizioni.

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